Le città di pianura

Eccoci qui,

in una caldissima giornata di fine giugno, a chiacchierare da quella che a tutti gli effetti è una città di pianura. La temperatura esterna è intorno ai 38°, quella interna leggermente inferiore ma ugualmente appesantita dall’umidità di queste zone. Io al momento non ho alcuna intenzione di uscire, per nessuna ragione … però come sapete uno dei miei passatempi estivi preferiti è il cinema all’aperto.

A Reggio Emilia il cinema estivo per antonomasia è l’arena Stalloni: una distesa di seggioline in ferro verdi sotto ai tigli. E’ uno dei miei posti preferiti e cerco di andare a recuperare lì i film persi durante la stagione, anche se aimè non fanno proiezioni in lingua originale. A tal proposito, domani sera agli Stalloni verrà proiettato il film Le città di pianura di Francesco Sossai e sarà presente anche uno degli attori, il mitico Pierpaolo Capovilla. Si è parlato moltissimo di questo film, nel bene e nel male. Io onestamente l’ho trovato uno dei film italiani più belli degli ultimi anni: malinconico, acuto, ironico.
Avrei voluto parlarvene molto prima, ma come sapete ho saltato qualche mese di scrittura, perciò ho pensato che il momento giusto fosse proprio ora, magari per recuperarlo o per vederlo di nuovo.

La storia è quella di Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Capovilla appunto) due amici di lunga data alla continua ricerca dell’ultima birra o dell’ultimo goccio prima di andare a dormire, ormai a mattino inoltrato. Questo iconico duo vive nella nostalgia del trio che era un tempo, quando accanto a loro era immancabilmente presente Eugenio, detto Genio, magnificamente interpretato da Andrea Pennacchi. Genio se nè andato da una località indefinita della pianura veneta per cercare fortuna in Sudamerica e torna proprio all’inizio del film, quando i due partono alla volta dell’aeroporto di Treviso per andare a recuperarlo.

Di Genio però non c’è traccia, così Carlobianchi e Doriano decidono di proseguire la serata a Venezia dove si imbattono in una festa di laurea, di architettura naturalmente, ed è qui che si crea un nuovo trio con Giulio (Filippo Scotti, il bravissimo Fabietto de “E’ stata la mano di Dio” di Sorrentino), studente fuorisede napoletano neanche troppo segretamente innamorato della festeggiata. Da qui il film narra una serie di avventure che si concluderanno con un treno da prendere, ma soprattutto la trama incontra l’architettura.

Esistono film notturni e film diurni. Se ci pensate sono moltissimi i film che si sviluppano interamente di notte, tante volte anche in una sola notte. Non è questo il caso, i giorni di susseguono, ma le ambientazioni sono principalmente notturne, semibuie, clandestine quasi. Il tempo diurno è quello sobrio e malinconico dei ricordi … Giulio viene accompagnato negli stessi luoghi che Carlobianchi e Doriano frequentavano con Genio ed i loro racconti naturalmente non mancano di particolari.
La notte però spesso è rappresentata da bar di paese, da bacari, da pub sulla strada aperti con sola birra analcolica.

Basterebbe questo per incarnare quella sottile rarefatta e ferma delle città di pianura, ma si incontra appunto l’architettura del Veneto: ville in campagna, cantieri non finiti e soprattutto Carlo Scarpa. Perché se c’è una cosa che più di tutte incarna lo spirito elegante e decadente del territorio veneto, questa è l’architettura di Carlo Scarpa. Naturalmente Scarpa è la figura di riferimento dei giovani architetti, di lui si sente parlare durante tutto il film, ma soltanto alla fine ci accorgiamo che non siamo affatto lontani dalla tomba Brion, detto anche Memoriale Brion.

La tomba Brion è l’architettura che più di tutte incarna e sintetizza lo stile di Scarpa. Si tratta di un memoriale altamente simbolico in cui l’attenzione per i materiali, la giustapposizione dei dettagli e l’incontro con lo stile orientale si fondono in maniera perfetta. Il memoriale si trova a San Vito, frazione di Altivole, in provincia di Treviso appunto, ed è del 1969. E’ stata commissionata a Scarpa a seguito della morte improvvisa dell’imprenditore Giuseppe Brion, ma raccoglie oggi diverse spoglie, tra cui anche quelle dello stesso Scarpa e della moglie.

Il memoriale è altamente simbolico come dicevo, circondato da un muro di cinta inclinato, come se fosse un impluvium, e di modo che gli spigoli di questo recinto non taglino in modo netto la visuale dell’orizzonte. Il complesso è sopraelevato, nel concetto proprio della tumulazione, ed include un’immancabile area dedicata all’acqua. L’acqua fonte della vita qui scorre per la tranquillità dei morti, creando una zona di meditazione e silenzio. Famosissima è la soglia della tomba, costituita da due cerchi che si incrociano a simboleggiare l’incontro di entità diverse, in una sorta di traduzione del concetto orientale di yin e yang, ma anche a formare una sorta di simbolo dell’infinito.

Al di là dell’esito, fortunatamente positivo, del film, il suo successo ha sicuramente contribuito a diffondere il lavoro di Scarpa anche a chi non lo conoscesse. Io adoro Scarpa, ho adorato il film e vi consiglio di visitare non solo la tomba Brion, ma anche tantissime altre architetture meravigliose come il giardino del padiglione italiano della Biennale, la Fondazione Querini-Stampalia a Venezia, il negozio Olivetti e la facoltà di architettura dello IUAM tutte a Venezia, il museo di Castelvecchio a Verona, la Gypsotheca Canoviana a Possagno (Treviso) solo per dirne alcune restando in territorio veneto.

Chissà che non ci venga in mente di fare un tour nella pianura con questo bel caldino!

Enjoy,

F.T.

Lascia un commento