EVENINGSIDE

Eccoci qui,

nell’autunno finalmente inoltrato. Non vi nascondo che non è un periodo facile, anzi ansia e stress solleticano parecchio il mio proverbiale equilibrio. In questi casi solitamente le persone cercano qualcosa di rassicurante e gioioso, mentre io mi butto sulle playlist malinconiche ad ampliare il mio senso di disagio.

Quasi in sintonia con questo status, è da poco approdata a Reggio la mostra di Gregory Crewdson ai Chiostri di S. Pietro, perfetta per stati d’ansia avanzati. Crewdson è uno dei più importanti fotografi statunitensi contemporanei. Il suo lavoro ruota intorno all’America più vera, quella delle zone interne, degli emarginati, di chi al sogno americano non crede più o addirittura non ci ha mai creduto. Lo fa attraverso vere e proprie narrazioni visive che ci spingono a cercare una storia o un accadimento dietro all’immagine.

Questo accadimento però non c’è perché Crewdson è uno dei principali esponenti della staged photography, ovvero quel tipo di fotografia che viene accuratamente creata come in un set. Proprio di set, in particolare cinematografici si parla con Crewdson, che impiega 40 giorni per realizzare uno scatto e progetta tutto nei minimi dettagli, tanto da produrre immagini che sembrano realmente fotogrammi da una pellicola. A favore dell’idea di narrazione sono anche gli scenari dell’America più vera, tra foreste che sembrano uscite da Twin Peaks e città immaginate tra gli scenari di Hopper. Inoltre anche il fatto che le sue serie, non finiscono mai ed il fotografo tende ad utilizzare sempre gli stessi soggetti (in gran parte membri della sua famiglia allargata) per creare un’idea di trama e mostrare anche il tempo che passa.

Nella mostra dei Chiostri di S.Pietro sono presenti tre serie: Cathedral of the pines, An eclypse of months ed Eveninside appunto. Sono tutte diverse, nonostante aspetti comuni riconducibili. In particolare io penso che le ultime due rappresentino molto bene il senso di spaesamento, isolamento e disincanto americani. In un’epoca in cui ancora si cerca di celare la fine del sogno americano, posto appunto che sia mai esistito, Crewdson è impietoso nel raccontare la disillusione e lo sconforto.

Detto così, sicuramente non viene troppa voglia di visitare la mostra, ma vi assicuro che è un bellissimo viaggio in quella che forse è l’America più vera ed intima. Non ci sono moltissime vie di uscita fornite, ma sicuramente il lavoro di Crewdson stimola riflessioni. Inoltre la monumentalità delle sue immagini, che sono statiche e dinamiche allo stesso tempo e quasi spirituali per questo senso di congelamento dell’azione, è estremamente estetica. Sono moltissimi i richiami all’iconografia classica, da famosi dipinti del rinascimento italiano ai preraffaeliti inglesi. La costante presenza inoltre della natura, che implacabile si riprende il suo posto, sembra dare un senso di speranza in fin dei conti. Come se tutto poi, al di là delle nostre azioni, tornasse poi al suo posto, quello giusto.

Forse questo è l’unico augurio che si può fare all’America di Gregory Crewdson e sicuramente per noi è interessante vedere finalmente un lato più umano e tangibile di una grande potenza mondiale.
La mostra è aperta dal giovedì alla domenica fino al 17 gennaio. Io la mia fotografia preferita, come sempre, l’ho già identificata. Non resta che scegliere anche la vostra.

Enjoy!

F.T.

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