Eccoci qui,
in giornate calde per Reggio Emilia, visto che siamo stati citati da più o meno tutti sulla vicenda del Bosco Ospizio. Ho pensato di aggiungere il mio piccolo contributo, per quanto possa risultare magari antipatico a qualcuno, perché penso che il tema trattato sia molto complesso e molto importante al contempo. Sapete che mi sono laureata in architettura con una tesi in urbanistica mirata ad analizzare il consumo di suolo in aree a prevalenza agricola. La mia tesi è del 2010, ho iniziato a lavorarci ad inizio 2009, sono stata 6 mesi a Berlino per documentarmi sulla pianificazione dei Land autonomi tedeschi, in particolare sul sistema verde della capitale … diciamo che sapere che sono passati 16 anni e non è cambiato nulla, o meglio si va solo peggiorando, mi fa salire un po’ la bile.
Dovute premesse: come sa chi mi segue da un po’, io vivo a Reggio Emilia dal 2022, ci lavoro dal 2015, qui ho studiato al liceo molti anni orsono, ma sono originaria di un paese della bassa reggiana. Non sono perciò una cittadina reggiana da molto ed ho sempre frequentato principalmente il centro storico, il nostro famoso esagono, imparando solo ora pian piano a conoscere situazioni più periferiche. Per questo motivo non sono un’abitante del quartiere, non sono stata al momento un’attivista, ma mi sono interessata alla vicenda perché la ritengo importante per la mia città, oltre che esemplificativa di parecchie politiche urbane degli ultimi anni.
Ciò detto, per chi non fosse al corrente, Bosco Ospizio è un piccolo bosco urbano, che si trova a Reggio Emilia, sulla via Emilia verso Modena. E’ un’area verde spontanea e non troppo curata, che non presenta particolari preesistenze arboree ed ha avuto negli anni tutti i problemi che si possono ritrovare in luoghi urbani abbandonati a sé stessi. D’altronde questi 45.000 metri quadrati sono il risultato della natura che ricresce da un’area dismessa, che oggi potevano considerarsi un’area verde, perciò non cementificata, ovvero terreno fertile, permeabile, con un suo ecosistema che si è sviluppato negli anni.
Perché parlo al passato? Perché sull’area ha deciso di investire un privato, CONAD nella fattispecie, acquistando l’area e realizzando in accordo con il Comune il progetto PRU-IP6 Ospizio che compensa, parlando in termini urbanistici, la rimozione del verde con altro verde, piantumato in aree differenti, e l’introduzione di parecchi servizi per il quartiere, come ad esempio una biblioteca, una casa della comunità, diverse opere di urbanizzazione e così via. Fin qui tutto regolare, funziona sempre così, soprattutto quando qualcuno vuole acquisire diritti su un’area a destinazione differente.
Io non entro nel merito del progetto perché non lo conosco e penso onestamente che l’amministrazione di Reggio Emilia abbia agito mossa dal desiderio di riqualificare un’area.
Quello che non ha considerato però è stata la valanga di proteste che sono cascate a pioggia dopo i primi comitati contro quest’operazione edile. Il tutto si è intensificato a partire da quest’estate quando gruppi di attivisti si sono presentati in presidio sull’area. Questa protesta pacifica sta finendo in questi giorni grazie ad un dispiego di forze enorme, che forse sa avessimo in altre aree della città aiuterebbe a volte … così, la butto lì. Le ruspe hanno fatto il loro dovere ed il progetto continuerà pertanto immutato.
Ora, ultimamente mi sono interessata moltissimo di placemaking e di progetti partecipati, perché questa è a tutti gli effetti la nuova linea di pianificazione che ci rimane partendo dal basso. Non voglio entrare nella polemica del “in Italia l’urbanistica non esiste” cosa peraltro verissima perché si studia sì, si ricerca eccome, siamo tra i più avanzati ricercatori, poi le città passano in mano alla politica e qui tutto lo studio, più o meno virtuoso, cade. Anche nel momento in cui al potere ci sono persone preparate, non riescono a far emergere la loro voce.
Tornando a noi, al di là delle polemiche, può, secondo voi, una zona fortemente contrastata generare senso di appartenenza nei suoi cittadini?
Magari le polemiche sono strumentalizzate, magari tante persone non sono del quartiere ed è verissimo che invece ci sono residenti più che fiduciosi sul progetto. Siamo sicuri però che questa sia la strada corretta? Siamo sicuri che basti dire che gli alberi tanto erano “quattro piante insignificanti” per stabilire che quell’area andasse modificata? Quali sono i criteri per cui è stato scelto che un piccolo bosco andasse abbattuto per realizzare l’ennesimo supermercato della stessa marca (sono stati costruiti CONAD ovunque negli ultimi anni)? La città dei 15 minuti prevede forse un CONAD ogni 15 minuti?
Tra le conclusioni della mia tesi, non perché sia mia, trovate una bibliografia enorme sull’argomento, si stabiliva che nella determinazione delle aree da edificare andassero considerati nuovi parametri. Non solo la vicinanza alle strade o a servizi già esistenti, ma anche le caratteristiche dei terreni. Considerando che siamo uno dei paesi con la densità edilizia più alta al mondo, ormai storicizzata, perciò difficile diventata caratteristica territoriale, e visto che l’idea di un consumo di suolo pari a zero è pura illusione per vari motivi, ho lavorato con un agronomo. L’idea era di capire le caratteristiche dei terreni in modo da preservarli da nuove edificazioni e da agricoltura intensiva.
I risultati erano una pianificazione urbana dettata dalla fertilità del terreno, ovviamente in area a prevalenza agricola, dalla valorizzazione delle conurbazioni territoriali storiche e dall’identificazione di fasce verdi che potessero permettere la continuità di flora e fauna dove ancora esistente. Indovinate cosa sorge ai piedi dello sbarco del Crostolo in Po, dove avevo identificato un’area verde da preservare: un centro commerciale. Sì, è una vecchia storia … Oggi le mie fasce verdi sono diventate i cosiddetti “rifugi climatici”, dove poveri alberi appena piantati devono sopravvivere alla cementificazione che hanno li circonda, visto che vengono realizzati in maggioranza al centro delle arterie principali.
Il senso è comunque che tutto fa, anche un piccolissimo spazio verde può connettersi con i parchi principali e permettere lo sviluppo della biodiversità. Allora un po’ dispiace vedere che si realizzano piazze con l’acqua nebulizzata, nuove aiuole verdi lungo la viabilità principale e poi non si riesce a prendere posizione davanti alla possibilità di mettere da parte un interesse privato per preservare un’area con tutti i suoi limiti, e sicuramente migliorabile, ma almeno esistente. Perché se è vero che il privato ha acquistato quell’area, è pur vero che il pubblico dovrebbe essere mosso da valori comuni da preservare, non cedere al mercato.
Enjoy!
F.T.