UNA ZUCCA DI NOME YAYOI

Eccoci qui,

con lo stesso caldo di agosto e le ferie terminate … situazione non proprio ottimale devo dire. Nel mio mese di assenza sono successe moltissime cose, tra cui la perdita di alcuni grandi artisti contemporanei. In un paio di giorni è stata comunicata la morte di Dolly Parton, Tim Curry e Yayoi Kusama (che è in realtà mancata il 14 agosto). Grandi mancaroni … in particolare perché tutti questi artisti non solo hanno creato attivamente, ma si sono schierati più volte a fianco delle minoranze o le hanno rappresentate.

Sicuramente avrete letto di ognuno di loro nelle ultime settimane ed avrete ricollegato Kusama alle sue famosissime sculture giganti, colorate e puntinate. Non so però se tanti conoscono la sua storia, perché diciamoci la verità, Kusama ha raggiunto la notorietà in piena maturità artistica grazie soprattutto alla fama derivata dall’uso che grandi marchi di moda hanno fatto della sua arte. Dopo aver utilizzato le sue sculture gigantesche come set, si sono diffuse le altre sue opere, come ad esempio le instagrammatissime sale degli specchi infiniti facendo sì che la sua fama diventasse davvero globale. Forse ricordate una sua sala degli specchi di qualche anno fa a Bergamo, con prenotazioni da effettuare mesi e mesi prima perché si aveva accesso uno alla volta per soli 5 minuti.

Al di là del marketing, Kusama è però una figura davvero notevole nel panorama artistico contemporaneo. Ha dovuto affrontare lo stigma familiare del diventare un’artista (la madre era assolutamente contraria) e fronteggiare svariati gradi di “diversità” nella sua vita perché donna, orientale – nel 1958 si trasferisce a New York sognando di creare la nuova arte americana – e con problemi psichici. Forse non tutti sanno che i pallini con cui crea le sue famosissime textures erano veramente percepiti da Yayoi, che invece di trasformare queste visioni in debolezza le rende percepibili a tutti trasformandoli nella propria caratteristica principale.

L’inserimento a New York è difficile e la sua arte riuscirà a decollare in un ambiente prettamente maschile, soltanto negli anni ’60. Nel 1973 ritorna in Giappone e nel 1977 si fa internare volontariamente in un ospedale psichiatrico a Tokyo – dove rimarrà fino alla morte – proprio per imparare a gestire queste sue allucinazioni.

Le prime zucche sono del 1993, quando le espone alla Biennale di Venezia in una prima scintillante sala degli specchi. Questi giganteschi oggetti puntinati diventano il suo alter ego nell’installazione, dopo anni passati a rivestire di pois i partecipanti alle sue perfomance. Le sue successive collaborazioni con il mondo della musica e della moda la portano poi ad ottenere un riconoscimento mondiale e lo status di artista contemporanea a tutti gli effetti.

E’ incredibile come una vita così intensa sia stata scoperta soltanto sul finire di una carriera. Vita raccontata peraltro nell’autobiografia Infinity Net del 2002.

Kusama viene definita l’artista dell’infinito proprio perché determinata dalle sue ossessioni senza fine. Se vi incuriosisce il suo lavoro, sarà ancora possibile vederlo quest’autunno a Torino, alle OGR dal 31 ottobre al 28 febbraio con le sue stanze degli specchi infiniti. La sua zucca più famosa è invece la Yellow Pumpkin, sul modo dell’isola di Naoshima in Giappone. Naturalmente alcune sue opere si trovano ora anche nelle più famose collezioni contemporanee come il MoMa o la Tate Modern.

Non potendo volare prossimamente in Giappone, mi salvo sulle mie famosissime mappe la Yellow Pumpkin, mentre organizzo una bella gita autunnale a Torino. Chi mi segue?

Enjoy!

F.T.

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