Eccoci qui,
dopo un lunghissimo silenzio derivato da una primavera complessa. Ormai chi mi segue sa che Marzo, Aprile e Maggio sono per me i mesi più devastanti dell’anno ed in particolare questo inizio del 2026 è stato abbastanza concitato. Dicono che questo sia l’anno dello Scorpione, addirittura che la Luna Blu della scorsa domenica fosse portatrice di seconde possibilità e grandi cambiamenti. Cicli si possono chiudere, così come nuove occasioni palesare.
Io solitamente credo molto agli astri, ragione per cui forse ho messo un po’ troppe aspettative in questo 2026 che al momento è stato semplicemente stancante. Per questo a volte mi sono mancate le energie e l’entusiasmo per condividere qualcosa di bello.
Il martedì però è il mio giorno e perciò bentornati, si torna a chiacchierare un po’ qui.
Vi dicevo che ho sentito molta stanchezza in questa fine del mese e non so se giugno mi riserverà per davvero la possibilità di ricominciare da capo, il punto però è chi siamo noi davvero, dove vorremmo stare?
Penso che la domanda più difficile in assoluto sia questa visto che la quotidianità e le abitudini spesso ci assalgono e diventa difficile rispondere con sincerità. Molto probabilmente molti di noi sono proprio dove vorrebbero stare. Forse maturare significa prendere coscienza che le necessità mutano e con loro anche i nostri sogni.
Io probabilmente se dovessi rispondere adesso vi direi che vorrei essere sulla spiaggia di El Cotillo a surfare senza troppe preoccupazioni, proprio come lunedì scorso, con il sole, il pranzo al sacco ed un mare da togliere il fiato.
La verità però è che quella non è la mia vita, forse avrebbe potuto esserla scoprendola prima, ma se cerco dentro di me, quello che ho sempre fatto ed ho sempre cercato è di vivere accanto all’arte.
Quando ho qualche dubbio o preoccupazione è all’arte che ritorno, è lei che mi dà tutte le risposte e che mi fa sentire in pace con me stessa e con il mondo (per quanto anche Fuerteventura non sia male ….).
E’ stato così che questa domenica sono tornata a Firenza, alla mostra su Mark Rothko. Non ne avevo parlato così dettagliatamente sul blog perciò ho deciso di dedicare questo articolo al grande maestro americano dell’espressionismo astratto.
Intanto partiamo da due parole di inquadramento: Mark Rothko è lo pseudonimo di Markus Yakovlevich Rothkowitz, nato nel 1903 il Lettonia (all’epoca ancora Russia) da una famiglia benestante. Il padre decide di emigrare negli Stati Uniti, a Portland, dove ben presto lo raggiunge tutta la famiglia. La loro condizione sociale cambia radicalmente una volta emigrati e Markus riesce a frequentale il college di Yale grazie a delle borse di studio. Non studia però arte, bensì segue un programma di studi umanistici, come lo definiremmo oggi, ed impara a dipingere da autodidatta una volta trasferitosi a New York.
Considerate che sono gli anni ’30 del Novecento e l’arte con la A maiuscola in quel momento si fa in Europa, a Parigi in particolare, e gli artisti americani possono ispirarsi ai grandi maestri delle avanguardie studiando sui libri o frequentando gallerie. Sta arrivando però il momento del cambiamento, con l’avvento del nazismo prima e della guerra poi, il centro artistico per eccellenza si sposta da Parigi a New York, dove cominciano a dipingere i cosiddetti informali. Stiamo parlando di arte astratta e le correnti principali sono due: l’action panting di Jackson Pollock e l’espressionismo astratto proprio di Mark Rothko. Penso sia quasi impossibile che non abbiate mai visto uno dei sui dipinti ad olio pieno di campiture colorate. Quelle tipiche opere che le guardiamo e pensiamo, va beh questa posso farla anche io … e invece no, perché non ce l’abbiamo quella profondità lì.
La mostra di Palazzo Strozzi è molto bella perché non solo parte dalle prime e sconosciute opere surrealiste di Rothko, ma perché ha il pregio di legare strettamente la sua opera al rapporto con l’architettura ed il pensiero. Già perché Rothko fin da subito dimostra un raro interesse nell’organizzazione cromatica degli spazi. Anche le sue prime opere figurative evidenziano questa sua propensione e la costanza con cui si confronterà con il colore lo renderà un grande narratore in questo senso.
Rothko non avrebbe voluto che le sue opere venissero spiegate, perciò io mi sento già di fargli un torto solo a scrivere queste poche cose di lui. Devo dire che a me è sempre piaciuto moltissimo come artista per la sua dimensione monumentale e sintetica. Rothko ha lavorato inoltre con i principali architetti del Novecento americano: ha abbandonato la commissione di 50 tele per il Four Season Hotel nel Seagram Building di Mies Van Der Rohe (abbandonata per il suo credo socialista che non gli ha permesso di chiudere gli occhi davanti al divario economico e sociale del locale), inoltre ha lavorato alla Cappella che ha successivamente preso il suo nome, a Huston con Philip Johnson. Nella cappella c’è tutta la tragicità che lui vive alla fine della sua vita a causa di un’aneurisma che gli impedisce di continuare a dipingere e lo porterà al suicidio nel 1970.
Una figura bella potente insomma, racchiusa in una buona serie di opere che per la prima volta arrivano in Italia in questa quantità dagli Stati Uniti. Uno che doveva avere ben chiara la sua verità ed il suo posto nel mondo, ma che non credo abbia mai smesso di farsi domande.
La mostra sarà aperta fino al 23 agosto ed io vi consiglio di andarci se potete, senza pregiudizi e con lo sguardo aperto, augurandovi che non ci siano troppe persone tra voi e le tele. Sono sicura che troverete quella che risuona come la vostra anima.
Enjoy!
F.T.
Tutte le immagini dell’articolo sono state scattate in mostra.


