Eccoci qui!
Finalmente tornata!!! Il 2016 si è chiuso in modo molto intenso devo dire, degno dei propositi auspicati, causando una mia lunga assenza.
Ora però ricominciamo il 2017 con un sacco di idee, che al momento, almeno a me, servono più che buoni auspici o prospettive!
Iniziamo così, con un post dal titolo evocativo, rubato a Salman Rushdie.
Est, Ovest è infatti un romanzo che percorre in una sequenza di racconti, vicende dell’Est e dell’Ovest del mondo, in particolare di India e Regno Unito, paesi cari all’autore. In realtà, come ben sapete, poche volte parlo di ciò che enuncio ed anche questo è il caso. Senza nulla togliere al romanzo, che invito a leggere magari davanti ad una bel tè caldo in una domenica fredda ed umida, quello che mi ha colpito di più delle storie, è che esse non sono affatto legate tra loro.
Solitamente le opere composte da più vicende, hanno un filo conduttore o quantomeno comune, che portano, alla fine, a dare un senso a tutta la storia. Questi racconti sembrano invece avere in comune la sola quotidianità di luoghi molto lontani nel mondo, talvolta anche nel tempo. Ci raccontano la vita del mondo orientale e di quello occidentale, in modo che sembri effettivamente simultanea, come d’altronde è.
Questo dove ci conduce? In realtà da nessuna parte! Semplicemente, per affinità, nell’ultimo mese mi sono accorta di aver sperimentato la stessa simultaneità grazie a due mostre visitate: una a Milano, la famosissima Hokusai, Hiroshige e Utamaro a Palazzo Reale; l’altra a Firenze, anch’essa ultra gossippata, Ai Weiwei a Palazzo Strozzi.

Al di là delle mostre, assolutamente valide entrambe, l’averle visitate è stato quasi come un tuffo nell’oriente, nella cultura giapponese e cinese, sia dal punto di vista storico, che artistico, che culturale.
Da un lato c’è Hokusai, mostra veramente meravigliosa, completa, giustapposta nell’allestimento e nelle sequenze. L’unica incognita era dove fosse il povero Utamaro, relegato, con le sue meravigliose stampe di donne, nell’ultima stanza. Il blu dei pannelli avvolge tutte le opere dell’arte moderna nipponica e la famosissima Onda si perde quasi nell’insieme delle stampe.
E’ stato davvero interessante notare quanto siano differenti i canoni dell’arte giapponese da quelli della moderna arte occidentale. Quanto le figure siano stilizzate, piccole, dialoganti con il contesto, sicuramente non protagoniste. Come da questo modo di fare arte derivi l’importanza attribuita alle vicende, alle tipologie umane, che porta agli odierni fumetti (già Hokusai riempiva taccuini denominati Manga).
E’ magico osservare il loro modo di riprodurre la natura, così essenziale e simbolico, nonchè assolutamente seriale: è presente una sequenza di strani ponti delle province, di cascate, di vedute del monte Fukushima (di cui la famosa Onda), di stazioni della posta.
E’ meraviglioso osservare come i protagonisti non siano gli effettivi protagonisti nelle loro opere, ma come stiano in disparte, quasi più importanti perchè è necessario un lavoro di osservazione e ricerca per arrivarvi. Ultima, ma assolutamente non meno d’impatto, la conoscenza dell’antichissima tecnica serigrafica, illustrata da diversi video.
Tutto ciò risulta davvero straniante se pensiamo dell’arte occidentale dell’epoca, impregnata dei colori terrosi del verismo o dall’aura ancora neoclassica degli ambienti nobili.

Dall’altra parte c’è la contemporaneità di Ai Weiwei, un’arte da analizzare ancora in corso, per così dire, un parallelo effettivo con la sua corrispettiva occidentale.
Devo dire che qui mi sono meravigliata meno ed interrogata di più. La mostra, ora purtroppo terminata, come dicevo, è stata chiacchieratissima e molte sono le osservazioni sollevate all’opera dell’artista cinese.
Sicuramente vale le aspettative in termini di presenza di opere. Una personale è e si vede. Detto ciò, io, personalmente, ho trovato molto interessante e calzante tutti i primi lavori dell’artista: è bello osservare la sua vita di giovane ambizioso e bohemienne a New York, che guarda a Warhol e Duchamp, quasi nel processo inverso a quello che facciamo noi ora con lui; è davvero molto affascinate la rabbia creativa con cui produce le sue prime opere; è ammirevole la tenacia con cui combatte l’oppressione della politica cinese, in cui è nato e che annienta attraverso la libertà dell’arte.

Passate queste validissime esperienze iniziali, mi pare però che dal 2011 abbia cominciato a calcare un po’ la mano. Il confine tra denuncia e mercificazione dei problemi di oppressione umana è molto labile e, sicuramente anche a causa di vicende di controllo, dunque di perdita di liberà personale, i suoi intenti si sono modificati ed estremizzati a volte, non chiarendo benissimo la linea di definizione tra le due. Questo non lo dico solo io, ma sono in molti ad avanzare questa ritrosia.
Per quanto riguarda il mio gusto, la colpa più grave è la semplificazione di un lavoro concettuale che, inizialmente, era assolutamente ricercato e collegato alle vicende della propria cultura. L’utilizzo degli antichi sistemi decorativi o costruttivi della cultura cinese, come mezzo di denuncia di oppressioni contemporanee, è infatti assolutamente calzante. La distruzione di antichi vasi o l’utilizzo di lego per riprodurre i famosi personaggi di Firenze, è decisamente più riduttivo, rispetto ai piccoli angoli di magia derivati dalla ricostruzione delle maschere orientali o di grandi strutture realizzate con i materiali più disparati.



Sicuramente la mostra offre di che pensare, come vedete, e riporta alla luce, volenti o nolenti, il tema della libertà di espressione, sicuramente caratteristico dell’arte contemporanea. Giappone e Cina sono paesi molto differenti, sia dal punto di vista politico che culturale, ma sembra quasi che quanto Hokusai ci riveli il nuovo nella tradizione artistica giapponesi, tanto Ai Weiwei ci mostri l’arcaico nella contemporaneità del sistema politivo cinese, portandoci in un Oriente che, in alcuni, casi sembra davvero lontano.
Attraverso l’arte si viaggia perciò, al pari che con parole e musica, e mentre la mente viaggia verso luoghi ancora (temo per molto) inesplorati, io vi invito a visitare la mostra di Hokusai, ancora aperta per questa settimana, ed a spostarvi a Torino per conoscere Ai Weiwei al di fuori di Palazzo Strozzi. La mostra Around Ai Weiwei, con video ed immagini è aperta infatti fino al 12 febbraio.
Voi dove avete viaggiato in questo inizio anno?
Fatemi sapere
Enjoy!
F.T.

Quante bellissime idee! Grazie!!!
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