Eccoci qui!
Avete fatto i compiti per casa? Io sì, sono sempre stata molto diligente in effetti e lo scorso fine settimana ho colto al volo l’occasione di fare un giretto! Oggi però non vi parlerò di luoghi, ma di donne nell’arte.
Leggendo questa frase alla maggior parte di voi verrà in mente lo storico ruolo femminile di modella e musa ispiratrice per grandi artisti … dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna dicono, ma non credo sia questo il caso. Il mondo dell’arte che ci fanno studiare a scuola è costellato di artisti più o meno maledetti, più o meno potenti, più o meno esteti. E’ poco lo spazio lasciato alle figure femminili, eppure c’è, totalmente affascinante!
Una delle prime artiste che ho studiato nella mia vita è Tamara De Lempicka, polacca, vissuta dalla fine del XIX secolo (da vera diva non se ne conosce la data esatta di nascita) al 1980, due mariti e moltissime relazioni saffiche neanche troppo celate, una figlia, Kizette. Una donna che ha amato ritrarre e ritrarsi, che ha amato l’arte e la vita, i diamanti ed i vestiti alla moda, i vizi e la lussuria e che è morta sola a Cuernavaca, in Messico, guarda caso dove un’altra grande artista, Frida Kahlo, si sposò con Diego Rivera, strano come i destini delle persone si incrocino “a distanza”.
Tutti la descrivono come una donna ambiziosa e viziosa, molto vicina a posizioni di destra tra le due guerre, che ha passato la sua vita nel lusso, con una frivolezza poco degna della sensibilità artistica del romanticismo.
In realtà, leggendo le varie fasi della sua vita, io non sono molto d’accordo con questa visione elitaria e distaccata. Che Tamara fosse molto legata alla sregolatezza ed alla materialità è vero, ma sembra che abbia passato l’intera esistenza ambendo a qualcosa che, nel momento del suo ottenimento, le sfuggiva di mano. Appena sedicenne sposa in Russia Tadeusz Lempicki, nobile avvocato parecchio ambito e donnaiolo, che tuttavia sceglie lei. Apparentemente la sua vita ha preso la giusta piega, invece scoppia la rivoluzione e la coppia si rifugia in Francia, dove Tadeusz non è nessuno e si fa mantenere da lei. Tamara non si perde d’animo, comincia a frequentare artisti e salotti, riuscendo ad emergere come figura mondana dell’epoca. Utilizza il suo buon gusto per spiccare ed ottenere riconoscimenti che altrimenti non arriverebbero, riuscendo anche a riprendere in mano i pennelli e proponendosi come ritrattista. La sua piena appartenenza alla sua epoca la rende una valida artista del movimento Decò, i suoi ritratti sono splendidi a mio avviso, addirittura arriva a cercare una storia con D’Annunzio per ottenere maggiore popolarità. Al culmine del suo successo, con uno studio atelier a doppia altezza, con scala in ferro ed arredi in perfetto stile modernista, lascia Tadeusz, sposa il barone Kuffner, scoppia il nazismo prima e la guerra poi, così si trasferisce in America, dove è nuovamente nessuno. Prova ad esporre, ma sembra che la sua vena artistica si sia leggermente spenta, espone in California ed a New York senza ottenere grandi successi, tanto che, nonostante viva negli Stati Uniti, continua ad esporre a Parigi. Sperimenta altri soggetti oltre ai ritratti: opere surrealiste, paesaggi spatolati, ma sembra che anche lei non si ritrovi molto in questa nuova arte, perciò trasforma la sua stessa vita in arte, in oggetto di interesse comune, continuando a partecipare attivamente ad eventi mondani.
Ora, non sarà questa una vita facile e scorrevole! E’ la storia di una persona che ha sempre lottato per riconquistare quello che perdeva. Poi magari ha affrontato la vita con superficialità, attribuendo valore a beni materiali più che a grandi battaglie umane, in un momento di grandi lotte per gli ideali civili, ma non dimentichiamo che è una donna di inizio Novecento. Non solo donna, ma anche artista: credeva nella modernità, nel progresso, nel potere e nel lusso, dipingeva con le unghie laccate di rosso, finito un quadro lo vendeva per comprarsi dei diamanti o un abito firmato Poiret, ha vissuto professando l’arte per l’arte in un estremo egoismo. Per quanto alcuni possano essere disgustati da questo disimpegno, in fondo lei ha incarnato molto più di altri artisti uomini la vera figura del dandy, dell’esteta, dell’uomo che vive per il bello.
E’ forse questa una colpa? Secondo me è una scelta, più o meno condivisibile. Fatto sta che negli anni ’20 e ’30 ha partecipato a Parigi a salotti che vantavano tra i propri ospiti Joyce, Cocteau, Thornton Wilder, Poiret, Isadora Duncan, Colette, Gide, ha incontrato Marinetti ed avuto uno scambio epistolare nientemeno che con Terragni per farsi costruire una villa sul lago di Como. Quanto diversi potevano essere in fondo questi artisti tra loro? Inoltre, ognuno è libero di scegliere la propria strada e soprattutto la propria vita. Tamara ha dipinto, tanto, ed ha utilizzato tutto ciò che ha guadagnato per circondarsi di arte e buon gusto. Nelle non rare fotografie che ci sono rimaste sembra Greta Garbo nelle sue sottovesti di raso e con i boccoli girati sula fronte. Quello che la etichetta come artista eccentrica e lussuriosa sono i suoi nudi femminili, che trasudano sensualità, quella sensualità così vera e sottile che solo una donna è in grado di restituire; sono gli abiti belli ed eleganti in cui ritrae le sue modelle e con cui si ritrae, sono gli oggetti di cui si circonda, belle case, belle auto, tutti oggetti di un potere generalmente maschile, di cui lei si impossessa.
Fatto sta che guardando i suoi dipinti, io non credo che si pensi a tutte queste storie, alla sua vita ed alla sua ricerca di bellezza e piacere. Quello che traspare, forte e chiaro, dai ritratti degli anni ’20 e ’30, è la totale autonomia di stile e tratto. Tamara dipinge con una plasticità davvero poco sperimentata da altri: è stata in grado di rendere cubisti anche i soggetti più aristocratico-borghesi. Le sue forme tonde, su cui si possono chiaramente leggere luci ed ombre, sono diventate il suo tratto caratteristico ed unico, così come gli occhi, le labbra e gli sfondi grigi e spigolosi, quasi che i protagonisti fossero trasposti sul set di Metropolis in vestaglia odoppiopetto.

Tante cose si potranno dire sulla sua condotta morale o sulla vita dissoluta, ma sicuramente la sua arte restituisce l’idea di una donna determinata e forte, che ha usato i mezzi a sua disposizione, lo charme, l’eleganza ed il savoir fare per ottenere, da sola, ciò che desiderava. Io non so se il fine possa giustificare i mezzi, ma so che domenica mi sono persa nei riccioli delle sue ragazze, spirali perfette, o nella luce dei capelli raccolti, lisci quasi fossero vinili e negli occhi, quanti occhi e quanti colori.
La mostra a Torino ora purtroppo è finita, ma sul sito internet è stato pubblicato che sarà presto a Verona. Per chi conosce l’artista vedere dal vivo i suoi dipinti più famosi è una piacevole sorpresa, per chi non la conosce è l’occasione per tuffarsi nell’Art Decò parigina, vista da una polacca che non ha mai smesso di sentirsi “esclusa” e forse per questo ha mantenuto l’ambizione e la voglia di fare per tutta la vita.
Se ci pensate, anche esplorare la vita degli altri così, attraverso la loro arte, le loro opere, è una forma di viaggio, anche se trovo sbagliata troppa nostalgia del passato. Piuttosto sarebbe bello ricreare quelle condizioni di creatività disinteressata che ha prodotto così tanto progresso. Chissà, le crisi sono sempre seguite da grandi rilanci, magari il futuro ci riserva grandi sorprese se cominciamo a fare un primo passo. La mia voglia momentanea, ora, sta semplicemente nell’indossare meravigliosi cappellini con la veletta e laccarmi le unghie di rosso. Direi che per il week end si potrà fare. Trovate anche voi desideri e passioni da coltivare.
Enjoy
F.T.





