Sotto il cielo di Wim

Eccoci qui,

reduci quest’oggi, almeno per quanto mi riguarda, da una no stop cinematografica su Wim Wenders … non temete, sono viva e non ho guardato tutti i suoi film uno dopo l’altro, questo proverebbe anche il piccolo teutonico che c’è in me!!!
Semplicemente, mentre tutti erano distratti dal luccichio degli Oscar, io mi sono data agli Orsi invece, quelli della Berlinale.

La Berlinale, per chi non lo sapesse, è il Festival Internazionale del Cinema che si tiene a Berlino, ogni anno,. Così come esiste la Palma d’oro a Cannes, il Leone d’oro a Venezia e l’Oscar a Los Angeles nella capitale tedesca si consegna l’Orso d’oro, simbolo della città. Berlino …. ah Berlino …. (e sospirò) …. io sono vissuta a Berlino, ma prima ancora di viverci io l’ho amata. Io infatti credo che per le città valga come per le persone: c’è affinità oppure no. Bene, io ho affinità con quel gusto progressive-nostalgico che impregna Berlino e per questo, lì vorrei ho lasciato un pezzetto del mio già piccolo e fragile cuore!
Detto ciò, stavamo parlando della Berlinale e di come nessuno le abbia prestato attenzione, a parte Sky Arte che mercoledì scorso e quello prima ancora, ha trasmesso due meravigliosi film di Wim Wenders, in quanto a lui è stato consegnato quest’anno l’Orso d’oro alla carriera.
I meravigliosi film di cui stiamo parlando sono Paris-Texas e Il cielo sopra Berlino, ritrasmessi, non solo su digitale terrestre, ma anche riprogrammati nei cinema perchè restaurati (in quanto risalgono all’inizio degli anni ’80).

Chiunque di voi abbia mai visto un film di Wim Wenders lo avrà trovato quantomeno lungo e pesante, pertanto penserete che oggi sfogherò la mia logorrea su di lui soltanto perchè ha avuto la capacità di riprendere, e rendere protagonista, Berlino, che io adoro. Invece no. Io ammiro Wim Wenders in quanto regista e, prima ancora, come fotografo. Durante il mio primo anno di Accademia, la mia docente di Costume mi ha consigliato la lettura di un suo libro, intitolato “Una volta”. Io non sapevo che scrivesse, allora ero soltanto affascinata dal cielo di Berlino. Difatti, il libro non è una tradizionale narrazione per frasi, ma per immagini. Per fortuna, direte voi, è un regista, sarà capace di mettere insieme qualche fotogramma! Certo. Quello che mi colpisce però è la sua capacità di narrare i luoghi, che, come sempre ripeto, sono la mia passione.

Il cielo di Wim01

Ogni progetto cinematografico o teatrale che sia, ha il suo embrione nella scrittura drammaturgica. Questa generalmente spetta al registra ed allo sceneggiatore, a cui via via vengono accostate le altre professionalità coinvolte per far capire cosa, il regista, di una storia data voglia far risaltare. La scrittura drammaturgica è un testo, che può riguardare un’opera nota, a cui dare la propria interpretazione, o una nuova storia. La caratteristica di Wim Wenders, quello che, credo, gli abbia conferito uno stile assolutamente personale, è di ricavare la drammaturgia non da una storia, ma dal luogo. In “Una volta” egli afferma che non gli è mai capitato di iniziare un film da una storia, ma che deve tutta la sua opera alle immagini. Le sue storie sorgono spontaneamente dalle sue fotografie, da ciò che il luogo immortalato suggerisce e non il contrario. Non scrive una storia, costruendole poi intorno dei personaggi e degli ambienti in cui possano muoversi ed interagire, ma è l’ambiente, lo spazio, che suggerisce la storia ed i personaggi coinvolti. Capite che il percorso è inverso (e che lo scenografo nel mentre può prendersi una vacanza ahahah) e che da ciò emerge la natura più vera della realtà ritratta.

Se ci badate, molti dei film di Wim Wenders raccontano una città o un percorso preciso già dal titolo: Paris – Texas, il Cielo sopra Berlino, Lisbon story, Buena Vista Social Club, La terra dell’abbondanza (Los Angeles), Palermo Shooting. Lo stesso Pina, sulla vita e l’opera di Pina Bausch molto racconta di Wuppertal, sua città natale. Questo proprio per il suo particolare modo di lasciarsi ispirare dai luoghi che lo circondano e dal suo saperli, di conseguenza, raccontare nella loro essenza più profonda e in quel momento esatto della loro personale storia.

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Io credo che i luoghi, come le persone, abbiano un’anima, e quello che più mi piace di “Il cielo sopra Berlino” è che nel mostrare una città martoriata, precaria e nostalgica, Wenders ci mostra anche la sua anima. Il film, nato in realtà per caso, perchè di ritorno dagli Stati Uniti al regista fu chiesto di girare un film in  patria, sorge proprio dall’osservazione della città tedesca e dagli scritti di Rainer Maria Rilke. Wenders, girando per la capitale tedesca, osservò come una figura ricorrente fosse quella degli angeli. Così, con Peter Handke, scrittore tedesco, mise insieme questa storia in cui vediamo Berlino dal punto di vista degli angeli che la abitano, così come lo fanno gli uomini. Loro osservano la città, osservano noi e, come noi, provano sentimenti, sconforto e speranza. Tra gli angeli due sono i protagonisti: Damiel e Cassiel. Il primo non accetta la sua condizione di eternità: “Vorrei sentire un peso dentro di me che mi levi questa infinitezza. Vorrei dire ora e non sempre per sempre. Sarebbe già qualcosa tornare a casa dopo un lungo giorno, avere la febbre, supporre invece che sapere sempre tutto. Sentire com’è togliersi le scarpe sotto al tavolo. Restare soli, lasciare che sia”. Cassiel, invece, è più occupato a rincuorare gli umani poggiando la propria mano sulla loro spalla, anche se non sempre può qualcosa.

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Tutto cambia, ovviamente, quando Damiel incontra una donna, una trapezzista francese in tournee a Berlino, alla sua ultima sera di spettacolo, che vive in una roulotte e ascolta Nick Cave. Cosa, oltre l’amore, è il motore del mondo?!?! I soldi, il potere, il mercato, direte voi, ma i tedeschi sono romantici, e noi stiamo cercando di parlare di un film perciò lui se ne innamora! Secondo me lo fa anche perchè ha bisogno di credere in qualcosa di più per diventare umano e l’amore doventa il suo strumento di trasformazione.
La trama vi sembrerà familiare perchè il film “City of Angels” voleva essere un remake, ma, a mio avviso, i due sono molto diversi.

Innanzitutto nella trama, perchè quello holliwoodiano è molto più incentrato sull’amore dell’angelo per la protagonista, ed in secondo luogo per questa inimitabile capacità di raccontare i luoghi che Wenders ha. E’ vero, il film è lento, ma d’altronde l’infinitezza, l’assenza di tempo e limiti è proprio ciò che mette in crisi Damiel e che lo porta a cambiare il suo stato, perciò per buona parte del film noi viviamo quella infinitezza …scancandocene anche noi! In fondo siamo umani, non angeli! Così quando lui si trasforma tutto si colora, letteralmente, la città in bianco e nero vista fino a quel momento diventa a colori e tutto si svolge più velocemente.

Inoltre quella dimensione stanca ed affaticata, al limite della sopportazione, riflette la condizione psicologica di una città e, con lei, di una nazione, che è uscita distrutta dalla guerra e che ancora è divisa dal muro. Insomma, stringete i denti e guardatevi questo bel film, non fosse per aver uno sguardo su una Berlino che non c’è più.
Sì perchè la città bucherellata da spazi di risulta è ormai stata riempita e di quel respiro, di quella infinitezza, rimane poco. Anche i costumi, la musica, l’atmosfera, raccontano un qui e ora difficile da ritrovare in altri film, soprattutto se riguardano luoghi che non esistono più come la Berlino degli anni ’80. Peraltro sono toccanti certe immagini che sembrano parallelismi con quelle dei più grandi fotografi che hanno immortalato la fine della guerra, unico respiro di quella gioventù che non ha ancora perso la speranza, come invece è successo alla generazione precedente, che ha venduto la propria anima.

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Se per caso però vi addormentate, non datevi per vinti, fino al 22 di Marzo, a Varese, è in mostra Wim Wenders fotografo. Lì potrete sicuramente scegliere voi i tempi della narrazione e vi assicuro che ne vale davvero la pena!

Enjoy

F.T.

 

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2 pensieri su “Sotto il cielo di Wim

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