Eccoci qui,
giunti alla fine delle Olimpiadi più vincenti della nostra storia. Io non so cosa voi pensiate delle Olimpiadi, per me rappresentano uno di quei momenti imperdibili che danno valore ad atleti che spesso gareggiano in sport minori di cui non si conosce nemmeno l’esistenza nella realtà quotidiana. Purtroppo … perché esistono sport bellissimi che andrebbero seguiti molto più del calcio.
Ad ogni modo, a me commuove sempre pensare che questi atleti dedichino la loro carriera e la loro vita, con una dedizione pazzesca, ad uno sport. Sarà che io sportiva non lo sono mai stata molto … gli unici sport che mi piacciano davvero si svolgono all’aria aperta e ne guadagno molto di più dal rapporto che riesco ad avere con gli agenti esterni che dall’agonismo. Io sono soprattutto una yogi e non si può certo dire che lo yoga sia uno sport, quanto piuttosto una disciplina che unisce corpo e mente. Fatto sta che mi affascinano moltissimo le storie degli atleti, molto spesso resilienti e testardi verso il destino.
A dire la verità, tra le cose che ovviamente più mi affascinano ci sono le cerimonie olimpiche, tra quelle che più detesto invece lo spreco di suolo e risorse che ogni organizzazione complessa di questo tipo porta con sé. Nell’attesa di capire cosa ne sarà di tutti gli impianti e del villaggio olimpico, sperando che non si ripetano le vicende di Torino, vi dirò che ho provato a guardare la cerimonia di inaugurazione, ma con scarsi risultati di gradimento.
Dovete sapere che la mente dietro alla cerimonia è niente meno che Marco Balich, già maestro delle cerimonie a Torino oltre che di ben altre 15 cerimonie olimpiche. Al suo fianco Paolo Fantin, enfant prodige della scenografia, parte del team creativo Michieletto – Fantin – Teti che difficilmente fallisce un’opera lirica o una perfomance artistica. Tuttavia qualcosa è mancato a mio avviso, forse proprio la teatralità.
Forse aver incentrato tutto su Milano città del design ha portato a questo: a non fare arte e spettacolo. Forse la differenza tra la cerimonia di apertura e quella di chiusura di Milano Cortina 2026 è la differenza intrinseca tra design ed arte. Da un lato uno stadio, ricordiamo che non è l’Olimpico, riempito di macchine da caffè, alta moda, caricature di compositori, tubetti di tempere che scendono dal cielo. Dall’altro l’Arena di Verona, che già di suo fa scena, costumi meravigliosi disegnati da Stefano Ciammitti, già costumista di quel film meraviglioso che è Io Capitano.
Onestamente non saprei bene cosa salvare della cerimonia di apertura, forse lo sketch di Brenda Lodigiani dedicato a Munari, il braciere che riprende i nodi vinciani a firma Balich Castelli Fantin o sicuramente il Tricolore sfatto sfilare in tailleur Armani, unico vero e concreto omaggio alla città di Milano ed ai suoi figli più illustri.
I costumi della cerimonia svoltasi qualche giorno fa sono invece creatività pura. Le citazioni di Alexander McQueen, che ok non è italiano, ma parliamoci chiaro … niente a che vedere con gli abecedari, gli chef o i centurioni elettrici (costumi realizzati comunque da Slow Costum, non dal primo che passava).
Ciammitti dice di essersi ispirato all’Opera italiana e di aver pian piano sperimentato con la creatività, soprattutto attraverso i materiali che erano plastici e trasparenti, quasi a voler vestire i protagonisti di ghiaccio. Non c’è solo futurismo però in queste creazioni, c’è tanto tanto passato. Tutta la tradizione del costume teatrale eccessivo, dipinto, folgorante.



Insomma da una parte la sintesi del contemporaneo con linee pulite, colori nitidi, bidimensionalità, all’altra tutta l’esplosività dell’espressionismo, drappeggi, sfumature e strappi. La cosa più importante che ho imparato il laboratorio di scenografia è che nella vita le cose che ci circondano non sono perfette. Gli ambienti non sono come sulle riviste, se vogliamo che siano veritieri devono essere sporcati ed utilizzati. L’imperfezioni conferisce tridimensionalità e realismo. Forse però nella perfezione del risultato olimpico non c’è spazio per la realtà.
Così mentre aspettiamo di sapere in quale museo finirà il braciere olimpico con i suoi nodi meccanici, io scrivo un’ore alle imperfezioni che rendono tutto meno aulico e più vicino a noi.
Enjoy!
F.T.

