Eccoci qui,
in questo nuovo anno che si preannuncia scoppiettante, ma non in un’accezione così positiva almeno a giudicare dai primi fatti accaduti. Io vi confesso che i miei buoni propositi ho cercato di adempirli, avevo anche un mini piano editoriale pronto in cui avevo deciso come iniziare questo 2026. Poi succede che ti incontri con la vita che, come diceva John Lennon, “è tutto ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti”.
Questo pomeriggio ho incontrato una possibile tirocinante che mi ha chiesto come mai da scenografia io sia passata agli allestimenti museali e la verità è che non lo so, semplicemente è successo. Ad un certo punto ho scelto di fermarmi per un po’ di più a casa e questo forse è bastato per prendere questa strada. Allo stesso modo oggi non volevo parlare di Iran, ma il fatto è che in questo momento ne stanno parlando tutti, spesso a sproposito, perciò mi sembrava giusto rendere omaggio a questo paese meraviglioso, non fosse altro che come augurio.
Il mio personale primo incontro con l’Iran è stato nel 2018. All’epoca lavoravo già per Fotografia Europea ed ancora si presentava il progetto del “paese ospite”, un modo per approfondire realtà fotografiche extraeuropee. Il tema di quell’anno era Rivoluzioni e come paese ospite si è pensato di scegliere l’Iran. E’ stato così che sono entrata in contatto con la cultura e l’arte iraniana. Ho scoperto che potrei fisicamente essere una ragazza di Teheran, ho capito cosa significa non ricevere mail e temere per l’incolumità delle persone da cui attendi risposta ed ho sperimentato l’arte persuasiva e contrattuale persiana. Tra i curatori con cui abbiamo lavorato, uno risiede in Italia perché discendente di funzionari dello Shah e per questo impossibilitato a tornare in Iran se vuole vivere in libertà. Gli altri invece sono docenti universitari e curatori indipendenti che spero vivamente stiano bene.
Quell’anno, la persona che ci aveva messo in contatto con questa realtà, moglie dell’ex ambasciatore italiano in Iran, ci aveva promesso di accompagnarci in un viaggio a Teheran che descriveva come una città meravigliosa. Io spero vivamente che questo prima o poi possa avvenire, ma al momento sento semplicemente di aver perso la mia grande occasione.
Per cercare di comprendere meglio la storia del paese all’epoca avevamo letto Shah in shah di Ryszard Kapuściński. Kapuściński, giornalista storico polacco, tra le altre cose, ha scritto anche della rivoluzione iraniana cercando di spiegare come fosse il governo dello Shah Reza Pahlavi, come è stata la rivoluzione e perché le persone hanno appoggiato quello che di fatto si è successivamente trasformato in un regime. La storia spesso ci insegna come purtroppo molte rivoluzioni culmino poi in una repressione maggiore di quella delle monarchie. Ci insegna anche che i popoli vogliono essere liberi e spesso lottano semplicemente per difendere la propria cultura e la propria identità. La storia dell’Iran è molto complessa e difficilmente comprensibile da un punto di vista occidentale. Soprattutto quando proprio gli stati occidentali, Stati Uniti e Regno Unito su tutti, si trovarono ad appoggiare il governo dello Shah per ottenere in cambio il controllo dei giacimenti petroliferi del Paese. La rivoluzione iraniana del 1979 non fu portata avanti infatti soltanto da gruppi islamici, ma anche da confederazioni laiche e di sinistra che volevano contrastare l’occidentalizzazione della monarchia e di fatto il controllo diretto degli Stati Uniti. D’altronde Reza Pahlavi era al potere proprio grazie ad un colpo di stato ai danni del primo ministro regolarmente eletto Mohammad Mossadeq, deposto nel 1953 tramite l’intervento dei servizi segreti inglesi e statunitensi proprio perché si opponeva alla svendita del petrolio sostenendo che fosse una risorsa del popolo iraniano.
Suona molto familiare in questi ultimi tempi come strategia, tuttavia va riconosciuto che il popolo iraniano fosse oppresso prima dalla monarchia dei Pahlavi, meno ideologizzata a livello religioso, ma ugualmente autoritaria rispetto a libertà personali ed oppositori, poi dal regime degli Ayatollah.
In questo contesto di repressione, gli iraniani hanno continuano sempre a coltivare la bellezza, tanto che sono moltissimi gli artisti iraniani contemporanei, anche di fama internazionale.
Tra questi si collocano i registi Abbas Kiarostami e Asghar Fahradi, l’artista e regista Shirin Neshat, le fotografe Gohar Dashti, Shadi Ghadirian, Newsha Tavakolian, Hoda Afshar. Tutte donne, molte di loro vivono all’estero perché è l’unica possibilità per loro di fare arte in modalità di libera espressione. I loro lavori sono spesso velati con un’aura di malinconia, una sorta di tristezza esistenziale che si trasforma in una certa forma di decadentismo dai colori caldi ed io l’Iran l’ho identificato proprio così. Con questa malinconia pronta a lasciare spazio alla poesia ed a nuove rivoluzioni che portino bellezza e non repressione.
Dal 2018 ho incontrato più volte opere di artisti iraniani, la stessa Shirin Neshat è stata esposta con un lavoro sulla scrittura persiana nel 2019 a Palazzo Magnani nell’ambito della mostra WAWW (inoltre sta lavorando a Parma ad un Orfeo ed Euridice di Gluck che arriverà al Teatro Valli in primavera), Hoda Afshar esposta a Fotografia Europea nel 2022, Marie Sumalla e Gazhal Golshiri esposte solo lo scorso anno con un bellissimo progetto di documentazione realizzato raccogliendo video amatoriali di proteste in Iran seguite all’uccisione di Mahsa Amini. Per atti rivoluzionari si intendono anche gesti che per noi rappresentano la quotidianità come ballare o cantare in pubblico e lasciare i capelli a vista. Anche gli atti rivoluzionari in Iran sono poetici.
Alla fine del 2025 ho letto il libro di Lella Costa, da cui è tratto anche uno spettacolo teatrale, Se non posso ballare non è la mia rivoluzione, frase di Emma Goldman, femminista ed anarchica degli anni ’30. Ironico che si chiamasse “uomo d’oro”, forse il miglior uomo è una donna ribelle e allora speriamo siano loro a guidare la rivoluzione, ma speriamo soprattutto che l’Iran possa essere quel paese splendido che è in libertà.
Enjoy!
F.T.
L’immagine di copertina è di Hoda Afshar dal progetto Speak the wind

