LA COSTRUZIONE DELLA CITTA’ MODERNA

Eccoci qui,

dopo un mese passato ben poco sul divano. Sono tornata, nonostante tutto, e spero di lasciarvi con diversi consigli per le vacanze natalizie, visto che ormai il vischio è ovunque. Vi riaccolgo subito con una domanda: conoscete bene la vostra città?

Il titolo di oggi non è mio, bensì dell’ultima mostra a cui ho lavorato. E’ un titolo che raccoglie in realtà una lunga ricerca svolta dai curatori della mostra, Giordano Gasparini ed Andrea Zamboni, negli archivi di diversi architetti di Reggio Emilia, otto per la precisione, che hanno lavorato tra gli anni ’20 ed i ’60 del Novecento. Solo alcuni di questi fondi sono privati, 3 su 8, mentre gli altri sono catalogati alla Biblioteca Panizzi, la biblioteca comunale.
Come saprete io non sono reggiana DOC, oltre ad essere sangue misto, sono pure della Bassa ed ho studiato a Milano. La morale di questa storia è che non conosco così bene la mia città, soprattutto dal punto di vista architettonico. Tuttavia, lavorando a Reggio Emilia, tante cose le ho imparate ed ho pensato che fosse carino condividerle.

Reggio Emilia è una città che non ha molto da offrire a primo acchito dal punto di vista architettonico. Probabilmente per questo motivo si è sviluppata sui servizi e sul buon vivere, mentre dal punto di vista artistico ha puntato tutto sul contemporaneo. Da questa obiettivo nascono investimenti pubblici come i ponti di Calatrava all’ingresso della città, la stazione Mediopadana, il rinnovo dei Musei Civici da parte di Italo Rota e così via. Se avete studiato anche voi architettura e mi leggete (siamo solo architetti là fuori ormai) saprete che in Italia abbiamo dei grossi problemi di considerazione del contemporaneo, che non viene preso mai troppo in considerazione considerando i tesori classici e rinascimentali che abbiamo. La valorizzazione e la conservazione del contemporaneo è però uno dei grandi temi dell’architettura attuale, soprattutto per quanto riguarda tutto il comparto del Dopoguerra.

Certo non tutti hanno degli Scarpa o degli Albini a portata di mano, però Reggio, nel suo piccolo, ha avuto diverse esperienze interessanti e parecchie figure che, ad esempio, con Franco Albini e Franca Helg ci hanno lavorato. Sì proprio così: il quartiere reggiano della Rosta Nuova, quartiere residenziale della periferia sudorientale della città, fu una delle esperienze Ina – Casa progettata da Enea Manfredini, architetto reggiano, proprio con lo studio Albini Helg. Questa è cosa nota per i reggiani, così come il famoso “Villaggio architetti”, in realtà unità abitativa Nebbiara, così conosciuto in quanto progettato dalla Cooperativa Architetti, in particolare da Osvaldo Piacentini, come esperimento di cohousing supportato da famosi urbanisti dell’epoca. Quest’area è stata anche interessata in passato dalle così dette Jane’s Walk che prendevano a riferimento la metodologia di conoscenza urbana di Jane Jacobs, famosa sociologa americana che ha attaccato lo sviluppo della città metropolitana contemporanea.

La mostra, dal titolo appunto “La costruzione della città moderna: gli archivi degli architetti del ‘900 a Reggio Emilia” a Palazzo Da Mosto fino all’8 Febbraio 2026, esplora Reggio Emilia dal punto di vista degli archivi, attraverso moltissimi lucidi, fotografie, disegni. Tanti reggiani riconosceranno posti noti perché centralissimi ed ormai consueti della nostra città contemporanea, altri forse li vedranno per la prima volta perché rappresentano il “prima” ed il “come poteva essere”. In questa escursione tra le città possibili, quasi come se seguissimo i racconti delle città invisibili di Calvino, trovano spazi luoghi bellissimi, dall’armonia di altri tempi, come il Seminario Vescovile, ancora progetto di Enea Manfredini, che oggi è rinato come sede di UniMORE, oppure il primo stabilimento Max Mara (Pastorini/Salvarani) oggi trasformato della Collezione Maramotti. Fino ad arrivare all’Ospedale Santa Maria Nuova, l’ospedale cittadino, sì proprio lui, che quando hai bisogno di fare le analisi del sangue entri e sembra di essere sul set di Blade Runner. Sempre di Manfredini, pensate che fu costruito negli anni ’50 e venne considerato completamente sovradimensionato rispetto al fabbisogno reggiano, e invece, non ebbe ampliamenti fino agli anni ’80 proprio per la lungimiranza del progettista. Qui si intrecciano naturalmente anche le storie di committenti lungimiranti, ma non vi racconto altro per non fare come chi rivela i finali dei film!

Insomma una bella mostra da Umarell, che permette però di osservare con obiettività le potenzialità architettoniche contemporanee della nostra città. Chissà che così non se ne innamorino anche altri!

Enjoy!

F.T.

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