Eccoci qui,
questa mattina dritti dritti da un treno che mi porta a Torino. Facciamo questa esperienza da vera blogger che, vista la scomodità, abbandonerò presto per la mia posizione standard alla scrivania con tazza di tè.
Sperando che mi passi la nausea da scrittura in treno, vi invito a chiedervi chi può aver proclamato il titolo di oggi. Ammetto che potrebbe assolutamente essere stata pronunciata da innumerevoli miei amici o conoscenti … invece no. E’ una frase di Diane Keaton, che ormai saprete tutti essere scomparsa. Io arrivo sempre in ritardo, ma ho voluto interrompere un momento la narrazione del Marocco per ricordare una vera icona di stile, oltre che una grande attrice.
Sicuramente vi sarete imbattuti in alcuni suoi film, io credo che l’ultimo rivisto sia stato il grande classico Io ed Annie di Woody Allen. Con il regista Diane Keaton ha avuto una vera e propria relazione, sia professionale che affettiva. Anche dopo la fine dell’amore, pare che Allen interpellasse sempre Keaton per sapere se una sceneggiatura funzionava o meno. Se a lei piaceva era tranquillo, se non le piaceva significava che doveva cambiare qualcosa. E’ stato lui stesso a confessarlo ricordandola nei giorni scorsi.
Che Diane Keaton fosse in grado di influenzare positivamente gli altri è chiarissimo fin dai suoi primi lavori, non solo l’iconico Io ed Annie, ma anche Il Padrino. Lei sembrava emanare qualcosa che andava oltre al ruolo dell’attrice. Indiscutibilmente è diventata ben presto un’icona di stile per quegli anni: pantaloni da uomo portati con camicia e cravatta, lunghi abiti boho, cinture, gilet … ha sicuramente contribuito alla definizione di uno stile ben preciso, quello classico/creativo, in cui l’utilizzo di elementi sartoriali si combina in modo spontaneo e divertente. Non pensate che fosse tutto merito del costumista, in questo caso pare che Ruth Morley, costumista del film, sia stata messa a tacere da Woody Allen chiedendo di far indossare a Keaton ciò che preferiva. Quello che vediamo nel film è davvero il suo stile ed il personaggio probabilmente è molto ispirato alla figura di Diane Keaton, che all’anagrafe si chiamava proprio Annie Hall.
La gioia di ogni attore e l’incubo di ogni costumista, per Diane Keaton ha funzionato perfettamente perché con la sua performance ha lasciato un segno indelebile, io personalmente penso anche attraverso il suo guardaroba. Keaton però, come spesso succede per le arti, non amava soltanto frugare nei negozi vintage di Manhattan, al contrario pare che tra le sue passioni vi fosse anche specificatamente l’architettura. Cosa testimoniata dal suo attivismo in questo campo che ha permesso il salvataggio di una delle ville di Frank Lloyd Wright.
Faccio una premessa: negli Stati Uniti vige una politica di conservazione molto diversa da quella che conosciamo noi europei. Per una serie di motivi ben precisi e radicati, come che la maggior parte degli edifici sono privati (e sono tali privati a decidere che farne) e che si parla prevalentemente di architetture contemporanee, dal XIX secolo in avanti. Ad onor del vero, anche in Italia è molto complesso gestire la conservazione di edifici degli ultimi cinquant’anni, perché non vengono considerati ugualmente di valore rispetto alle strutture monumentali storicizzate che sono così numerose nella penisola. Questo a torto a mio parete, anche se ultimamente si stanno diffondendo più consapevolezza in questo senso, grazie appunto all’operato di storici e giornalisti che cercano di diffondere una maggior cultura del contemporaneo per preservarlo alle generazioni future.
Bene, tutto ciò negli Stati Uniti non esiste proprio ed è noto che uno dei principali architetti americani, Frank Lloyd Wright appunto, non possegga quasi più edifici costruiti. Delle sue meravigliose e visionarie architetture sono rimasti soltanto i progetti e qualche struttura privata (come ad esempio la famosissima Casa sulla cascata). In particolare negli Stati Uniti esiste il National Trust for Historic Preservation, un ente che classifica gli edifici storici in gradi di rischio di stabilità e tenuta. Gli edifici inseriti in questa lista vanno incontro a demolizione sicura.
E’ proprio da qui che Diane Keaton ha iniziato le sue battaglie di conservazione, in particolare nel 1994 dalla Ennis House, villa unifamiliare nel quartiere di Los Feliz a Los Angeles. La villa era stata progettata appunto da Frank Lloyd Wright negli anni ’20 con l’utilizzo dei textile block, come altri più famosi edifici realizzati dall’architetto in California. Ora, brevemente, Frank Lloyd Wright è stato un genio assoluto dell’architettura ed amava moltissimo sperimentare nuove tecnologie. Senza voler fare un’intera storia dell’architettura, ci sono stati momenti precisi della sua carriera in cui Wright ha giocato con l’utilizzo di elementi prefabbricati in calcestruzzo. Non pensate al brutalismo, qui siamo proprio su di un altro pianeta. Si tratta di elementi che, seppur standardizzati, presentano un’iconografia molto particolare e fortemente decorativa. Sono pochissime le residenze e le fabbriche di Wright realizzate con questa tecnica sopravvissute all’ansia distruttiva statunitense. Ennis House è una di queste ed è anche uno degli edifici più estesi costruiti con textile blocks. L’aspetto futuristico della costruzione ha fatto sì che la villa fosse anche utilizzata come set nel film Blade Runner (il primo e originale del 1982).
Grazie a Diane Keaton, questo gioiello dell’architettura americana è salvo, così come il Century Plaza Hotel, sempre a Los Angeles, realizzato negli anni ’60. I proprietari avevano deciso di realizzare un progetto di ristrutturazione integrale e non conservativa dell’albergo, radendolo al suolo viste le problematiche strutturali, ma Keaton definì tale progetto “parte di un attacco poco ispirato all’architettura su larga scala degli anni ’60 a Los Angeles” e vinse la sua battaglia ancora una volta. L’hotel fu ristrutturato, ma conservando la propria forma originale e preservandone la storia. Fallì invece purtroppo nei tentativi per salvare l’Ambassador Hotel, teatro dell’assassinio di Robert F. Kennedy e risalente agli anni ’20.
Lei stessa acquistò inoltre nel 2007 la Alfred Newman House, realizzata nel 1948 dal figlio di Wright, Lloyd Wright (gran fantasia in architettura in famiglia, ma poca all’anagrafe), ristrutturandola attraverso un importante restauro e rivendendola nel 2020 per un prezzo pari a 9 milioni di dollari circa.
Una storia di amore consolidata insomma, confessato nel 2008 su un editoriale sul Los Angeles Times dedicato all’iconico Ambassador Hotel che non riuscì a salvare:
Non capirò mai perché l’architettura sia considerata una cugina di secondo grado della pittura e del cinema. Non abbiamo mai sposato la nostra passione per l’architettura. Un edificio, a differenza di una tela o di un DVD, è un’enorme opera d’arte con molteplici usi. Guardiamo film negli edifici. Osserviamo i dipinti sulle loro pareti. Preghiamo nelle cattedrali. Viviamo in luoghi che chiamiamo case. La casa ci dà la fede nella convinzione di una vita ben vissuta. Quando demoliamo un edificio, cancelliamo lezioni per il futuro.
Per oggi vi lascio così, con queste parole di Diane Keaton, un’icona di moda, di stile e di architettura, nella speranza che abbia influenzato tanti a tutto tondo.
Enjoy!
F.T.





