Eccoci qui,
in un momento non proprio serenissimo per la nostra civiltà occidentale. Ritorno su questi schermi dopo un mese di stop ed ammetto che in parte sia stato a causa del bellissimo viaggio in Marocco da cui sono rientrata due settimane fa (oltre che per gli impegni che mi hanno sopraffatta successivamente) ed in parte perché non è semplice pensare di scrivere di arte ed architettura per me ora. So perfettamente, perché è il mio lavoro e perché è quello su cui la Fondazione per cui lavoro insiste e sperimenta, che l’arte può essere cura, svago e distrazione, ma spesso ultimamente sento l’urgenza di condividere altre notizie che mi appaiono come più importanti.
Per questo sono stata assente un po’ più del previsto, fino a quando non ho ricordato perché ho iniziato a scrivere ormai dieci anni fa: volevo condividere un po’ del mio lavoro, un po’ della mia esperienza, perché so che il bello può portare bello e so anche che per molti questo è un mondo magico ed inaccessibile. Condividere cose che ci emozionano può aiutare laddove non ci si senta sereni o quando il mondo sembra prendere strade completamente sbagliate.
Così sono qui, a raccontarvi pian piano quello che ho vissuto in questo mese, ovvero un viaggio che ho pensato per molto tempo, in un paese dove spero di tornare. C’è stato un periodo in cui i viaggi mi davano un sacco di FOMO – Fear Of Missing Out – paura di essere tagliati fuori diremmo. Avevo la sensazione di dover vivere appieno un luogo, soprattutto se lontano, con la convinzione che non sarei tornata mai più perciò quello che c’era da vedere andava visto subito!
Da quando ho iniziato a fare surf mi capita invece di tornare spesso negli stessi luoghi e di avere la possibilità di viverli diversamente. Il ritmo lento di queste vacanze mi hanno permesso di mettere da parte le mie paure e di pensare in piccolo, ad esplorare quello che è vicino … ciò che resta fuori lo vedrò nel prossimo viaggio, chissà quando, chissà come. E’ un po’ con questa modalità che voglio raccontarvi del Marocco, un pochino alla volta, procedendo pian piano. Bene, oggi partiamo dalla fine, per varie ragioni. Innanzitutto perché questa è forse una delle ragioni principali della scelta della mia destinazione: i Jardin Majorelle.
I Jardin Majorelle si trovano a Marrakech, dove io sono approdata dopo 12 giorni di viaggio on the road, in quella che viene definita la cité nouvelle e sono famosi per essere stati la residenza dello stilista francese Yves Saint Laurent. Chi mi segue da un pochino forse ricorderà un articolo in cui parlavo di due film incentrati sulla vita di Saint Laurent, una pellicola di Jalil Lespert e l’altra di Bertrand Bonello. Io ho visto soltanto la prima (sperando di recuperare al più presto la seconda) e sono rimasta incantata dalle scene girate all’interno della villa a Marrakech. Sono rimasta incantata un po’ da qualsiasi cosa: i costumi, le location, la storia personale dello stilista … possiamo dire però con certezza che, da quel momento, l’idea di visitare i Jardin Majorelle è diventata una necessità non negoziabile.
Finalmente sono riuscita ed ho scoperto che questo luogo così magico ha in realtà una storia tutta sua e che è stato a tutti gli effetti salvato da Yves Saint Laurent e dal compagno Pierre Bergé.
Inizio con il dire che Marrakech è esattamente come ce la immaginiamo: affascinante, misteriosa, sensuale. Ormai purtroppo una sorta di Venezia marocchina dove l’attrazione principale sembrano essere i molteplici suk che hanno la funzione primaria di farti perdere e quella secondaria, ma non meno forte, di farti desiderare qualsiasi cosa tu veda. Marrakech è però anche costellata di giardini e parchi, dove è possibile riacquisire quell’idea del vivere lento che si trova in altri luoghi in Marocco. Tra gli altri cito soltanto: il meraviglioso Jardin Secret, il Parc Lalla Hasna (unico punto da cui in questo momento è visibile la moschea senza impalcature), il bellissimo e nuovissimo Cyber Park, i giardini dell’hotel di lusso La Mamounia – visitabili anche se non si alloggia lì – fino ai Jardins de la Ménara, da cui prende il nome l’aeroporto. Per non parlare poi di tutte le oasi più o meno lussuose dei riad sparsi per la Medina.
Nessuno di questi avamposti verdi, in una città da 40 gradi all’ombra, si trova nella Cité Nouvelle, ovvero la parte della città costruita a partire dagli anni ’20 sotto il consolato francese. In quest’area, il pittore francese Jacques Majorelle comprò un palmeto nel 1922, dopo essersi trasferito a Marrakech innamorandosi dei colori della Medina. Essendo un amante della botanica, chiese all’architetto Paul Sinoir di ispirarsi ai giardini tradizionali marocchini e gli commissionò anche una villa in stile moresco in cui allocare sia la sua dimora che il suo studio d’artista. Fu l’artista stesso a creare il blu Majorelle, che prese appunto il suo nome, per dipingere le pareti della sua dimora, nonché pareti di recinzione e vasi del giardino che si conformò sempre più come un connubio di arte e botanica. Il risultato è una sorta di paradiso terreste in cui piante e fiori di ogni tipo sono disposti in aiuole bordate ed organizzate attorno a canali artificiali per il sistema idrico.
Nel 1947 Majorelle decise di aprire il suo giardino al pubblico, ma a seguito di un incidente d’auto nel 1962 tornò a Parigi dove morì. Fu quattro anni dopo che Yves Saint Laurent e Pierre Bergé conobbero il giardino durante il loro primo soggiorno a Marrakech, ma decisero di acquistare la proprietà solo nel 1980 per salvare questo luogo da un progetto di un real estate. Da quel momento questa diventò la loro casa e la volontà di Saint Laurent fu quella di lasciarlo in dono alla città, per questo oggi è visitabile il giardino ed una parte della villa moresca dedicata al Museo Berbero (altra storia di cui dovrò parlarvi per forza).
Diciamo che pur essendo diventato forse una delle attrazioni maggiormente turistiche della città, il giardino conserva il suo fascino. L’accostamento del blu Majorelle con il giallo acceso, il verde delle palme, enormi, il colore dei fiori, lo rendono una spazio quasi fuori dal tempo in cui tutto giace immobile. Fa sorridere pensare alla calma di questo luogo che deve aver assorbito le diverse turbolenze dello stilista, che ha convissuto sempre con esaurimenti nervosi, depressione e conseguenti dipendenze. Doveva essere un luogo di pace tuttavia anche per lui, considerando che le sue ceneri sono state sparse nel roseto della villa Oasis. Pace per modo di dire poi, perché di folla ce n’è sempre moltissima, tanto che si entra per fasce orarie non modificabili.
Nonostante ciò il giardino ed il museo berbero valgono sicuramente la visita. Inoltre poco distante è stato recentemente costruito il museo Yves Saint Laurent che ospita mostre temporanee sia con l’archivio della Fondazione Pierre Bergé – Yves Saint Laurent che ospitando archivi esterni. Inaugurato nel 2017 e premiato nel 2018 con il Design Award, il museo è stato realizzato dal francese Studio KO. Anch’esso è stato realizzato seguendo la tradizione marocchina della terra cruda che, in questo caso, riveste una struttura in cemento e granito. Comprende oltre al meraviglioso percorso espositivo (non fotografabile) un auditorium, una caffetteria ed uno spazio esterno. Sicuramente il museo richiama più l’eleganza formale dello stilista che il folklore locale dei colori del Jardin Majorelle. E’ comunque una struttura che sa tradurre perfettamente la tradizione locale in forme contemporanee.
Ora, come in una serie a puntate, non mi resta che dirvi che vi aspetto per le prossime tappe del viaggio. Spero intanto di avervi distratto un poco dalla nostra quotidianità.
Enjoy!
F.T.
Tutte le immagini dell’articolo sono di mia produzione.





