NO MORE SUPER POWERS

Eccoci qui,

a Settembre iniziato alla grandissima. Dicono che ormai il primo di settembre sia il nuovo primo gennaio … non per me per fortuna, che vi lascio oggi con una riflessione sulla politica nell’arte e tornerò a fine mese perché finalmente è giunta l’ora del mio viaggio annuale.

Molto spesso ho sentito dire che l’arte non deve piacere per forza, perché è un bene superfluo, non necessario. Questa teoria, in realtà, è sempre più smentita da moltissimi studi che identificano l’arte come un potentissimo mezzo di riconnessione per l’individuo, che può addirittura sfociare nell’essere tramite di cura, intesa più che altro come benessere.
Gli stessi che affermano che l’arte non deve piacere immagino sposino anche la teoria che l’arte non possa essere politica, in quanto il suo scopo è solo quello di sublimare l’esistente.

Voi vi siete mai chiesti se l’arte possa essere politica e se questo sia giusto o sbagliato?

Oggi io vorrei parlare di questo perché per me la risposta è sì, l’arte può e deve essere politica. L’arte da sempre rappresenta l’espressione della nostra anima, ci sentiamo più o meno vicini a determinati artisti proprio per semplice affinità o gusto. Spesso non sappiamo motivare nemmeno noi la nostra scelta, è un moto emotivo. Bene, in questo mondo sottosopra dove l’essere umano è sempre più individuo e sempre meno parte di una comunità, io penso che l’arte possa essere un mezzo fondamentale per scardinare coscienze.

L’ha sempre fatto se ci pensate, soprattutto se ampliamo il concetto di arte estendendolo alle arti, non solo pittura o scultura, ma anche e soprattutto teatro, cinema, musica, performance. Anche nell’arte figurativa comunque non si scherza, soprattutto quando diventa denuncia (pensate a La zattera della Medusa di Géricault, giusto per fare un esempio non così recente), ugualmente nell’architettura. I più grandi nomi dell’architettura del Novecento aderivano apertamente a certe idee politiche e per questo sono stati esiliati, osteggiati o apertamente sostenuti dai regimi vigenti. L’arte contemporanea poi è diventata apertamente politica, in particolare nel momento in cui fa riflettere attraverso opere o performance, su quella che è società in cui viviamo.

Ora vorrei che faceste un esercizio: pensate all’opera più politica che vi venga in mente in questo momento. Molto facilmente sarà un’opera di denuncia e molto facilmente si tratterà di arte pubblica o di street art. Questo avviene perché questa forma artistica nasce apertamente come contenuto di dissenso, spesso da parte di minoranze o di figure che si schierano apertamente contro il sistema vigente. Forse è proprio per questo che soltanto ultimamente ha guadagnato la dignità di altre forme artistiche.

Sono moltissimi gli street artists che fanno politica attraverso le loro opere, forse il più famoso è Banksy. Se siete passati da Bologna nell’ultimo decennio, vi sarà capitato sicuramente di imbattervi anche in qualche manifesto del collettivo CHEAP. CHEAP è un progetto indipendente, nato proprio dalla strada che si presenta attraverso piccoli atti di guerrilla urbana, manifesti principalmente. Loro stessi si definiscono come visionari che vivono lo spazio pubblico anche come luogo di scontro e dissenso.

La pratica artistica di CHEAP propone una visione della città altra: queer, transfemminista, antirazzista, indisciplinata. Una visione che passa attraverso la disobbedienza del visivo e il sabotaggio del simbolico, un invito a praticare conflitto e cura nello stesso gesto.”

CHEAP organizza ormai dal 2013 delle azioni urbane attraverso l’uso della carta in grande formato, oggi però ve ne parlo perché è loro quest’anno la curatela della mostra fotografica che ogni anno si accompagna al Festival di Emergency che si tiene in questi giorni a Reggio Emilia. Anche se oggi è l’ultimo giorno di conferenze, la mostra proseguirà ai Musei Civici fino al 26 Ottobre.
Non è mai una mostra facile, presenta immagini raccolte dai progetti di Emergency in giro per il Mondo che riguardano la cura e l’assistenza. Gli sguardi dei fotografi non fanno sconti ed è facile incontrare immagini crude, che già di per sé dovrebbero essere politiche.

Foto Minevacanti

Tuttavia CHEAP quest’anno secondo me ha il merito di avvicinare maggiormente ad un tema complesso, come quello della guerra, della cura e dell’ipocrisia della nostra società. Lo fa attraverso quella che è la sua forma espressiva: ovvero lo slogan su grande formato. Come slogan prende frasi fortissime che escono direttamente dalla voce di Gino Strada, fondatore di Emergency. Tra gli altri, ad esempio, il famosissimo “non tutte le guerre sono inevitabili“, che dovrebbe farci seriamente riflettere sulla narrazione odierna dei conflitti, ma anche “la guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri” ed il mio preferito “L’utopia non è una cosa campata per aria, irraggiungibile, è semplicemente qualcosa che non è ancora successa”.

Foto Minevacanti

In un mondo dove due guerre mondiali ed infiniti conflitti fratricidi, non ci hanno ancora insegnato che bisognerebbe forse trovare una terza via tra la guerra e la pace (se questa non fosse davvero possibile), io penso che la cosa che più colpisca dell’intero percorso sia il primo articolo della Costituzione Italiana stampato a caratteri cubitali all’ingresso:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli o come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”

Chissà cosa penserebbero i padri costituenti oggi. Se la politica è accecata dal denaro, io penso che sia compito dell’arte, in quanto strumento di empatia e riflessione, farsi politica.
La mostra è stata realizzata non soltanto attraverso materiali di archivio di Emergency, ma anche attraverso una call aperta a tutti gli artisti, creativi e pensatori che avessero voluto consegnare una grafica o uno slogan.

Foto Minevacanti

Fate l’amore, non fate la guerra.

Enjoy!

F.T.

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