VIAGGIO DI RITORNO

Eccoci qui,

ad estate iniziata pienamente, con foto di gente che viene e gente che va. Lo avete identificato il trend di quest’estate? Quali sono le mete più gettonate?
Qui, nonostante tutto, di viaggi ancora non se ne parla, di ferie sì per fortuna. In questo momento in cui cerco di organizzare le mie, di ferie che, ahimè, saranno a Settembre, mi sono imbattuta in un reel che parlava di una argomento emerso alle cronache qualche anno fa e sempre attuale.

Pare che il British Museum sia davvero pronto alla restituzione di alcuni pezzi del Partenone alla Grecia. So che l’associazione mentale è difficile da comprendere, ma portate pazienza … qui va così. Come sarebbe partire per un viaggio e non fare ritorno. A volte succede, soprattutto agli esploratori più accaniti che continuano a cercare un tesoro dopo l’altro e, ad una certo punto, non possono più fare a meno di viaggiare.

Non ci pensiamo mai, ma di base questo è ciò che è successo a milioni di reperti, di varie epoche passate, in tutto il mondo, ma soprattutto in Occidente. Se ci pensate il nostro sistema museale si basa fondamentalmente su una cultura coloniale. Le opere che vediamo esposte nei nostri musei e che ci fanno restare a bocca aperta per la loro bellezza, sono spesso frutto di conquiste, saccheggi, guerre. Nella migliore delle ipotesi sono state acquistate da qualche collezionista che poi le ha cedute alle varie istituzioni ospitanti. Rappresentano in ogni caso una cultura elitaria che parte dall’alto per educare la società e che spesso è volta a mostrare la grandezza (e la ricchezza) della propria nazione.

Vi siete mai chiesti quanta supponenza culturale vi sia dentro al Louvre piuttosto che al Prado o al British Museum? Tutte queste istituzioni, che noi riteniamo giustamente pietre miliari della cultura occidentale, sono in realtà spesso derivate da politiche coloniali che hanno sottratto elementi storici e fondanti ad altre culture o etnie. Nessuno escluso naturalmente, anche qui in Italia non scherziamo.

La questione è balzata in cima alle cronache nel 2023 quando l’UNESCO ha chiesto proprio al British Museum la restituzione dei marmi del Partenone al legittimo proprietario, la Grecia. A questa richiesta ha fatto seguito quella della Cina che ha domandato alla stessa istituzione oltre 23mila reperti sottratti in epoca coloniale, seguita a ruota da India, Nigeria e Sudafrica. A scatenare questa ondata di richieste pare essere stata l’incapacità, da parte del museo, di gestire l’intera collezione, facendo sì che alcuni pezzi venissero sottratti (pare da dipendenti stessi del museo) per essere ritrovati in vendita su eBay.

Sebbene il British Museum abbia in passato restituito alcuni reperti ad atrettanti governi di ex-colonie dell’impero, sulla questione è poi sceso il silenzio e l’istituzione non pare avere alcuna intenzione di restituire parte dei suoi pezzi più conosciuti ad oggi.

La questione tuttavia è molto complessa: c’è chi giustamente sostiene che sia giusto restituire ai paesi, ormai indipendenti, un pezzo della loro storia, che potrebbe portare identità culturale e ritorni diretti (soprattutto turistici) ai paesi d’origine; c’è anche chi fa però presente che le collezioni rappresentano a loro volta un’identità culturale, una storia che, seppur fatta di conquiste, non è giusto cancellare.

Io non sono un’antropologa e sicuramente non ho strumenti per darvi una soluzione a questa questione per nulla semplice. Sono solo una persona che lavora nelle istituzioni culturali e penso sinceramente è che sia giusto anche soltanto riflettere sulla questione, metterla sul tavolo. Se la consideriamo infatti, possiamo affermare che nessuno di noi, ad oggi, pensa al museo come a qualcosa che non ci appartiene. Ci sentiamo totalmente rappresentati dalle istituzioni culturali occidentali e difficilmente riusciamo a scardinare questa idea di conquista e soprusi che le collezioni inevitabilmente contengono. Anzi sempre più utilizziamo le istituzioni museali come una forma di mediazione nelle nostre società sempre più multietniche. Inoltre, se devo proprio essere sincera, penso che il museo più bello che io abbia mai visto sia il Pergamon di Berlino, con la famosissima porta di Ishtar dell’antica Babilonia, che difficilmente avrei potuto vedere diversamente, ma che risponde appieno alle dinamiche enunciate.

E’ perciò indiscutibile, credo, che la cultura possa e debba essere un luogo di incontro. Sempre più, alla cultura in generale, ed ai musei nello specifico, è chiesto di prendere posizione. Di usare l’arte come forma di espressione di ciò che è giusto, di farsi guidare da chi è riuscito a realizzare qualcosa di sublime perché riesca ad essere di esempio, ad unire piuttosto che dividere, perché nell’universale, solitamente, ci incontriamo. In quest’ottica, forse, quello che sarebbe giusto è decidere di intraprendere questa via di dialogo per davvero, quantomeno esplicitando ciò che non è proprio. Lavorare perché questi beni non vengano più mostrati come conquiste (quando non restano chiusi nei magazzini), ma come opportunità di confronto e conoscenza rispetto ad altre culture. Sono già moltissimi i curatori e gli artisti che hanno scelto di lavorare su questo tema e penso sia una delle questioni più attuali della museografia contemporanea.

Magari proprio nell’identificazione di una nuova via culturale, che non rivendichi, ma collabori, potremmo trovare una via di pace e distensione. Voi cosa ne pensate?
Chissà se i marmi del Partenone faranno mai ritorno ad Atene, quello che è sicuro è che la cultura dovrebbe essere sempre uno spunto di riflessione, sia sulla nostra storia che su quella degli altri. Pensateci nelle vostre peregrinazioni estive.

Buone ferie a tutti!

Enjoy,

F.T.

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