Eccoci qui,
riappaio oggi sui vostri schermi giusto giusto per l’inaugurazione della Biennale di Venezia. Sì, proprio oggi, sabato 10 Maggio, inaugura la 19ma edizione della Biennale Internazionale di Architettura di Venezia, con curatela che torna in Italia con Carlo Ratti.
Io ho pensieri molto contrastanti sulla Biennale di Architettura. Ricordo con enorme piacere le prime Biennali a cui ho partecipato. Quando studiavo architettura sfidavo, con i miei compagni di studio, le intemperie (riducendoci sempre all’ultimo weekend di Novembre) ed i ponti per arrivare all’arsenale e tutto mi sembrava magico. Lo spazio, mai visto prima, gli allestimenti grandiosi, i progetti proposti, il livello di innovazione.
Ecco, questa magia nel ultimi anni è sfumata perché mi sembra che la biennale di architettura assomigli sempre più alla design week. Eventi collaterali ovunque, installazioni bellissime, ma francamente poco utili al futuro dell’edilizia, padiglioni dei giardini più vicini all’arte che all’architettura.
Il punto sta tutto un po’ qui e devo dire che l’edizione di quest’anno non parte benissimo. Presidente della giuria è Hans Ulrich Obrist, direttore artistico della Serpentine di Londra e curatore di fama internazionale, accanto a Paola Antonelli, che io personalmente adoro, ma che appartiene ugualmente più al settore del design sostenibile e dell’allestimento museale che a quello dell’architettura. Unica esponente della categoria la povera Mpho Matsipa, che non viene considerata sicuramente al pari degli altri come fama, ma che è docente e teorica dell’architettura. La triade proposta insomma, mi fa sospettare che, ancora una volta, l’architettura sarà un poco accantonata a favore non di una discussione concreta, ma per presentarla come disciplina creativa ed artistica per eccellenza. Così tutti noi architetti ci sentiremo geniali e penseremo di creare tante cose belle.
Non fraintendetemi, chi segue questa pagina sa benissimo che io sono assolutamente favorevole all’interdisciplinarità ed allo scambio tra i vari saperi, che reputo sempre arricchente. Forse il mio, al contrario, è solo stupore … vuoi che per una volta io sia stata effettivamente lungimirante ed abbia orientato la mia carriera professionale nella direzione del mondo artistico e non in direzione ostinata e contraria? Chi può dirlo. Fatto sta che le premiazioni di questa mattina, non fanno altro che confermarmi l’impressione iniziale.
Il Leone d’oro per miglior paese partecipante va al Bahrain, con il progetto Heatwave, che si propone di analizzare nuove proposte tecnologiche per sopravvivere in condizioni climatiche estreme, come quelle appunto del deserto. Bene, questo progetto è stato premiato per l’attenzione alla sostenibilità, il chè mi pare paradossale se parliamo di costruire città nel deserto … è come dire che spedire persone su Marte sarà il miglior modo di risparmiare energia.

Leone d’oro per la miglior partecipazione va invece ai miei amati Diller Sconfidio + Renfro con Canal Café, una sorta di punto ristoro/caffè, in cui un’installazione realizzata con cisterne piene di acqua dei canali veneziani, mostra il progetto di depurazione della stessa, che viene resa potabile fintanto da utilizzarla per realizzare un espresso offerto ai visitatori. Diller Sconfidio per me restano geniali ed inarrivabili. Avevo oggettivamente letto di questo progetto e pensavo di scriverne, ma ciò non toglie che, per quanto sia, per me, interessante utilizzare tecnologia e creatività per dimostrare in tempo reale un processo scientifico come quello della depurazione dell’acqua, penso anche che l’architettura oggi avrebbe moltissimi temi di cui parlare e tantissimo da approfondire, al di là di servire un caffè fatto con l’acqua del canale.

Mi dispiace tornare dopo un mese di assenza e pubblicare un articolo un po’ polemico, cosa che almeno qui cerco di evitare, solo che mi dispiace molto che temi delicati come la progettazione urbanistica ed architettonica, la regolazione dell’uso dei suoli, l’effettivo ruolo dei materiali e delle costruzioni riguardo alla sostenibilità vengano banalizzati e ridotti a letture in chiave pop. Sempre più semplificati, sempre più estetizzati, come se le persone non riuscissero effettivamente ad affrontare questioni più complesse.
Se la Biennale certamente, da un lato, in questo modo permette al grande pubblico di appassionarsi a temi di questo genere (posto che ve ne sia il bisogno, perché io personalmente penso che tutti dovremmo interessarci allo spazio in cui viviamo e in cui vogliamo costruire il nostro futuro), dall’altro sta perdendo il suo carattere avanguardistico per lasciare il posto a spazi da selfie.
Come sempre vi invito a valutare di persona queste mie impressioni, cosa che cercherò di fare anche io sicuramente. Magari tornerò poi con un articolo su quello che invece di buono sono riuscita a trovare.
In ogni caso Venezia stessa resta sempre un esempio magistrale di come l’uomo sia riuscito a trasformare una palude in qualcosa di magico e vale sempre vederla, viverla e stupirsene per ricordarci di quanto sia fragile il suo equilibrio.
Enjoy,
F.T.