Eccoci qui,
come promesso in altri lidi, oggi provo a raccontare le mie impressioni su quello che è stato uno dei primi incontri del festival Rigenera, che si sta tenendo a Reggio Emilia in questi giorni (fino al 13 Aprile) e di cui ho parlato nello scorso articolo.
Ieri pomeriggio ho partecipato alla Lectio Magistralis di Anupama Kundoo. Se non sapete chi sia, è abbastanza normale, nessun timore. Stiamo parlando di architettura, in particolare di quella che possiamo considerare la figura indiana più nota dell’architettura contemporanea. Per molto tempo il più noto architetto indiano è stato Charles Correa. Inoltre l’India ha una lunga storia con l’architettura nel secolo passato. Sono noti infatti gli interventi a Chandigarh di Le Corbusier, che sul terreno vergine indiano ha provato a realizzare la sua personale città ideale, così come le esperienze di Louis Kahn, partendo più o meno dagli stessi presupposti.
La storia di Anupama Kundoo però è diversa. Lei nasce a Pune e studia architettura a Bombay, per poi trasferirsi in Germania, dove consegue un dottorato alla Technische Universitaet. A Berlino vive ed insegna tutt’ora, ma i suoi lavori si sono svolti soprattutto in India dove è diventata una delle maggiori esponenti dell’architettura vernacolare. Si parla solitamente di architettura vernacolare quando intendiamo una rivisitazione degli stili classici locali, questo però non calza molto con la progettazione di Anupama ed è lei stessa a rigettare questa definizione.
Il suo lavoro infatti si qualifica come altamente tecnologico in realtà, anche se all’apparenza utilizza materiali locali ed a basso costo. E’ così perché Anupama ha deciso di investire la sua carriera ed i suoi sforzi nella ricerca, allo scopo di ciò che lei definisce Rethinking Materiality.
In altre parole Anupama è estremamente attenta all’uso ed allo sfruttamento dei materiali. Si presenta come una ricercatrice di nuove tecniche nei materiali più tradizionali. Lei stessa dice che il suo intento è stato quello di sviscerare ogni aspetto dei materiali da costruzione: usare i mattoni o l’argilla sì, ma capire anche fino a che punto restano mattoni o argilla e dove possono trasformarsi in qualcosa di diverso.
Quando studiavo al Politecnico ho deciso di produrre la mia tesi triennale con il professore di fisica tecnica ambientale. Non volevo fare una tesi di progetto perché il mio obiettivo era proseguire gli studi senza perdere troppo tempo al terzo anno ed ho optato per una soluzione apparentemente più semplice. Evidentemente il pallino della sostenibilità è sempre esistito in me: ho sviluppato una ricerca sulle differenze di efficienza termica a seconda dell’uso e della stratificazione dei vari materiali isolanti per dimostrare quanto si potesse fare isolando i capannoni industriali del nord Italia, ma anche quanto non fosse necessario tutto il materiale che si pensa perché, sopra una certa soglia, le prestazioni non miglioravano, bensì diminuivano. Al quinto anno sono tornata nel dipartimento per capire su cosa potessi lavorare per la tesi finale e mi è stata proposta una tesi sullo studio dei materiali grigi. In particolare la tesi (e l’eventuale dottorato successivo) avrebbe dovuto occuparsi della catalogazione dei materiali non soltanto nell’uso edile, ma all’interno dell’intero processo produttivo, classificandoli in produttori o dissipatori di energia. Il mio cuore era già volto al teatro, perciò questa volta ho rinunciato, lasciando la ricerca a qualcuno che l’avrebbe proseguita e sono passata ad una tesi progettuale sul consumo di suolo.
Perché vi racconto questa storia? Per dirvi che Anupama Kundoo non è certo l’unica architetta ad aver sviluppato la propria tecnica sullo studio dei materiali. Non è nemmeno l’unica che si è occupata di riciclo. Già ad inizio Novecento architetti ed artisti come Hunderwasser, per citarne solo uno, hanno lavorato interamente e solo con materiali di riciclo, ma quello che fa Kundoo è diverso. Lei non solo considera i materiali una risorsa preziosa ed esauribile, perciò da proteggere con cura, lei ha a disposizione uno dei dipartimenti più avanzati del globo per produrre la sua ricerca.
Alla TU Kundoo non solo insegna, ma sviluppa tecnologie, testa la capacità statica di resistenza delle sue intuizioni, produce nuovi modi di assemblare materia cercando di risparmiarne anche soltanto un poco. Questo le ha permesso di costruire in India con ogni mezzo. Famosissimo è il solaio della sua meravigliosa casa che è realizzato con delle ciotole di argilla che ha usato come pignatte e che è stato riprodotto 1:1 alla Biennale di Venezia del 2012 per volere di David Chipperfield.
Altrettanto famosa la ricerca sul ferrobeton, un materiale che ha “rubato” per così dire, al nostro Nervi. Oppure la possibilità di realizzare strutture portanti come pareti già accessoriate: un muro costruito in cemento, non con la forma solita, ma con scomparti e volumi rientranti di modo che possa diventare una libreria piuttosto che un armadio, senza aggiungere altri materiali.
Per alcuni forse queste ricerche possono sembrare utopiche o utilizzabili solo in ambienti dal clima tropicale indiano, ma Anupama è la prima a dire che ognuno dovrebbe partire nella sua ricerca da quello che il luogo offre. Inoltre, per quanto stravaganti e sicuramente difficilmente riproducibili (per tempi e mezzi) possano essere i suoi studi, io penso che il nostro mondo oggi abbia bisogno di più voci fuori dal coro come la sua. Anupama ha ammesso di aver iniziato a lavorare giovanissima e totalmente inesperta e di aver fatto affidamento sui capomastri e sui lavoratori. Persone che stima e che vuole giustamente retribuire, togliendo piuttosto risorse ad altri aspetti del progetto.
Ha inoltre raccontato di aver iniziato ad insegnare perché il suo motto iniziale era:
Building knowledge and building communities instead of building buildings.
La diffusione di un certo tipo di conoscenza per lei avrebbe portato ad una migliore progettazione. Il problema insomma era quello di non aver abbastanza nozioni e di proseguire su uno standard consolidato. Ben presto si è accorta che gli architetti ed i costruttori, pur conoscendo, continuavano per le strade battute, allora ha dato lei stessa l’esempio partendo da cohausing in India, orfanotrofi, biblioteche, quasi tutti autocostruiti.

Ecco per quanto sicuramente non tutti possano fare quello che fa lei e per quanto questa attitudine sia poco consona al nostro tempo così veloce, io penso che il suo esempio debba brillare di più in un modo che fatica a lasciarti il tempo di prendere una decisione, anche banale.
Tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal sito di Kundoo e sono le realizzazioni che lei stessa ci ha mostrato in conferenza.
Enjoy,
F.T.




