The Brutalist

Eccoci qui,

ad una settimana esatta dalla notte degli Oscar. Contenti o no per l’esito dei premi, bisogna ammettere che quest’anno è stato soprattutto un film a far battere il cuore di noi architetti: The Brutalist.
Il film, di Brady Corbet, si è aggiudicato meno statuette del previsto, tuttavia sicuramente è stato il più chiacchierato sulla stampa specializzata per via del ruolo affidato dal regista all’architettura.

La storia è quella di Laszlo Toth, interpretato dal sempre affascinante Adrien Brody (lui sì che la statuetta l’ha vinta), architetto ungherese che fugge dall’Europa in guerra perché ebreo, e cerca fortuna in quella che crede essere la terra promessa, ovvero gli Stati Uniti. Corbet ha più volte affermato che la sua voleva essere la narrazione di una creazione grandiosa, che dovesse essere allegoria di altre creazioni, come la produzione cinematografica stessa ad esempio. Per farlo ha scelto l’architettura, piuttosto che altre forme d’arte, e questo, accostato alla scelta del titolo, ha mandato in visibilio architetti di ogni dove che sono corsi al cinema a vedere il film in 70 mm (me compresa). Ma il film è davvero un’opera che valorizza l’architettura in ogni suo aspetto?

Faccio una dovuta premessa a questo punto: su The brutalist è stato scritto veramente tanto, dalle accuse di essere un film sionista a quelle di poca coerenza narrativa. Alcune cose sono vere (come ad esempio il fatto che il finale sia un po’ fuori contesto) ed altre sono troppo severe a mio avviso. Il film è sicuramente un film politico, che fa riflettere e la cui narrazione, al di là di quello che può essere il ruolo lasciato all’architettura, ha un impatto forte e diretto sullo spettatore. A me è piaciuto molto e ne consiglio fortemente la visione. Non lasciatevi impaurire dalla durata, perché la storia si segue con agio.
Detto ciò torniamo a noi. Domus del film ha scritto: “Brady Corbet è riuscito a fare una cosa rara: un grande film in cui l’architettura è al centro e come protagonista c’è un architetto […].

Io, come più volte ho scritto, non sono un’esperta cinefila, per formazione però, qualcosa sulla narrazione visiva l’ho imparato. The brutalist è un film interessante soprattutto dal punto di vista sociale: racconta il viaggio di un uomo, prima di tutto, che ha delle ambizioni certo e si rapporta a quello che sa fare, l’architetto, ma non penso che l’architettura sia al centro del film. L’architettura è piuttosto un espediente narrativo, la visione di spazi armoniosi ci accompagna come una danza in quella che invece è una caduta agli inferi. Il film non mette al centro l’architettura, bensì la disillusione del sogno americano. L’architettura è una scenografia accurata che, come in ogni scenografia ben riuscita, riesce a raccontarci qualcosa al pari dei personaggi della storia.

A questo punto vi chiedere: cosa racconta l’architettura? Racconta un passaggio, quello dall’estetica neoclassica a quella contemporanea, asciutta, fatta di luci ed ombre. Un passaggio per cui la società americana non è pronta e che infatti viene lasciato incompiuto.
Questo è il grande merito del film in rapporto all’architettura a mio avviso, ovvero mostrare quanto lo spazio possa restituirci sensazioni, possa rappresentarci o meno, possa raccontare chi siamo e possa stupirci. Con lo spazio non c’è possibilità di ipocrisia: in un ambiente possiamo stare bene oppure no.

La scena principale sul racconto dell’architettura nel film è relativamente iniziale. Laszlo arriva negli Stati Uniti ed inizia a lavorare da un cugino che vive in America già da qualche tempo. Il cugino è diventato cattolico ed ha fondato una piccola impresa di mobili ed arredo. Le creazioni di Laszlo sembrano aliene a confronto del parterre del magazzino del cugino eppure, nel momento in cui vengono incaricati di ristrutturare la sala di lettura di un ricco imprenditore locale, la capacità interpretativa dell’architetto ha il sopravvento. Il momento in cui la sala viene disvelata è quasi commovente per l’eleganza e la sobrietà dello spazio ed è proprio questo ambiente che conquisterà quello che diventerà il principale committente americano di Laszlo.

Passato questo momento, l’architettura si perde e la storia prende altre dimensioni, non meno interessanti, ma non strettamente legate alla disciplina dell’architetto. Scopriamo che Laszlo ha studiato a Weimar, al Bauhaus, ed abbiamo un sussulto … in che senso? Allora, scusate, perché è brutalista? Perché non lasciamo da parte il cemento e torniamo alle forme pure ed alla composizione giocosa dei volumi nello spazio.

Complesso di Chandigarh – città utopica realizzata in India da Le Corbusier

Rewind -> So che per alcuni può non essere significativo, ma per noi architetti lo è.
Il brutalismo è una corrente architettonica così denominata a partire dal beton brut – il cemento armato – utilizzato così, nudo e crudo, con nemmeno un briciolo di intonaco a mediate il rapporto tra quel materiale così arido e noi. Perchè infliggersi ciò? Perché se siamo Le Corbusier, crediamo nella modernità, nella velocità, nella machine à habiter e soprattutto nel cemento, così com’è, nella forza e forma pura.
Inoltre il brutalismo si sviluppa nel secondo dopoguerra proprio in contrapposizione agli stilemi del Movimento Moderno, che è estremamente affine alla poetica del Bauhaus. Infine i luoghi di affermazione dei principi brutalisti sono la Francia di Le Corbusier e l’Inghilterra dei fratelli Smithson, non di certo il centro Europa del Bauhaus. Ho letto delle recensioni in cui si parla del percorso di snaturamento di Toth negli Stati Uniti, ed io posso anche comprenderlo, ma allora perché affermare che lui si è formato al Bauhaus? Solo perché è un ebreo ungherese? Notate bene che di architetti migrati negli Stati Uniti durante la guerra ed usciti dal Bauhaus ce ne sono eccome, Mies van der Rohe in primis, ma anche architetti ebrei come Gropius, Breuer, Mendelsohn, nessuno però è mai diventato brutalista oltreoceano.

Proprio a Breuer tral’altro, dovrebbe ispirarsi la figura di Laszlo Toth, ma non solo. Pare che per questa figura immaginaria Corbet abbia mescolato elementi di tre figure: Paul Rudolph, Louis Kahn e Marcel Breuer. A questo punto io mi ripeto: ma perchè?!? Perchè Brady dici di amare l’architettura se non hai capito nulla dello stile di questi tre personaggi che sono diversissimi tra loro. Come possono convogliare senza drammi in un sola figura?

Pare che Rudolph sia stato scelto per le facciate monumentali, Breuer per gli elementi di arredo (le poltrone che cambiano l’immagine del negozio di mobili del cugino sono ispirate proprio a lui) e Kahn per la sua storia personale di ebreo fuggito negli Stati Uniti e di effettivo architetto brutalista, lui sì.

Brady non dirci che ami l’architettura, dicci che era più suggestivo intitolare il film “The brutalist” piuttosto che “The hungarian architect”, ma tu sai che Gropius, lui sì, si è rivoltato nella tomba e, con lui, ci siamo rimasti male anche un po’ noi.

Immagine di locandina di “My Architect”

Se voi amate l’architettura brutalista, vi consiglio la visione di un altro bellissimo film My architect girato da Nathaniel Kahn, figlio di Louis, per raccontare la storia del padre, ugualmente travagliata e libertina. Quello sì, è un film sull’architettura, che le rende giustizia, e sa restituire tutta la suggestione e la magia della giustapposizione dei volumi.

Brady, sia chiaro, noi ti vogliamo bene comunque perché non si è parlato mai così tanto di noi … eche il Bauhaus ci accompagni sempre.

Enjoy!

F.T.

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