ARTISTE E MUSE

Eccoci qui,

nella giornata in cui tutti facilmente parleranno di Arte Fiera, io vi racconto invece della mia piccola gita di domenica scorsa a Milano. Devo dire che posso ritenermi abbastanza soddisfatta, mai come quest’anno infatti sto dedicando del tempo alle attività che mi sono ripromessa di fare in questo autunno-inverno … a volte i burn-out fanno anche bene evidentemente. Mai tanto, tra l’altro, quanto nel caso dell’artista di cui parliamo oggi: Niki de Saint Phalle.

Ricorderete che tra i consigli di mostre sull’autunno c’era anche la sua personale al MUDEC a Milano. Personale che potete ancora visitare fino alla prossima domenica e che io vi consiglio vivamente. Di Niki de Saint Phalle abbiamo parlato in diverse occasioni, in particolare nell’articolo sui parchi d’arte che scrissi durante il periodo Covid. Suo è infatti il Giadino dei Tarocchi, a Capalbio, che io purtroppo ancora non ho visitato.
Il giardino è sicuramente l’opera più famosa e maestosa di Niki nel nostro paese, ma la mostra del MUDEC, pur dedicando ampio spazio sia alle sue Nanas che al Giardino, ha il merito di raccontarci l’artista a tutto tondo, anche perché nel caso di Niki è molto difficile distinguere la vicenda artistica da quella personale.

Tutte le immagini sono state scattate alla mostra Niki de Saint Phalle al MUDEC

Credo non ci sia miglior modo di presentarla se non come è stato fatto in mostra: nella prima sala è presente una delle prime opere dell’artista, ovvero una camicia bianca da uomo, usata come bersaglio per delle pallottole-colore. Si legge che la camicia è quella del suo amante dell’epoca (siamo negli anni Sessanta), che lei racconta essere un artista conosciuto, con cui ha avuto una relazione disfunzionale a quanto pare. E’ a questo punto che io realizzo “questa donna non può essere che dello scorpione”. Infatti Niki de Saint Phalle nasce a Neuilly-sur-Seine il 29 Ottobre 1930, da una ricca famiglia francese. Cresce tra la Francia e New York, dove i suoi si trasferiscono nel 1937 e studia presso scuole cattoliche.

Si rivela fin dalla tenera età ribelle, soprattutto rispetto all’ordine precostruito ed ai doveri della società. Niki studia letteratura e successivamente teatro, ma soprattutto sposa lo scrittore Harry Mathews contro il volere della famiglia, che avrebbe di gran lunga preferito usarla come merce di scambio per un buon partito. E’ a questo punto che Niki comincia ad utilizzare il suo fascino per mantenersi, posando come fotomodella (pare che Horst P Horst la adorasse … così per dire). Già perché Niki è bellissima, la perfetta figura di musa ed artista a sua volta che troviamo così spesso tra anni ’60 e ’70.

Ha due figli da Harry e ben presto comincia a sentire le costrizioni della vita familiare tradizionale. Comincia a dipingere da autodidatta, mentre il marito si dedica alla musica, ma è una volta tornata in Francia che entra in contatto con l’entourage artistica parigina. Niki comincia però anche a soffrire di gravi crisi nervose e consolida così il suo legame con la pittura, che diventa a tutti gli effetti la sua terapia.

Prima delle famosissime Nanas, a partire dagli anni ’60, Niki diventa una performer emergente, tra le prime donne di questo spessore artistico ai tempi. Diventa famosa proprio per la serie I Tiri, dove appunto spara sia ad oggetti che a tele, incanalando in questo gesto la sua rabbia ed il suo risentimento. I persagli sono i più svariati: da altari ricostruiti a tele a figure umane. La sua personale si svolge nel 1956 in Svizzera, dove conosce Jean Tinguely, sposato anche lui, all’epoca, con un’altra pittrice. Ben presto con Jean condividerà lo studio e, successivamente, la vita sentimentale. A Jean Tinguely era dedicata, sempre a Milano, all’Hangar Pirelli, una personale che è terminata proprio domenica scorsa. Casualità? Non saprei, ma io nel dubbio ho fatto Milano Nord e Milano Sud per non perderle entrambe.

Tornando a noi, Niki dopo il primo periodo della rabbia, si dedica alle sue sculture più famose, le cosiddette Nanas, delle figure che celebrano la bellezza delle donne in tutte le sue forme, dimensioni e colori. Niki de Saint Phaille attraverso queste dee, che ricordano moltissimo le forme delle statue preistoriche votive (la Venere di Willendorf su tutte), celebra la gioia, la fecondità, la forza e la vitalità delle donne. Le Nanas sono talvolta idealizzate, talvolta invece riconducenti a personaggi realmente esistiti. Famosissima la sua serie Black Power, in cui scolpisce Nanas nere che ricordano grandi artiste di colore, non adeguatamente riconosciute dalla società dell’epoca. Attraverso questa enfatizzazione della figura femminile, Niki non soltanto diviene una delle prime artiste ad impegnarsi in importanti battaglie sociali per i diritti, soprattutto di gruppi emarginati, ma anche una musa a sua volta. Ha legami fortissimi soprattutto con grandi stilisti dell’epoca (Marc Bohan, Yves Saint Laurent) che per lei realizzano abiti per le sue performance o per le sue apparizioni pubbliche.

Continua naturalmente la collaborazione anche con il secondo marito, Tinguely, con cui realizza il Giardino dei Tarocchi e che finanzia personalmente. Continuano anche le sue crisi e continua una sorta di normalizzazione dei disturbi mentali da parte sua. Nel 1994 pubblica il testo “Il mio segreto”, in forma di lettera alla figlia, dove denuncia gli abusi subiti da parte del padre quando era ancora una bambina. E’ un gesto forte che porta però molti a rivedere la sua carriera sotto altri punti di vista.

Niki trascorre poi gli ultimi anni della sua vita in California, dove realizza altri parchi ed altre sculture pubbliche, sempre nella forma delle sue Nanas, ma soprattutto si spende per la causa ambientale, cercando ancora una volta di portare l’attenzione su tematiche attuali importanti, troppo poco considerate.

Io penso che Niki de Saint Phalle sia un’artista di grandissimo spessore, troppo poco conosciuta e riconosciuta. La sua poetica viaggia su un sottilissimo filo teso che sembra sempre pronto a farla cadere nel vuoto, tuttavia l’empatia, la trascendenza, il simbolismo, i significati nascosti delle cose la guidano sempre costituendo una coerenza difficile da ritrovare in altri suoi contemporanei. Ha saputo essere simbolo di resistenza e lotta nonostante la sua provenienza sociale e, forse, proprio per questo, è stata a lungo snobbata, relegata tra le persone che fanno arte per sè stesse senza saper parlare al popolo. Io personalmente penso invece che ci voglia grande coraggio ad uscire dagli schemi prestabiliti, a farsi portavoce di valori importanti che ancora non vengono considerati. Io credo perciò che Niki, con la sua straordinaria sensibilità ed un po’ di caos cosmico, sia stata premonitrice di tante altre figure che sono poi emerse, grazie, forse, un po’ anche al suo coraggio.

Non bisogna mai dimenticare l’epoca in cui gli artisti agiscono, il loro contesto sociale e la distanza che talvolta si pone, anche negli ambienti più emancipati, rispetto a quello che noi oggi diamo per scontato.
Per questo, io penso che il lavoro di Niki vada visto di più e magari ispirerà con la sua forza cosmica anche noi.

Enjoy!

F.T.

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