RICORDO FISICO

Eccoci qui,

alla fine di questo mese sempre interminabile, anche se devo dire che per me è volato! Sarà una lunga corsa fino a Maggio ora … Tornando a noi, domani sarà lunedì 27 Gennaio e come ogni 27 Gennaio sarà la Giornata della Memora, una ricorrenza per ricordare le vittime dell’Olocausto.
E’ stato scelto il 27 Gennaio perché in questo giorno, nel 1945, 80 anni fa, fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia.

Io, ormai da una settimana, sto riempiendo la lavanderia dei miei di pigiami a righe tinti e sporcati perché possano sembrare uniformi di sventurati detenuti, ma oggi è di altro che voglio parlarvi.

Oltre al teatro o al cinema, che sono mezzi di testimonianza e documentazione fondamentali per mantenere viva la memoria storica, anche l’architettura ha realizzato esempi importanti di conservazione dei ricordi. Come è possibile?

Oggi si parla molto dei musei esperienziali, delle mostre multimediali immersive, tuttavia il primo museo di questo tipo che io ho conosciuto e, poi, visitato, è stato proprio lo Juedisches Museum di Berlino – il Museo Ebraico della città. Questo è il più grande museo ebraico in Europa, composto da due edifici, di cui uno interamente costruito ex-novo nel 2001, progettato da Daniel Libenskind, architetto polacco naturalizzato americano. Nella storia del museo e del suo architetto c’è molto anche della storia del XX secolo.

Tutte le foto del Museo Ebraico sono state da me scattate durante la visita.

Libenskind nasce nel 1946, a guerra finita, da due ebrei polacchi, sopravvissuti all’Olocausto. Cresce tra Stati Uniti ed Israele, a Tel Aviv in particolare, che si potrebbe definire quasi una seconda Bauhaus nel dopoguerra perché moltissimi architetti tedeschi ed ebrei, si rifugiarono lì, o negli Stati Uniti appunto.
A Berlino, Libenskind, inizia a lavorare sul finire degli anni ’70, con importanti commissioni pubbliche, vinte quasi tutte su concorso. Il suo stile è decustruttivista, a tutti gli effetti, ed ha molto seguito a Berlino in quegli anni. Un altro decostruttivista, che chiacchierava tutti i giorni con Frank Gehry è Zvi Hecker, altro architetto ebreo polacco che, dopo aver lavorato moltissimo in Israele, ha scelto di tornare a Berlino ed aprire lì il suo studio, parlando soltanto inglese. Come lo so? Ho realizzato proprio da Zvi il tirocinio prima della laurea ed ho vissuto a Berlino 5 mesi. Zvi Hecker era un personaggio interessante ed ormai molto anziano. Le sue idee ripercorrevano spesso gli stessi binari ed i ricordi credo gli affiorassero spesso alla mente. Forse anche per questo, la prima fase conoscitiva passava sempre dalla Scuola Ebraica Heinz-Galinski di Berlino, che Zvi aveva progettato nel 1990. Quell’edificio, che risponde a regole tutte sue (Zvi aveva effettuato il servizio militare nel corpo degli ingegneri dell’esercito israeliano), è praticamente una spirale spezzata, in cui volumi triangolari ruotano intorno ad un asse centrale, mentre una linea sinuosa attraversa gli edifici collegandoli. Zvi diceva che aveva voluto regalare un edificio giocoso ai bambini ebrei. Edificio che, per quanto giocoso, sembra letteralmente esploso guardandolo in pianta.

Modellino della scuola
Scuola ebraica di Zvi Hecker

In quell’esplosione io credo si siano ritrovati molti altri successivamente, tra questi anche Libenskind che nel suo di museo ebraico parte invece da una stella di David spezzata. La si riconosce appena, ma è lì, aperta come una catena rotta appunto. All’interno di questa linea continua, che costituisce la struttura aggiunta rispetto all’esistente, Libenskind sviluppa una delle esperienze più forti che possiate mai vivere in termini di ricordi. Il Museo Ebraico in questa sezione raccoglie la storia dell’Olocausto e lo fa sia attraverso reperti (cataste e cataste di abiti ed oggetti dei detenuti) che attraverso lo spazio. Il progetto è stato infatti appositamente pensato perché gli ambienti possano darci sensazioni. E’ concepito come una vera e proprio arte contemporanea, è da fruire e percepire più che da leggere o osservare.
In questo caso però, al contrario di molte opere contemporanee, le sensazioni sono chiare, nette, ci toccano le corde più sottili e ci rendono abbastanza impotenti di fronti alla percezione fisica del fatto che ci manchi di volta in volta l’aria, la luce, la via d’uscita. E’ come un labirinto in cui è molto complesso ritrovare la strada ed in questo percorso si trovano ricordi fisici altrui. Libenskind dice di essersi ispirato al vuoto per creare un luogo dell’assenza.

Una delle installazione più forti per me è Shalechet – Foglie cadute, dove finalmente all’interno della struttura si arriva ad un cavedio e si vede la luce. In questo spazio, sempre chiuso tra pareti di cemento, si deve camminare sopra a 10.000 piastre rotonde in acciaio che sono a terra e rappresentano dei volti. Nel silenzio della sala ogni passo risuona e fa un grande frastuono, tutte i volti si schiacciano al nostro passaggio, si infittiscono e noi continuiamo a camminarci sopra per poter uscire. E’ un’installazione dedicata alle vittime della guerra e dei soprusi.

Il museo ebraico è il primo museo che io ricordo di aver studiato come museo esperienziale. Ne sono poi seguiti altri, come il Museo della memoria di Ustica, che è proprio qui vicino, a Bologna, in cui il relitto dell’aereo è corredato dall’installazione dell’artista Christian Boltanski.

Io ho visitato il museo ebraico proprio quando vivevo a Berlino, nel 2009. Oggi è ormai una meta obbligata per i turisti in visita e si aggiunge ai diversi monumenti che a Berlino ricordano l’Olocausto, la guerra e più in generale la storia della città. Mi piacerebbe che tutte le persone in visita a Berlino conoscessero maggiormente le sofferenze della città, che, forse, hanno poi generato negli anni ’80 e ’90 tutto il nichilismo e l’eccessiva spregiudicatezza di una comunità che aveva già vissuto molte vite.

Per quanto riguarda Zvi Hecker invece, il suo studio, ai tempi in cui io lo frequentavo, era in Oranienburg Strasse. Ricordo di non aver capito immediatamente che dietro quel portone mangiato dall’umidità, nel quartiere ebraico, di fronte al Tacheles ancora in funzione, c’era il mio futuro luogo di lavoro. Qualche anno più tardi si era spostato in una zona a nord, più periferica, probabilmente perché il quartiere ha subito una fortissima gentrificazione, almeno a giudicare dai miei viaggi più recenti.

Vista dallo studio di Zvi Hecker nell’inverno 2009.

Di Oranienburg ricordo il locale sotto lo studio, con dubbie fattezze di pub, il vietnamita che cucinava solo pho con verdure o con verdure e pollo, il piccolo parco che si affaccia sulla Spree (dove facevamo pausa pranzo – quando permessa), la sinagoga e la C/O che sì, era proprio all’incrocio della via, ora non più. Zvi ragalava a tutti una piccola monografia quando finivamo lo stage ed io a maggio 2009, finalmente sbernata, ho ricevuto in dono Marcel Breuer. Non ho mai capito se ci associasse all’architetto o meno, io comunque mi sono sentita un po’ sminuita rispetto a chi aveva ricevuto Frank Lloyd Wright o Adolf Loos o Alvar Aalto. In realtà, pensandoci oggi, Breuer è stato sì un architetto, ma soprattutto uno dei padri del design Bauhaus. Conosciuto più per i suoi oggetti, ormai di culto, che per le sue architetture.
Chissà che Zvi Hecker non ci avesse visto lungo.

Con questi ricordi un po’ miei ed un po’ di altri, spero di aver alleggerito una parte molto triste della nostra storia come umanità. Prometto un prossimo articolo decisamente più gioioso.

Remember,

F.T.

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