Eccoci qui,
in una giornata più casuale del solito, per parlare di arte pubblica. Argomento semplice mi dicono … soprattutto per iniziare un articolo a quest’ora (sono le 23:29). Ci tengo particolarmente a scriverne però visto che questo weekend a Reggio Emilia ci sarà un incontro sul tema organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani, in zona Tecnopolo. Vi lascio a seguito dell’articolo, sulla pagina e sui social, tutte le informazioni del caso, ma veniamo a noi ora.
La prima volta che a me è capitato di parlare di arte pubblica è stato in periodo di Covid. Al tempo avevamo un blog della Fondazione, Emme, e ci capitava di scrivere articoli a rotazione. Il blog c’è ancora, ma gli articoli più vecchi non li trovate più purtroppo. All’epoca dicevo, il dibattito sugli spazi pubblici era fortemente acceso, dal momento che sembravano gli unici luoghi in cui potesse svolgersi vita culturale e sociale. Le persone avevano riscoperto le piazze, anche se non proprio come luoghi di aggregazione viste le limitazioni sugli assembramenti, ma quantomeno come spazi in cui fruire di cultura e spettacolo dal vivo. Noi stavamo organizzando quella che poi è diventata la mostra dedicata ad Olimpia Zagnoli e, dal momento che lei, come illustratrice aveva partecipato con la realizzazione di alcune grafiche al PAF – Public Art Fund – ne avevo raccontato brevemente la storia.
Il PAF è un’associazione no profit, nata a New York nel 1977, con l’intento di rendere l’arte accessibile a tutti. Lo fa realizzando progetti che si focalizzano in gran parte sugli spazi di fruizione urbana, dalle piazze ai parchi, dagli incroci alle fermate dell’autobus. Porta insomma l’arte fuori dalle sedi museali per far sì che tutti ne possano godere. Di certo il PAF non è l’unica esperienza del genere, soprattutto se parliamo di anni ’70. Non a caso Alessandra Pioselli, nel suo libro “L’arte nello spazio urbano” ripercorrendo l’esperienza italiana di arte pubblica sceglie di iniziare la sua narrazione dal 1968, anno di grandi rivoluzioni politiche e sociali, ma anche artistiche e culturali perché i protagonisti dell’arte partecipano alla discesa nelle piazze con opere performative collettive o individuali.
Sia chiaro un tema molto importante a questo punto: a definire l’arte pubblica non basta il fatto che la ricerca o il prodotto artistico sia realizzato nello spazio pubblico.
La definizione di arte pubblica è particolarmente difficile, oggi soprattutto, perché include aspetti di committenza (che dovrebbe essere pubblica per l’appunto o quantomeno da fondi pubblici almeno in parte finanziata), di partecipazione, di creazione di un’identità del luogo attraverso l’operazione artistica, di rigenerazione, nonché di disubbidienza civile. Sicuramente pensare all’arte nello spazio pubblico vi farà pensare alla street art, che generalmente però nasce in antitesi alle committenze, anzi è intrinsecamente libera da committenti e spinta da critiche al sistema sociale.
Ecco, per tutti questi motivi e, considerando il fatto che nel nostro tempo l’arte nello spazio pubblico ha raggiungo alti livelli di commistione tra i vari aspetti citati, l’argomento non è per nulla semplice, così come parlarne in modo univoco. Volendo essere estremamente sintetici potremmo dire che l’arte pubblica è la forma più inclusiva d’arte e proprio per questo può essere utilizzata per veicolare messaggi importanti. Dal mio punto di vista, che è pur sempre quello di un’amante della città e delle sue dinamiche, per me l’arte pubblica ha un fascino raro, che si traduce nel farsi identità dei luoghi in cui viene realizzata.
Forse proprio per questo oggi se ne abusa e la si allontana dalle sue origini più pure, certo è che il suo fascino permane ed una facciata, un parco, una strada adorna di un intervento artistico è facilmente identificabile, riconoscibile e memorabile. Nonostante ciò, ci sono esempi di operazioni meravigliose di questo genere nel nostro Paese e tante voci del settore si dedicano esclusivamente all’arte pubblica. Sono tanti oggi anche gli artisti che lavorano soltanto tramite installazioni pubbliche, mentre altri vi si dedicano solo quando viene richiesto appunto. Tra questi vi è stato David Tremlett, artista inglese di cui vi ho già raccontato, che ha realizzato l’opera “The organ pipes” presso l’ex – Mangimificio Caffarri a Reggio Emilia, in una zona fortemente rigenerata negli ultimi anni.
Di quest’opera, di pubblica committenza in questo caso, vi ho parlato nell’articolo CONTEMPORANEO, non vi ho detto però che questo non è il solo progetto di arte a committenza pubblica di Reggio Emilia. Nei primi anni 2000, la stessa curatrice Marina Dacci, aveva portato a Reggio Emilia artisti del calibro di Sol LeWitt, Robert Morris, Luciano Fabro, Eliseo Mattiacci, che hanno lavorato con il progetto Invito a … ad una serie di opere in spazi pubblici culturali – la biblioteca, il conservatorio, l’università e la sede del centro nazionale della danza Aterballetto – lasciando la propria opera alla città.
Oggi il wall drawing Whirls and Twirls 1 di Sol LeWitt è fortemente identitario sia per la biblioteca che per la città e , nonostante ci sia un grande ed irrisolto tema, quello della manutenzione di questi spazi, che andrebbe sicuramente gestito meglio, io continuo ad essere convinta che l’arte pubblica, soprattutto se partecipata, sia uno strumento notevole per la costruzione degli spazi comuni. Mi sembra che non sia poco in una società che ci spinge sempre più verso l’individualismo, riscoprire una dimensione collettiva.
Se vi ho interessato, volete approfondire l’argomento e siete nei paraggi, vi aspettiamo sabato a Reggio Emilia. Ci saranno ospiti molto più esperti di me che sapranno mettere in campo argomenti ben più stimolanti e focalizzati. Ora vado a letto, perché domani ho un allestimento che mi aspetta!
Enjoy!
F.T.



