ANIME

Eccoci qui,

alla vigilia di un compleanno per me importante, che un po’ mi spaventa e un po’ mi irrita. Ho pensato molto a cosa scrivere oggi, perché per quanto vorrei provare a diffondere dei consigli o delle conoscenze artistiche, non mi viene altro da fare che gestire il mio flusso di coscienza, come se fossi davanti ad un tema delle superiori.

Il tema di Fotografia Europea di quest’anno sarà “AVERE VENT’ANNI” e vuole porre l’attenzione sulla forza e sulla capacità creativa dei giovani di quell’età. Anche sulle sfide naturalmente e sulle difficoltà attuali, ma per oggi vogliamo essere ottimisti. Io, che domani ne avrò venti per gamba di anni, in quest’anno abbastanza complesso, non faccio altro che chiedermi se la me stessa di vent’anni fa possa ritenersi soddisfatta della me di oggi. Onestamente faccio un po’ fatica a fare bilanci guardando al passato, mi riesce meglio pensare ai progetti futuri, immaginare quello che ancora non c’è.

Non nego però che una certa difficoltà l’ho avuta nell’affrontare l’articolo di oggi. E’ quel tipo di difficoltà che un po’ ho sempre sentito, ne ho già parlato anche su questo blog. Quella difficoltà del non essere totalmente qualcosa di determinato e netto, ma preferire piuttosto le contaminazioni. Ecco, le contaminazioni in arte sono fondamentali secondo me, ma sono davvero difficili da gestire. La strada che si prende sembra aprirsi continuamente in mille vie e talvolta ci si sente persi.

Ad oggi sinceramente non ve lo so dire se ho imbroccato la mia strada ancora. Quando a vent’anni studiavo architettura, mi è stato chiaro molto presto che non sarei diventata una edile o un’architetto nel senso tradizionale del termine … ma chi di noi lo è in fondo oggi. Quando ho finito architettura ho deciso di dedicarmi al teatro, che conoscevo davvero da tanto tempo. Credo di essere entrata in teatro da spettatrice verso i 4 o 5 anni. Ecco in quell’ambiente mi sono sentita davvero appagata, nella creazione più pura, dell’arte per l’arte. Ad un certo punto però ho scelto la mia indipendenza ed ho accantonato quella strada per finire nell’ibrido in cui mi trovo ora.

Questo è il questo mio percorso, in cui io sono convinta che in fondo sia il destino a guidarci, facendoci incontrare quello di cui abbiamo bisogno nel momento giusto. A volte ci riporta su vecchie strade, a volte ne apre di nuove. Quello che posso osservare oggi sono solo le costanti, che non sono mai andate via, ovvero l’amore per l’arte e per i viaggi. Entrambi vissuti come stimoli, come accrescimento personale. Nel mio piccolo osservo, guardo e mi documento su figure straordinarie, vite ben più avventurose della mia, che spesso invidio per la loro caparbietà o per l’incoscienza. Nel mio piccolo cerco anche di raccontarle, per non rompere questo circuito di conoscenza, di parola in parola, perché possa stimolare anche altri, non solo me.

In questo circuito, proprio ieri, mentre cercavo informazioni di Parigi, mi è capitato tra le mani un libro che ho comprato qualche anno fa ad Ostuni e che si chiama “L’anima delle città” di Jan Brokken.
Jan Brokken è uno scrittore olandese, flaneur come direbbero i francesi, viaggiatore ed esploratore come diremmo noi. Sicuramente una persona che di contaminazioni si è nutrita eccome! Ecco, chissà quando Brokken ha avuto chiaro che nella sua vita quello che avrebbe fatto di grande era raccontare le vite dei grandi. Sì perché Brokken non solo viaggia, ma cerca di conoscere le città attraverso delle figure importanti della loro storia, riconducibili spesso ad artisti, musicisti, scrittori, intellettuali.
E’ così che a Parigi racconta Satie, che in una sua turbolenta storia d’amore, produce le musiche per la coreografia di Djagilev, con regia di Cocteau e costumi di Picasso. Si offende anche, a morte, con Debussy, che non lo supporta alla prima disastrosa dello spettacolo non presentandosi nemmeno. Ora, a voi sembrerà strano, ma in queste brevi righe io ripercorro i miei progetti passati, presenti e futuri. Da quando Debussy e Satie li suonavo al pianoforte, ancora prima dei vent’anni, a quando ho letto l’intera biografia di Cocteau in accademia, fino allo scorso anno, quando ho toccato con mano i costumi che Picasso ha fatto per Parade perché li ho montati nella mostra che stavo seguendo.

Mi sono bastati pochi minuti, quelli del podcast omonimo al libro, di Iperborea, per ritrovare l’equilibrio e pensare che ognuno di noi può fare, in fondo, come Brokken. Ecco magari non scrivendo e appassionando così tanto e bene, ma sicuramente possiamo cercare nelle vite degli altri stimoli anche per le nostre, perché a volte richiede molto più coraggio vivere una vita ordinaria che affrontare grandi avventure.

Così, mentre i miei desiderati viaggi devono ancora aspettare, io per oggi vi consiglio soltanto di leggere L’anima delle città o altrimenti di ascoltare il podcast di Natascha Lusenti, suddiviso in otto puntate con altrettante città raccontate in dieci minuti.

Nella prima puntata nel podcast si parla di Bologna e Jan Brokken scrive “Io Morandi lo capisco. Quando sei cresciuto in una città come Bologna, non hai bisogno di andare a vedere se la vita sia meglio altrove.”
Morandi non è Gianni, ma Giorgio, l’artista figurativo e probabilmente aveva ragione.
Forse in fondo è vero di ogni luogo, forse lo pensiamo ognuno della propria città, anche quando desideriamo essere altrove. Io le città le ho sempre amate, più delle architetture, proprio per questo: perché oltre al costruito ci sono storie, relazioni, equilibri e ricordi.

Allora perdiamoci nelle nostre città, senza desiderare grandi cose, se non la serenità, che è la cosa più difficile da ottenere.

Enjoy!

F.T.

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