THE FALL

Eccoci qui,

in quel periodo di clausura che si colloca tra la fine dell’estate e le cene di Natale. Come ho già detto questo è il momento più bello dell’anno per me perché amo follemente l’autunno. Certo dopo tutta l’acqua caduta negli ultimi giorni non ci resta che chiuderci in casa e guardare dei gran film ed a tal proposito vale un po’ la regola dimmi che piattaforma hai e ti dirò chi sei.

Io non ho Netflix, mai abbonata al momento, anche perché ho già Prime per forza di cose e non voglio eccedere con l’intrattenimento in video. Ho però MUBI e già questo basterebbe per etichettarmi come radical chic. Ammettendo le mie colpe, qualche settimana fa ho notato che nella nuova programmazione è inserito il film The Fall di Tarsem Singh, famosissimo regista indiano.

The Fall è penso il film più iconograficamente riuscito di tutti i tempi. E’ il remake di una pellicola bulgara del 1981 ed è praticamente un capolavoro di pulizia formale e narrazione, con fotografia, scenografie e costumi pazzeschi. La trama è semplicissima, ma, attenzione, non per questo banale.

All’inizio del film ci troviamo a Los Angeles nel 1915 e capiamo subito di trovarci su un set cinematografico. Da questo set si passa al più vicino ospedale e capiamo che è successo qualcosa. Qui prima conosciamo Alexandria, una bambina molto curiosa che si trova in ospedale perché si è rotta un braccio. Nelle sue peregrinazioni per l’ospedale, Alexandria conosce Roy Walker, che scopriamo essere uno stuntman allettato per una caduta appunto. Roy ha perso l’uso delle gambe, ma ben presto capiamo che la sua caduta fisica è derivata dalla volontà di farla finita a causa di una delusione amorosa. La sua caduta fisica lo accomuna ad Alexandria, ma la caduta mentale invece diverge nei due protagonisti. Dal loro incontro parte una meta narrazione, ovvero una favola, in cui Roy inserisce quattro personaggi che combatto accanto a lui un nemico malvagio e potentissimo, come i cattivi delle favole appunto. La narrazione ci è visivamente restituita da Alexandria che visualizza queste figure inserendo nel racconto quelle che abbiamo visto essere persone a lei vicine. Ognuno assume una identità nuova e fortissima, mentre la storia prende la piega di un flusso di coscienza per Roy, che, ben presto, scopriamo avere un altro intento: attraverso la narrazione cerca di convincere Alexandria a procurargli della morfina per tentare nuovamente il suicidio.

Come finirà ovviamente non ve lo dico, ad ogni modo il pessimismo e la mancanza di forze per combattere di Roy sono continuamente contrastate dal desiderio di lieto fine di Alexandria che, in fondo, è solo una bambina e con la sua dolcezza sprona Roy ad andare avanti. Questo dualismo nel racconto fantastico assume dei connotati epici che fanno somigliare il film ad un’opera lirica per la purezza e lo splendore dei quadri scenici. Il film infatti è stato girato in quattro anni ed ha toccato più di venti Paesi alla ricerca delle location più mozzafiato della Terra.

Nel racconto di Roy si susseguono il complesso di Jantan Mantar di Jaipur, il deserto del Namib, la Porta della Vittoria a Fatehpur Sikri, il Campidoglio di Roma, il Taj Mahal ad Agra, il porte Carlo a Praga ed altre notissime meraviglie del Mondo. Questi paesaggi mozzafiato sembrano fermarsi nei piani sequenza della narrazione e sono supportati da coreografie spettacolari e da costumi da Oscar.

Ecco, io vorrei davvero sapere perché questo piccolo capolavoro non abbia mai vinto un Oscar per i migliori costumi. La costumista, la giapponese Eiko Ishioka, ha vinto il suo unico Oscar per Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola, oltre ad aver lavorato a tantissime produzioni cinematografiche, teatrali e musicali (suoi i costumi per alcuni video di Bjork, non so se mi spiego). Ishioka è stata anche la costumista delle cerimonie dei giochi olimpici di Pechino nel 2008, eppure nessuno l’ha premiata per questo film!!!! Il ché è inudito, perché i costumi sono meravigliosi. Ogni personaggio nella mente di Alexandria nasce con un costume e non lo cambia mai. Sono perfettamente conformati nel loro abito, il loro costume è la loro identità, identità che nella vita vera del 1915 è differente. Il costume è quasi un mezzo per la narrazione fantastica, è il medium effettivo della rappresentazione scenica ed è curato davvero nei minimi dettagli. Ishioka raccoglie pezzi delle identità dei personaggi e li fonde ad una essenzialità a cui sono una giapponese può arrivare.

Non so fino a quando questo piccolo gioiellino rimarrà sulla piattaforma, io però vi consiglio di guardarlo in una di queste sere uggiose … non perché vi aiuti con il morale, ma per lasciarvi trasportare in una storia fantastica di cadute e riscatti. In fondo il teatro, nella sua forma più classica, è nato proprio come racconto attraverso cui ricordare una morale. Questo film riesce meravigliosamente a fondere i mezzi tecnici della contemporaneità e l’essenza più pura del raccontare una storia.

Poi c’è Lee Pace … Dio lo benedica sempre!

Enjoy!

F.T.

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