Eccoci qui,
ci sono momenti in cui la vita ti sorride ed altri in cui ti dice che non è il tuo turno. E tu aspetti.
Questo forse per me è proprio uno di questi momenti di stallo, dove si accumulano una dopo l’altra cose che non avrei voluto vivere qui ed ora.
Forse per questo motivo non ho grandissime novità da raccontarvi o consigli da dare, ma come sempre mi rifugio nelle coincidenze. Appena prima di pendere verso il mio passato scenografico rimpiangendolo, mi sono iscritta all’Ordine degli Architetti. L’ho dovuto fare per lavoro e mi sono sentita di aggiungere un piccolo pezzetto in più al mio percorso travagliato.
Pur sentendomi fuori tempo e luogo, ho scoperto anche in questo fatto di pura casualità una coincidenza: l’Ordine degli Architetti fu fondato esattamente un secolo fa, nel 1923. Così con il mio numero 1200 (ce ne voleva a fare cifra tonda, ma ci sono riuscita naturalmente), mi sono iscritta all’Ordine nel centenario dell’Ordine.
La legge che regolamentò la professione di architetto è infatti del 9 febbraio del 1923 e sono moltissimi gli ordini che per tutto l’anno organizzeranno iniziative inerenti la professione.
Fu soltanto dal 1925 che la legge entrò in vigore e la professione nacque a tutti gli effetti, distinguendo per la prima volta gli architetti dagli artisti. Pare che oggi la media europea sia di un architetto ogni mille persone e che 3 di questi siano italiani.
La facoltà di architettura è una delle più controverse del paese per quanto si possa leggere: sono pochissimi infatti i laureti che esercitano poi la professione per cui hanno studiato, a differenza di molte altre facoltà. C’è chi propone di imporre facoltà a numero chiuso, cosa che per altro già esiste, chi parla di inutilità, visto che esistono già ingegneri e geometri.
Dall’altro lato della medaglia c’è chi però elogia la professione identificandola con la creatività e l’estro. L’architetto è visto come la figura in grado di mediare tra committenza ed impresa, indirizzando il gusto e lo stile.
Non sarò io a dirvi cosa sia veramente giusto pensare, né a proporre una soluzione all’oggettiva chiusura della professione anche verso i suoi stessi iscritti. Il mio stesso rapporto con l’architettura formale, per così dire, è complesso.
Quello che però penso senza ombra di dubbio è che gli architetti all’interno della società non solo servono, ma hanno una grandissima responsabilità, quella di definire il luogo in cui tutti noi viviamo. Definiscono i nostri punti di riferimento, i nostri ricordi, quasi anche forse i nostri sogni. Proprio per questo hanno grandissime responsabilità nell’aver creato spazi che non sempre diventano luoghi o che non sempre sono condivisi.
Il discorso è molto complesso ed includerebbe diverse deviazioni nei campi dell’urbanistica, dell’antropologia e delle scienze sociali. Fatto sta che io sono di parte, che ve lo dico a fare …
Per me l’architettura è una disciplina meravigliosa perché definisce i codici della nostra percezione. E’ molto difficile che, seppur con la più vivida immaginazione, ognuno di noi possa estraniarsi dallo spazio. Avremo sempre dei riferimenti visivi che definiscono non solo il nostro gusto, ma noi stessi.
La facoltà di architettura è però anche una grande imbrogliona, ti insegna continuamente a riallineare il tiro. Prima perché non ti aspetti che ci sia così tanta matematica, poi perché non finisci mai di disegnare nemmeno alle due di notte, ed infine perché quando inizi ad amarla capisci che non sarai mai in grado di fare qualcosa completamente da solo. Ti insegna ad essere un regista, a coordinare ed a lavorare con gli altri.
Per me gli studi sono stati anni di grandissima apertura mentale e di condivisione. Con tutti i difetti che gli architetti hanno e continueranno ad avere, secondo me la cosa più importante che la professione è in grado d insegnarti se sei in grado di coglierla, è proprio questo: la libertà che deriva dal non avere limiti di pensiero. Spaziando dall’arte alla tecnologia, dalla storia ai logaritmi, dal disegno tecnico alla manualità richiesta per i modellini, impari l’importanza della multidisciplinarità e della varietà di punti di vista. A forza di studiare la prospettiva si impara anche a cambiarla e forse è proprio per questo che poi in tanti cambiano di fatto mestiere. Perché l’architettura non è soltanto una professione, ma è anche fantasia ed improvvisazione.
Troppo tecnica per gli artisti e troppo artistica per i tecnici, non saremo mai né carne né pesce, ma avremo la libertà di invertarci.
Io festeggio così il mio numero 1200, voi perdonate i vostri architetti del 110 perché anche loro hanno sofferto.
Enjoy!
F.T.