And the winner is …

Eccoci qui,

con il primo articolo dell’anno. Ormai a gennaio finito, ci imbarchiamo per febbraio, mese di premi e premiazioni!
Pensateci un momento, mai quanto a febbraio si celebra! Partendo dal Carnevale si passa per Oscar, Festival di Sanremo, Orso d’Oro, e siamo appena reduci dai Golden Globes.

Bene, in questo contesto festaiolo, nel nostro piccolo, anche noi di Fotografia Europea siamo reduci da una premiazione. Ebbene sì, grazie alla mia collega Matilde, nonché project manager del Festival, abbiamo vinto il Lucie Awards come miglior festival fotografico dell’anno. Perché grazie a Matilde? Perché al premio ci sia può candidare e lei lo aveva già fatto lo scorso anno, per poi ripetersi, credendo in tutti noi.

I Lucie Awards sono assegnati dall’omologa fondazione che ha sede a New York e che premia ogni anno i migliori risultati ottenuti nel campo della fotografia. Sono diverse le categorie per cui partecipare, le principali naturalmente riguardano fotografi e curatori. Tuttavia da due anni si può partecipare anche al premio di miglior festival fotografico ed è quello che abbiamo fatto. Nel 2021 fu un podio senza vittoria, siamo rientrati nei primi tre classificati, ma non eravamo al primo posto.

Memori dell’esperienza, quando abbiamo ricevuto l’invito al gala di premiazione quest’anno, non abbiamo minimamente pensato di volare a New York. Invece, come nei migliori finali inaspettati, dopo un po’ di suspance, abbiamo scoperto che il premio era andato proprio a noi, tanto che con un po’ di attesa per i tempi della dogana, all’inizio dell’anno la nostra targa è approdata a Reggio Emilia.

Eh niente, terremo il nostro speech di ringraziamento per le prossime vittorie. Intanto speriamo che questo premio porti tanti nuovi visitatori in primavera nella nostra città.

Ma torniamo ai premi super riconosciuti, quelli per cui la gente piange al ricevimento! Voi quale premiazione preferite?
Devo dire che quest’anno c’è molto fermento sia per il Festival di Sanremo “anni ’90” su mamma RAI, sia per gli Oscars. Mai come quest’anno i Golden Globe hanno indirizzato le successive nomination dell’academy e sono moltissimi i film che concorrono che in Italia ancora non si sono visti, se non in qualche festival.

Tàr con Cate Blanchett uscirà a Febbraio nelle sale qui da noi, mentre il premiatissimo Everything, everywhere, all at once è stato ripescato come nelle migliori edizioni di Miss Italia e sta per tornare al cinema dopo essere stato ignorato lo scorso Ottobre. Questo senza parlare del successo planetario di Aftersun, che grazie alla nomination di Paul Mescal arriva finalmente in pochi cinema selezionati.

Non solo grandi successi però, anche grandi esclusi. Tra questi Babylon di Damien Chazelle, criticatissimo dalla stampa e dal pubblico americano. Chazelle ha un passato di tutto rispetto ed un bottino di premi conquistati con La la land, film meraviglioso. Il suo titanico colossal di 3 ore ed 8 minuti non sembra aver eguagliato i successi precedenti, anche se a me personalmente è piaciuto molto. Sicuramente il film si ama o si odia, sono difficili le mezze misure. Io però vi ho trovato moltissime assonanze con La la land, a partire dai temi musicali, che sono una caratteristica del regista. Il film, come altre sue esperienze passate è fatto della casualità degli incontri, che a volte sono fortunati e a volte no. Ci portano in direzioni che non sempre sono per la vita, o forse sì.

Io non sono un’esperta di Chanzelle devo dire, non è uno di quei registi come Baz Lurhmann di cui conosco tutta la filmografia (a proposito Elvis è ovviamente candidato a miglior scenografia, migliori costumi e miglior trucco e parucco), però devo dire che vedere Babylon mi ha sviluppato una gran curiosità di approfondire il suo repertorio. Innanzitutto perché è lirico, nel senso più classico del termine. Chanzelle è melodrammatico e malinconico e con questa sua raffinata poesia esistenziale affronta il tema del cinema, che per gli americani ha un solo senso, quello del lieto fine. In particolare affronta in questo modo il musical, eccezione più unica che rara, avvicinandolo alla mia amata opera.

Nei film di Chanzelle il finale non è mai scontato, anzi, molte volte ci troviamo a domandarci il perché di certe scelte e questo per me è impagabile in un film o, più in generale, nell’arte. Porsi delle domande, interrogarsi sul senso delle cose, è quello che ogni artista dovrebbe promuovere. Io almeno, preferisco pensare piuttosto che ingurgitare messaggi ben studiati per indirizzare i nostri consumi. Di fronte a questa riflessione per me non è così importante la filologia, quanto l’atmosfera. A Babylon sono state fatte moltissime accuse: di essere sfacciato e volgare, di presentare personaggi non attinenti all’epoca che si racconta, di aver vestito e trattato il personaggio di Nelly LaRoy come una donna del 2022 mentre ci troviamo negli anni ’20 del 1900, di aver delineato solo i difetti e non i pregi dei personaggi. Tutto vero, ma quante volte siamo disposti ad accettare queste illusioni visive in altri prodotti? Perché non dovremmo farlo anche qui?
Piccolo appunto, si possono magari criticare i costumi, ma il set design è perfetto e svela tutta la bidimensionalità delle scenografie più o meno colossali dell’epoca. Un bellissimo viaggio nel tempo.

Secondo me Babylon, come molti film di Chanzelle ha come protagonista principale il cinema, che è uno dei pochi sopravvissuti alla vicenda nonostante il cambiamento. Tutti i personaggi che gli ruotano intorno sono accumunati dall’amore per quel mondo fantastico, al di là del prezzo che poi dovranno pagare per appartenervi. Principio peraltro affermato anche in La la land, solo che in via più sentimentale e romantica. Questo è assolutamente reale e contemporaneo, al di là che si parli del passaggio dal muto al suono, o che si parli dei cambiamenti che attualmente la settima arte dovrà mettere in atto ancora una volta per sopravvivere. Io penso che non vi sia nulla di più reale ed agrodolce del compromesso quanto si cerca di approdare alla realizzazione dei propri sogni. Più o meno fortunati, ognuno di noi almeno una volta si sarà confrontato con i propri desideri, e questi non saranno sicuramente stati come li immaginavamo per quanto possano averci ugualmente donato soddisfazione.

Spike Jonze plays Otto Von Strassberger, Lukas Haas plays George Munn and Robert Clendenin (back) plays Otto’s Assistant Director in Babylon from Paramount Pictures.

I film di Chanzelle corrono sul filo di questo compromesso, hanno il sapore amaro dell’aver lasciato sempre indietro qualcosa. Io trovo sia un peccato che l’opinione pubblica americana si sia fermata all’osservazione dei difetti presentati di quel mondo, difetti peraltro esistenti e che non andrebbero nascosti. Non importa se ci sono stati anni ruggenti e splendenti del muto e di Hollywood, il suo mito si è costruito anche sulla decadenza dei momenti di passaggio ed è stupido negarli, sarebbe stato più utile al contrario goderne con la malinconia dei protagonisti, come qualcosa di lontano, di folle, di caotico, di magico.
La malinconia che solo chi ha perduto un sogno può conoscere e che bisogna essere molto sensibili a saper raccontare.

Ci salutiamo così, un po’ sul viale del tramonto, sempre per citare grandi classici.
Voi quali film nominati dovete recuperare? Io parecchi e dedicherò il prossimo mese proprio a questo.

Enjoy!

F.T.

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