Eccoci qui,
a parlare oggi di Diabolik … perché Diabolik? Beh in parte perché desideravo da moltissimo tempo vedere il film, sono riuscita e devo dire che non mi ha assolutamente delusa. In parte perché il prossimo weekend uscirà il sequel (pare vi sarà anche un terzo film nella serie). Infine, last but least come direbbero gli inglesi, perché sono da poco passati i 60 anni dalla creazione del fumetto che vedremo essere strettamente legato all’architettura dell’epoca.
Iniziamo dal principio: Diabolik è uno tra i più famosi fumetti a marchio italiano, creato appunto nel 1962 dalle milanesi Angela e Luciana Giussani e pubblicato dalla casa editrice Astorina.
Diabolik è un criminale astutissimo, dalle possibilità pressoché illimitate in termini di denaro e stile di vita. Furbo e temibilissimo, ha la nomea di non far sopravvivere nessuno che lo incontri o lo guardi negli occhi di ghiaccio. Da Diabolik è fortemente affascinata Eva Kant, una giovane vedova bellissima, che si rivelerà non proprio indifesa ed altrettanto astuta. Ben presto i due fanno coppia ed al loro inseguimento si mette l’ispettore Ginko, già alle costole di Diabolik da tempo.
Diabolik non è solo un fumetto tuttavia, è soprattutto un innovazione, come innovatrici furono le sue creatrici. Pare che fossero particolarmente ispirate dal ritmo vorticoso e teso verso il futuro della Milano degli anni ’60 ed in molti dettagli si può leggere questa voglia di progresso: il fumetto ad esempio cambiò il formato tradizionale in uno più piccolo che potesse essere messo in borsa e portato sulle nuove linee metropolitane, i personaggi guidano auto veloci di ultima generazione e sfoggiano abiti che li hanno resi subito icone.

Probabilmente per queste ragioni, il fumetto ha ispirato moltissime versioni cinematografiche che, però, non sembrano aver avuto lo stesso successo. L’ultima e più famosa è quella dei Manetti Bros. uscita in lockdown nel 2021 e fortemente criticata per la lentezza del ritmo e la staticità della recitazione. A me però ha subito incuriosito innanzitutto perché avevo letto diverse recensioni che elogiavano la scelta di quel tipo di recitazione, volutamente finta e forzata, a richiamare la narrazione bidimensionale del fumetto. Poi ero soprattutto curiosa di vedere la ricostruzione scenografica di un insieme così fortemente connotato. E’ infatti proprio qui che il film non mi ha delusa, anzi! Lo trovo molto ben fatto e fedele alla copia cartacea.
Iniziamo di nuovo con il dire che la produzione è costata 10 milioni di euro, che il cast è eccezionale per phisique du role (peccato per Marinelli che è stato sostituito nel sequel) e che il fumetto si svolge interamente a Clerville. Clerville è una città immaginaria, capitale dell’altrettanto immaginario stato di Clerville, che si riconduce alla regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, ma che non ha nessun riferimento specifico. Per ricreare Clerville e le altre città in cui si svolge la vicenda, le riprese si sono spostate tra Bologna e Milano, principalmente per Clerville, Courmayeur per la baita di montagna dove conosciamo Eva Kant e Trieste per l’ultimo colpo a Gent. Gli esterni notturni del film sono quasi tutti interamente girati tra i portici e le strade di Bologna, mentre a Milano si chiede in prestito la torre Velasca, il Palazzo Meroni, a rappresentare il Gran Hotel de Ville ed il Tribunale.
Pare che vicino a Bologna, sulle strade per i colli, vi sia anche la location della villa di Diabolik, che contiene il suo covo, e che rappresenta a pieno il suo proprietario: fredda, spigolosa, raffinata. L’architettura infatti è anch’essa protagonista sia del fumetto, che conseguentemente del film. Da diversi numeri di Diabolik si evince che il protagonista è un uomo molto facoltoso ed anche piuttosto misterioso, che spesso ha rifugi e nascondigli sparsi in giro per il mondo. Questi rifugi sono per le sorelle Giussani, alcuni dei capolavori indiscussi dell’architettura, tanto che era stata promossa una mostra qualche anno fa a Milano sul rapporto tra il fumetto e le architetture in esso presenti.
In una delle sue avventure Diabolik fa addirittura tappa nella Casa sulla Cascata del maestro dell’architettura americana contemporanea Frank Llyod Wright, mentre per la sua stessa residenza sembra che le Giussani si siano ispirate alla Maison Louis Carrè di Aalvar Alto. Entrambi gli architetti hanno segnato l’architettura contemporanea e sono noti soprattutto per la loro ricerca di architetture che si fondessero con l’ambiente circostante, pur sempre utilizzando linee contemporanee e nette.
Non solo architetture, i rifugi di Diabolik sono costellati di pezzi del design dell’epoca, che ho osservato e ritrovato con piacere anche nella ricostruzione cinematografica, accuratissima da questo punto di vista.
E’ facile ritrovare chaise longue, poltrone e tavoli iconici per l’epoca, che riflettono lo stile di vita del protagonista ed in qualche modo la sua algida freddezza.
In particolare sono rimasta colpita dall’uso di architetture contemporanee e brutaliste che catapultano la storia in un misto di futuro non identificato e contesto vintage. Lo spazio viene percepito come reale grazie ai rimandi accurati e retrò degli abiti, dei mobili e dei rivestimenti, mentre nelle sue forme trasudano il modernismo tipico delle ambientazioni distopiche ed immaginate. In fondo Clerville è questo, una città inventata, ed ha la funzione soltanto di rendere verosimile una storia.
Le architetture e le location del film ci riescono benissimo a mio avviso utilizzando forme geometriche pure, grandi finestre ed aperture e materiali moderni – cemento, legno.
I grandi cerchi che ricorrono spessissimo nelle inquadrature mi hanno immediatamente rimandato anche alle città ideali realizzate da grandi architetti del XIX secolo: Louis Kahn che delle forme pure fa un manifesto e che le fa interagire con la luce in grandi aperture e nitidi blocchi costruttivi, proprio come avviene in alcune scene del film. Ancora Arcosanti, in Arizona, sperduta nel deserto, città realizzata per 5.000 abitanti negli anni ’60 da Paolo Soleri, collaboratore ed allievo guarda caso proprio di Wright. Le sue linee nitide, sferzate dal sole del deserto, ricordano i volumi delle architetture presenti in Diabolik ed anche qui ritroviamo grandi ambienti inondati di luce da aperture circolari.
Restando nella nostra Milano, pare che le sorelle Giussani invece si fossero ispirate al nuovo palazzo Mondadori, progettato niente di meno che da Oscar Niemeyer e riprodotto anche in un numero del fumetto come casinò.
Un criminale insomma con la passione per il bello, che fuoriesce completamente dallo svolgimento del film. Miriam Leone, la nostra Eva Kant, indossa solo gioielli Bulgari nella pellicola, d’altronde i gioielli sono altri protagonisti delle vicende dei due ladri e dovevano essere ben rappresentati.
Spero di avervi incuriosito, inoltre le recensioni del sequel sembrano molto più benevole rispetto al primo film, perciò non ci resta che andare al cinema.
Enjoy.
F.T.







