Eccoci qui,
con un nuovo articolo scritto seguendo i vostri suggerimenti. Dopo l’equità sociale, che abbiamo affrontato nello scorso pezzo, mi è stato chiesto di parlare di tranquillità. Cosa molto comprensibile visti i tempi che stiamo vivendo, ma alquanto difficile da contestualizzare.
Ognuno di noi ha infatti una propria idea di tranquillità, quello che può trasmettere pace a me, potrebbe infastidire un’altra persona. Tuttavia ho provato a pensare ad un argomento che potesse legarsi alla tranquillità in modo più universale ed ho riscoperto un bellissimo libro acquistato qualche anno fa intitolato “NewZen. Gli spazi della cerimonia del tè nell’architettura giapponese contemporanea“. Il testo è di Michael Freeman, scrittore e fotografo residente a Londra, esperto di viaggi e di arte orientale.
Io non so come sia nata la sua passione per l’Oriente e perché abbia deciso di scrivere di architettura giapponese, ma vi posso garantire che è una caratteristica che ci accomuna. Io pratico yoga da ormai 10 anni e solo ultimamente mi sono avvicinata anche alla meditazione. Personalmente, penso che riuscire a liberare la mente e creare un vuoto ed una centratura su sé stessi sia una delle cose più difficili che abbia mai provato. Da questa mia iniziale curiosità è nata una vera e propria passione per la cultura, ma soprattutto per gli spazi dell’architettura tradizionale giapponese, che credo siano dei luoghi che indistintamente rimandino ad un senso di pace. Tali spazi rispondono naturalmente a quelli che sono concetti astratti della cultura Zen e parlare della loro composizione non può prescindere dalla spiegazione (o almeno dal suo tentativo) di alcuni principi della sua stessa filosofia.
Partiamo dalle basi per cercare di semplificare il più possibile. Innanzitutto potreste chiedervi perché venga associata la filosofia Zen alla cerimonia del tè, quando a livello globale esistono molte altre forme di socialità legate al rito del bere una tazza di tè (l’Afternoon Tea inglese ad esempio). Inoltre la materia prima, il tè verde macha, in questo caso, ha origine cinese non giapponese.
Pare che tutto abbia avuto inizio nel XII secolo con il viaggio in Cina, appunto, del monaco giapponese Eisai, che si recò a Zhejiang per approfondire lo studio del buddismo Zen. Eisai elaborò un particolare metodo di preparazione del tè verde ridotto in polvere, che diffuse al suo ritorno in patria. Inoltre si fece promotore del consumo di tale bevanda come strumento di benessere e longevità, nonché come aiuto ascetico nella pratica Zen. Da quel momento il legame tra il tè e lo Zen divenne inscindibile ed il consumo del tè, associato alla pratica religiosa del buddismo, si separò dalla quotidianità per diventare una forma rituale. Già qui capiamo dunque che la cerimonia del tè giapponese ha una vocazione prettamente spirituale e contemplativa, a differenza della connotazione mondana o sociale che riveste nel mondo occidentale.
La figura centrale nel processo di diffusione della moderna cerimonia del tè fu invece il maestro Sen no Rikyu (1522-1591) che ha contribuito in modo essenziale sia alla definizione della cerimonia stessa, che alla scelta degli utensili necessari ed alla definizione della composizione del chashitsu, la cossiddetta “stanza del Tè“. Il suo obiettivo nel creare quella che viene chiamata la “Via del Tè” era quello di instaurare un profondo scambio spirituale tra le persone, tra ospite e convitati, che poteva avvenire anche grazie all’apprezzamento degli oggetti scelti e delle opere d’arte esposte all’interno del chashitsu. La scelta di ognuno dei pezzi, infatti, doveva essere tale per cui tutti ne rimanessero ammirati. L’ospite non solo doveva condurre la cerimonia, ma lo stesso rito sarebbe divenuto occasione per mostrare ai convitati il proprio gusto estetico attraverso la collezione presente. Il gusto personale non doveva però cercare di soddisfare solo il proprio appagamento, bensì doveva riscontrare il piacere della maggioranza. Naturalmente lo spazio che accoglie tale cerimonia riveste un’importanza fondamentale a questo punto, in quanto deve rispecchiare armonia, semplicità e quella che viene definita umile bellezza.
E’ per questi motivi che per parlarvi di tranquillità ho scelto proprio la storia e la descrizione di questo spazio, nato appositamente per la contemplazione. Dobbiamo però esplorare ancora qualche concetto filosofico prima di cominciare. Come dicevo inizialmente la cultura tradizionale giapponese è fortemente allegorica e si fonda su concetti specifici di difficile traduzione per noi occidentali.
In questo caso non possiamo tralasciare due principi fondamentali: quello del wabi-sabi e quello di ichigo ichie. Di wabi-sabi forse avete già sentito parlare: è uno dei principi della filosofia Zen ed è fondamentale nella definizione dell’estetica giapponese. I due termini che compongono la parola derivano entrambi da verbi: wabu significa avvilimento, essere ridotto in povertà; sabu significa invece invecchiare, essere scolorito. Wabi-sabi fa perciò riferimento ad un’estetica umile, usurata, invecchiata. In senso più generale si potrebbe tradurre come il riconoscimento della bellezza imperfetta, semplice, quotidiana, la bellezza delle piccole cose i cui segni del tempo rimandano malinconicamente al pensiero del tempo che passa. Il tipico esempio di bellezza wabi-sabi è proprio la tazza da tè dalle forme imperfette, utilizzata durante la cerimonia. Le sue imperfezioni possono rimandare sia all’azione delle mani dell’artigiano, che la realizza attraverso un processo unico e non in serie, sia all’usura dovuta all’uso prolungato nel tempo. Entrambe le motivazioni conferiscono all’oggetto un senso di unicità di cui gli oggetti prodotti in modo standardizzato o perfetto sono privi.
Al termine di wabi viene anche conferito il senso di “estetica del nulla” che è un concetto fondamentale perché nella cultura giapponese esiste una dualità nel termine di bellezza che fa si che non si possa apprezzare ciò che è magnifico se non si conosce ciò che è comune, senza conoscere una delle due cose non si può apprezzare l’altra. Concetto molto interessante anche per noi direi!
Il termine di ichigo ichie ha invece una traduzione letterale che è “un solo incontro nell’arco della vita“. In altre parole si fa riferimento al fatto che l’incontro, in questo caso la cerimonia del tè, tra ospite e convitati sia unico. Non è dato sapere se questo si ripeterà e pertanto l’impegno nella preparazione della cerimonia deve essere massimo. Ciò rimanda non solo all’importanza rivestita dall’ospitalità all’interno della cultura giapponese, ma anche all’apprezzamento della fugacità del tempo, che si rispecchia in tutta l’arte e la poesia nipponica. Lo stesso spirito della poesia haiku o dell’apprezzamento della fragile bellezza della fioritura dei ciliegi (vera e propria celebrazione in Giappone) si rispecchia pertanto all’interno della cerimonia del tè rafforzando ancora una volta la sua ritualità.
Capirete a questo punto che il chashitsu ed il giardino che ad esso conduce hanno la funzione di creare la condizione fisica e spirituale ottimale per esprimere tale ospitalità.
E’ abbastanza naturale che in una tradizione così codificata il chashitsu abbia una conformazione obbligatoria che si costituisce nel seguente modo. Innanzitutto la stanza del tè ha dimensioni più ridotte ed un natura più umile paragonata ad una stanza comune, per tutti i motivi analizzati in precedenza. Le sue componenti essenziali sono: un pavimento costituito da tatami, un focolare (ro) incassato nel pavimento e utilizzato per scaldare il bollitore durante la stagione invernale (in estate viene sostituito da un braciere), una nicchia (tokonoma) sul lato sud con un pilastro ad angolo (tokobashira) che ne costituisce parte della composizione, un rotolo di carta o stoffa appeso alla sua parete ed un fiore piuttosto che un’opera d’arte. L’entrata del chashitsu inoltre è sempre stretta e bassa (nijiriguchi) in modo da costringere gli invitati ad entrare carponi, mentre l’ospite ha un ingresso separato che dà accesso diretto alla stanza della preparazione, o mizuya. Le finestre presenti (mado) sono ricoperte da shouji, pannelli di carta giapponese, inoltre spesso affacciano sul giardino.
Il giardino, di suo, deve sempre contenere un sentiero di pietre che conduce allo tsukubai, il bacino in pietra naturale dove gli invitati si lavano mani e bocca, con l’acqua presente, prima di entrare, in segno di purificazione. I giardini giapponesi, al contrario di quelli all’italiana o all’inglese, tendono a loro volta a riprodurre la mutevole varietà del paesaggio naturale attraverso una composizione asimmetrica. L’enfasi è posta sul passaggio delle stagioni e sulla pluralità di punti di vista. L’acqua è un elemento essenziale e spesso presente, soprattutto se legato ad ambienti considerati sacri. Una delle espressioni più tipiche dei giardini giapponesi sono poi i giardini secchi, quelli che noi chiamiamo giardini Zen, in cui la scena è dominata da rocce accuratamente selezionate e ghiaia finissima rastrellata quotidianamente a creare eleganti motivi.
Questo è quello che propone la tradizione, ma allora perché la Cerimonia del Tè è ancora così fortemente radicata nella contemporaneità? La verità è che questi luoghi rituali e di contemplazione della bellezza hanno da sempre affasciato artisti e architetti del XX secolo. Alcuni dei più famosi esponenti dell’architettura occidentale del secolo scorso sono rimasti fortemente affascinati dalla cultura orientale, tanto da utilizzarla per plasmare le loro creazioni. Pensate ad Alvar Aalto, Mies van der Rohe, Frank Lloyd Wright ed anche al nostro Carlo Scarpa. La famosissima casa sulla cascata di Wright presenta come suo fulcro centrale un focolare, proprio come il chashitsu, ed è attorno a questo perno che partono e ruotano i piani sovrapposti che compongono la sua struttura (nella galleria seguente, immagini 1 e 2). Se siete stati al padiglione Italia ai giardini della Biennale, a Venezia, vi sarà difficile tralasciare la somiglianza del piccolo giardino di sculture progettato da Carlo Scarpa, ai giardini che conducono alla stanza del tè (in galleria, l’immagine 3 è il giardino di Scarpa, mentre l’immagine 4 è il giardino del chashitsu di Ken Yokogawa a Kawagoe). Inoltre pare che la famosissima 4′ 33″ di John Cage abbia visto la luce proprio a seguito di un viaggio in Oriente dell’autore, grande appassionato della cultura Zen. Non si può negare quindi che l’essenzialità, la purezza e la scelta dei materiali siano diventati elementi essenziali anche dell’architettura occidentale, che li ha fatti propri forse proprio per raggiungere una maggiore spiritualità o un maggior senso contemplativo degli spazi.
Oggi naturalmente sono moltissime le archistar o i designer giapponesi che ancora si confrontano con la progettazione della stanza cerimoniale per eccellenza della loro cultura. Da Arata Isozaki a Kengo Kuma fino a Shigeru Uchida si confrontano sulla propria Giapponesità proprio attraverso la rivisitazione di questo spazio e sono moltissime le soluzioni proposte. E’ innegabile insomma che in Giappone il chashitsu rivesta ancora un’importanza fondamentale che l’ha portato ad essere pensato con materiali innovativi, realizzato all’undicesimo piano di un blocco di appartamenti nel cuore affaristico di Tokyo o affacciato sul monte Fuji, trasformato in casa sull’albero o in soluzione trasportabile.
La grande sfida architettonica intrapresa nei progetti contemporanei di chashitsu resta però sicuramente legata al possedere conoscenza e fiducia sufficienti per dare forma a degli spazi che rispettino tali requisiti universali, senza tralasciare un’estetica personale.
In galleria vi lascio alcune delle esperienze contemporanee più significative, che potete ammirare interamente nel libro di cui vi ho parlato inizialmente. Le immagini sono dello stesso Michael Freeman o tratte da famosi siti di architettura come Dezeen.
Sulla cerimonia del tè una cosa è certa, la sua funzione a distanza di secoli non è cambiata. Il sito internet della Scuola di Enshu riporta questa sua definizione:
“ … una forma rituale del servire il tè, che esprime il concetto di Wakeiseijaku – ovvero di reciproco rispetto e attenzione, che produce armonia tra le persone e tra le persone e le cose – che nasce dall’apprezzare le opere d’arte presentate durante la cerimonia.”
Di questa armonia, della capacità di lasciarsi guidare in una contemplazione e del rispetto reciproco credo che avremmo molto da imparare anche noi di questi tempi.
Spero che il viaggio orientale di oggi vi sia servito e vi abbia conferito pace.
Enjoy
F.T.

























