Eccoci qui,
nell’ultimo articolo dello scorso anno vi ho chiesto quali fossero gli argomenti di cui avreste voluto che vi parlassi. Ho ricevuto diversi suggerimenti che cercherò di sviscerare, ovviamente sempre a mio modo, ovvero attraverso le discipline artistiche e l’architettura.
Il primo argomento si è rivelato essere l’equità sociale, che, anche se a prima vista può sembrare molto lontano da una cosa considerata futile, come l’arte, non lo è affatto. Esistono moltissimi progetti artistici che affondano le loro radici nel sociale e che utilizzano proprio l’arte, in varie forme (musica, teatro, creatività) come strumento di riscatto, accoglienza ed inclusione. Per non parlare poi dell’architettura che molto potrebbe, quando si parla di argomenti di questo tipo. Potremmo infatti affermare che ogni scelta di recupero urbano in spazi condivisi per la collettività rappresenta un’opportunità di equità sociale.
Devo però per forza di cose scegliere un argomento, altrimenti altro che primo articolo, potremmo parlarne per tutto il 2022!!!
Ho deciso perciò di tornare alle origini. Equità sociale significa uguaglianza, significa dare a tutti le stesse possibilità al di là del genere, della razza, della posizione economica. Significa parlare di diritti e di valori condivisi, qualcosa che in questi tempi confusi sembra così lontano.
Come dicevo all’inizio, anche l’arte sembra molto distante da questo contesto, almeno l’arte contemporanea: così elitaria, così eterea, così apparentemente insignificante. Tuttavia l’arte a suo modo può diventare strumento di affermazione dei diritti. In particolare può diventare strumento di denuncia e documentazione.
Se ripercorriamo il secolo scorso infatti, ci accorgeremo che sono stati in gran parte gli artisti e gli intellettuali dell’epoca a mantenere sveglie le coscienze civili, attraverso il loro impegno politico, anche in epoche di assoluto buio umano. Una delle città di maggiore risonanza in questo senso è stata la Parigi degli anni ’30, che, prima di essere occupata dai nazisti, è stata in punto di ritrovo ed accoglienza di tutti i dissidenti politici della Mittel Europa. E’ proprio in questa città che nascono delle grandi leggende della storia dell’arte e della fotografia, tra cui Gerda Taro.
Gerda Taro è lo pseudonimo di Gerta Pohorylle, fotografa tedesca di origini ebree polacche, la cui opera è stata per anni dimenticata e “confusa” con quella del famoso compagno Robert Capa … sempre a proposito di equità sociale. Di Gerta Pohorylle si dice fosse una ragazza vivace e brillante, che, nonostante le sue origini borghesi, militasse nel partito comunista tedesco e difendesse i diritti dei lavoratori. Proprio per questo nel 1935 venne incarcerata a Stoccarda, la sua città, e riuscì ad essere liberata soltanto grazie al passaporto polacco. Decise così di trasferirsi a Parigi, mentre la sua famiglia tornò in Palestina. Qui fece mille lavori per mantenersi e entrò in contatto non solo con il partito socialista francese, ma anche con una serie di militanti antifascisti, tra cui incontrò un certo Endre Friedman. Lui è un fotografo ungherese di origini ebraiche e per questo ugualmente esule, ancora non si fa chiamare Robert Capa , anche perché alcuni affermano che il personaggio del fantomatico celebre fotografo americano giunto a Parigi per lavorare in Europa sia stato creato proprio dalla coppia, professionale ed intima, Gerta ed Endre, per sbancare il lunario.
Con questo sodalizio e con Robert Capa, nacque non solo una delle figure più importanti della fotografia, ma anche la prima esperienza di fotoreportage, la prima documentazione dei soprusi, degli abomini e della devastazione della guerra e dell’uomo. Perché allora si ricorda solo la figura di Robert Capa e non quella di Gerda Taro, che ben presto diventa una firma individuale affermata? Perché nel mezzo corre la storia ed un destino fatale. Nel 1936 Gerda Taro riescì a procurarsi un accredito stampa per documentare la guerra civile spagnola ed i due fotografi decisero di partire alla volta di Barcellona. Dopo essere stata iniziata alla fotografia da Endre, Gerda cominciò ad avere una sua autonomia ed è straordinario pensare al livello tecnico da lei raggiunto in un solo anno di pratica. Il loro viaggio spagnolo proseguì e Robert Capa cominciò a guadagnarsi parecchie copertine, anche grazie a quelli che diventeranno capolavori della fotografia, come la fotografia del miliziano colpito a morte nei pressi di Cordova, proprio del 1936.
Gerda Taro tuttavia lo segue in professionalità e fama, e si guadagna a sua volta la prima copertina con un servizio che ritrae i parenti delle vittime di guerra in attesa al di fuori dell’obitorio. Le sue immagini non censurano mai la realtà, anche nella sua durezza più estrema. La sua missione sembra quella di testimoniare tutto ciò che i suoi occhi vedono. Il marchio Capa-Taro che inizialmente fu utilizzato indistintamente dai due fotografi, venne separato ed entrambi si avviarono alla propria carriera. Tuttavia l’anno dopo Gerda Taro fu colpita al fronte, nella battaglia di Brunete, e dopo una lunga agonia spirò a soli 26 anni. Il suo corpo fu riportato a Parigi, dove fu tumulato nel famoso cimitero di Père-Lachaise e dove ricevette tutti gli onori di un’eroina. Gerda Taro è la prima fotoreporter morta sul capo.
Pare che Robert Capa non si riprese più dopo la morte di Gerda, continuò il suo lavoro di fotoreporter e fondò, con i colleghi Henri Cartier-Bresson, David “Chim” Seymour, George Rodger e William Vandivert, la famosissima agenzia cooperativa Magnum, ancora oggi una delle più prestigiose agenzie fotografiche mondiali. Un anno dopo la morte di Gerda, nel 1938, all’arrivo negli Stati Uniti, Robert Capa pubblicherà in sua memoria Death in the Making, un libro fotografico che raccoglie le immagini scattate da Gerda Taro e che però venne firmato Robert Capa. Da qui si origina quell’equivoco che ha permesso di scoprire il lavoro di Gerda Taro soltanto moltissimi anni dopo, nel 1990, quando al ritrovamento di una sua foto nell’ospedale di Madrid, dove era stata ricoverata dopo la battaglia di Brunete, diverse storiche hanno voluto ricostruire la storia di questa sconosciuta. Altro ritrovamento fondamentale fu quello della cosiddetta Mexican Suitcase, la valigia messicana, che arrivò all’archivio Capa dal Messico e che contiene la maggior parte dei lavori di Gerda.
Robert Capa morì a sua volta sul fronte, nel 1954, documentando la prima guerra di Indocina. Tuttavia lui e Gerda sono rimasti indissolubilmente legati in quell’amore giovane e coraggioso. E’ molto difficile ancora oggi scindere il lavoro dei due fotografi, almeno per quanto riguarda naturalmente gli inizi della loro carriera. Le fotografie di Gerda Taro sono conservate all’ICU di New York, fondato dal fratello di Robert Capa in sua memoria e per molto tempo nessuno è stato interessato alla narrazione del lavoro di Gerda Taro, scindendolo da quello del famoso compagno.
Se anche voi, come me, siete rimasti però affascinati dalla storia di Gerda Taro, potete approfondirla attraverso un bellissimo documentario, che dovrebbe trovarsi ancora su Rai Play (è stato trasmesso ieri sera su Rai5), di Camille Mènager dal titolo Sulle orme di Gerda Taro, oppure attraverso il romanzo di Helena Janeczek, premio Strega nel 2018, La ragazza con la Leica. Inoltre alcune immagini di Gerda Taro sono inserite nella mostra Essere Umane, curata da Walter Guadagnini, il nostro guru della storia della fotografia, presente al Museo di S. Domenico di Forlì fino al 30 di Gennaio. La mostra è una selezione delle opere di sole fotografe che hanno fatto la storia, dagli anni ’30, in cui accanto a Gerda Taro troviamo i lavori di Tina Modotti, Dorothea Lange e Berenice Abbott, fino alla nostra contemporaneità con Letizia Battaglia, Susan Meiselas (di cui ho un libro autografato ad Arles … grandi cuori), Cristina De Middel, Annie Leibovitz, Zanele Muholi e molte altre.
Io non so se ho risposto al tema dell’equità sociale, ma pensare alle scelte di queste giovani donne, come Gerda Taro o Tina Modotti, belle e delicate, ma così coraggiose, così ferme sui loro valori e sulle loro battaglie, mi fa pensare che qualcosa nella nostra generazione si sia incrinato. Quanta forza contiene la storia di una piccola donna, morta così presto per quello in cui credeva, per una battaglia nemmeno sua, ma dell’umanità. La tomba di Gerda Taro conteneva un epitaffio, forse tratto dall’elogio funebre di Pablo Neruda e Louis Aragon, non più visibile perché fu censurato dal regime collaborazionista francese del 1942 e mai più ripristinato. La tomba di Gerda Taro fu l’unica tomba del cimitero francese ad essere violata dal regime nazifascita, che forse temeva la potenza delle sue idee e l’esempio di coraggiosa rivoluzionaria che aveva lasciato.
Allora sì, io credo che ricordare Gerda Taro, così come ricordare tutti coloro che hanno combattuto per la libertà ed i diritti, ci avvicini all’equità sociale e ci dia dei solidi esempi contro l’indifferenza.
Enjoy,
F.T.




