Eccoci qui,
finalmente a parlare di aperture! La scorsa settimana non si è fatto altro che riportare la caduta delle restrizioni di capienza per i luoghi di spettacolo e cultura e moltissime persone, da rappresentanti del settore ad influencer comuni, hanno sposato il motto “ed ora riempiamoli di nuovo i teatri”. Immaginerete che io non potrei essere più felice ed ho deciso per questo di parlarvi di un festival che ormai nella mia città è giunto alla tredicesima edizione, ma che ha sempre la freschezza della novità.
Reggio Emilia è una delle poche città in cui il fulcro cittadino è rappresentato non solo dalla piazza del Municipio, con Sala del Tricolore e Duomo, bensì anche dalla “piazza dei teatri”. Si tratta dell’area di ricostruzione ottocentesca della città ed ai lati del parco urbano cittadino, il parco del popolo, sono sorti due teatri, ora diventati tre: il Teatro Valli, il Teatro Ariosto e la Cavallerizza.
In una città in cui il teatro è messo fisicamente al centro esso non poteva che acquisire importanza e così è. Sapete che l’Emilia è terra di lirica, quasi tutti i capoluoghi di provincia propongono una programmazione importante e nuove produzioni annuali. Il tempio della lirica a Reggio è rappresentato dal Teatro Valli che negli anni ha ospitato anche spettacoli di grande valore artistico, che a livello nazionale sono passati soltanto da Roma o Milano (penso ad Einstein On The Beach di Robert Wilson ad esempio). Il teatro Valli inoltre è uno dei pochi teatri all’italiana che conserva la sua macchinera barocca, visitabile grazie a visite guidate specifiche.
Accanto al Teatro Valli, c’è il Teatro Ariosto dedicato soprattutto a prosa e saggi di varie associazioni. Infine troviamo la Cavallerizza, struttura riadatta che un tempo era una scuderia appunto. La cavallerizza è uno spazio molto contemporaneo dove vengono presentate le esperienze più innovative.
All’interno di questo già nutrito palinsesto, la Fondazione iTeatri ha sempre organizzato un Festival volto alla diffusione dei nuovi linguaggi performativi, il Festival Aperto, neanche a farlo apposta. Questa manifestazione si svolge sempre nel periodo autunnale in città, da settembre a novembre circa, e presenta spettacoli di teatro contemporaneo di vario genere: performance, musica, danza e prosa. In particolare lo scopo del festival è quello di indagare come i linguaggi espressivi contemporanei riescano a raccontare il mondo attuale e quest’anno il tema che è stato scelto è quello della speranza. Tema che sembra aver portato bene, almeno al momento!
Il direttore della Fondazione, Paolo Cantù, dice che il tema deriva da una citazione di Ernst Bloch, filosofo, utopista e marxista: “il concetto è che la speranza è un atto di volontà. Professiamo l’ottimismo della volontà. La speranza la dobbiamo costruire. I momenti di crisi sono stati importanti per confrontarci con gli artisti e dare possibili direzioni al futuro e dunque capire come uscire dallo stallo”.
Quale miglior modo per incentivare il ritorno del teatro come luogo di scambio, riflessione ed incontro.
All’interno del Festival Aperto gli spettacoli in programma sono 30. Di questi alcuni sono catalogati come imperdibili:
- Il progetto site specific La Visita, ideato da Gabriela Carrizo, anima dei Peeping Tom, per gli spazi della Collezione Maramotti (in programma da 4 al 6 Novembre)
- L’esibizione delle sorelle più note fra i virtuosi del pianoforte, Katia e Mariella Labèque, con un concerto inserito nella sezione del cartellone dedicata a Igor Stravinskij (il 23 Ottobre, proprio questo sabato)
- Larsen C di Christos Papadopoulos (il 21 Novembre)
- Political Mother Unplugged di Hofesh Shechter
Il tutto arricchito da giovani artisti e dalla presentazione dell’ultimo disco di Massimo Zamboni.
Tra tutto questo però c’è anche lui: Romeo Castellucci e la sua Societas. Colui che rappresenta IL teatro contemporaneo. Ormai saprete che ho studiato scenografia a Cesena, corso alle dipendenze dell’Accademia di Bologna. Bene, la Romagna presenta un folto insieme di realtà teatrali contemporanee super interessanti, di cui fa parte o forse potremmo dire di cui è l’origine la Societas Raffaello Sanzio, con sede stabile a Cesena e composta principalmente dalla famiglia di Romeo Castellucci. Se vi interessate di teatro conoscerete sicuramente i suoi spettacoli, provocatori ed irriverenti. Con il suo “Nel nome del Padre” fu accusato di blasfemia e si rese noto persino alle cronache pubbliche.
Oggi Castellucci fa molte cose: regia di opere liriche, direzioni artistiche, giurie. Forse si è anche un po’ allontanato dalla vena così pungente degli inizi, fatto sta che per me lui rimane il rappresentante più noto del teatro contemporaneo di avanguardia. Sono sincera, non è il mio preferito, per i migliori ci si deve spostare a Ravenna per me, ma comunque sia sicuramente è una delle persone più adatte a parlare di linguaggi espressivi contemporanei.
Perciò volete che me lo lasci scappare? In realtà Castellucci è presente in stagione con diversi spettacoli. Uno inserito nel programma di Aperto dal titolo Il terzo Reich (21 Novembre), gli altri in stagione: Inferno e Purgatorio 700° Dante Alighieri, della Societas (24 Novembre), Bros di Castellucci (3-4 Dicembre).
I temi trattati, come si può evincere dai titoli, sono quelli di totalitarismo e violenza ideologica. Il Terzo Reich dovrebbe comporsi come installazione visivo-sonora in cui vengono proiettati tutti i nomi presenti in un vocabolario ad uno ad uno, mentre in Bros lo spettatore assiste a 40 comparse volontarie che si comportano in conseguenza di un ordine ricevuto tramite auricolare. Fino a dove si spingeranno nelle loro azioni?
In realtà in entrambi gli spettacoli si ricerca una provocazione appunto e lo spettatore finisce per essere testimone di un fenomeno che lo coinvolge direttamente senza che lui possa in alcun modo direzionare le sue scelte. Obiettivo de Il Terzo Reich è infatti dimostrare quanto il bombardamento quotidiano di informazioni e parole che riceviamo comporti alla fine una casualità nella scelta di ciò che ci rimane in mente. Dice il regista “il frenetico e liminale susseguirsi delle parole fa sì che alcune di esse rimangano impresse nella corteccia visiva di ciascun spettatore; altre – la maggioranza – andranno perse. Lo spettatore, esposto a questo trattamento, subisce la parola umana sotto l’aspetto della quantità. Non il cosa, ma il quanto. L’affastellarsi frenetico delle nominazioni non lascia nessuno spazio alla scelta o discernimento.” Non siamo noi a scegliere cosa trattenere, ma il caos.
Nel caso invece di Bros siamo di fronte piuttosto ad un esperimento antropologico vero e proprio, dove assistiamo alla condotta secondo ordine, perciò alla prevalenza dell’azione rispetto al pensiero.
Saranno due belle seratone, ma io non le voglio perdere!
Quale modo migliore per tornare a teatro se non quello di riflettere sul pensiero e sulla società? In fondo questo è lo scopo del teatro da sempre, contemporaneo o meno.
Io spero di avervi invogliato a tornare a teatro e perché no, a venire a Reggio Emilia!
Enjoy!
F.T.



