Eccoci qui,
ancora in quarantena … incredibile! Non credo di aver avuto così tanto tempo da quando lavoravo solo in teatro ed il mio calendario era scandito dalle stagioni (liriche). In quel momento l’attesa era vissuta con un leggero senso d’ansia e di “non sto facendo abbastanza per promuovermi”, ora piuttosto è scandita dalla meditazione e dalla lettura.
Maturità … non credo … forse solo bisogno di riposo effettivo.
Nonostante io stia classificando il periodo con l’etichetta “non tutti i mali vengono per nuocere” sarebbe ipocrita farvi credere che non mi pesi stare ferma in casa senza possibilità delle mie gite fuori porta. Non so voi, ma io non vedo l’ora di poter tornare in un museo, di poter vedere uno spettacolo a teatro o di poter assistere ad un concerto dal vivo. La cultura si può ampliare e praticare in tanti modi, ma i miei preferiti sicuramente si ritrovano nei viaggi e nelle arti performative. Sto cercando di colmare la lacuna con registrazioni online o filmati, ma vedere spettacoli teatrali in tv mi fa dormire, non c’è niente da fare, devo lasciarli per la documentazione inevitabile altrimenti.
Detto ciò, passata la festa della liberazione, altra occasione singolare da passare a casa e non in un parco in buona compagnia facendo pacifica baracca, tra un giorno e l’altro, questo potrebbe essere effettivamente l’ultimo finesettimana di clausura completa!!! Certo non è detto che si possa uscire subito per lo svago o che si possa stare in compagnia, ma potremmo a tutti gli effetti avvicinarci a quello che sarà un nuovo modo di vivere la quotidianità. Non è detto neppure che si possa effettivamente tornare a viaggiare o che si possano frequentare strutture ricettivo turistiche o museali, tuttavia il solo pensiero di poter riprendere la quotidianità mi ha fatto riflettere su quanto in realtà siamo fortunati. Anche se non dovessimo poter uscire dai confini regionali o nazionali, l’Italia rimane uno dei Paesi più ricchi al mondo dal punto di vista della diversità culturale ed ambientale.
In questa ondata di patriottismo, ho deciso di scrivere due articoli in cui indicarvi quelli che per me sono i must da non perdere, di quello che è ora il mio lavoro. Parliamo dunque di musei e soprattutto di allestimenti. Ho stilato una classifica che ripercorre come numeri quella dei film da non perdere (lascio l’articolo qui Il giro del mondo in venti pellicole), ma, vista la mia scarsità di sintesi, ho pensato di dividerla in due parti: i 10 grandi classici del secolo scorso ed i 10 migliori musei di arte contemporanea.
Partiamo dai primi, quelli che per me sono i musei che hanno fatto la storia dell’allestimento museale. Premetto che l’argomento è molto ampio, che stiamo parlando soltanto di Italia e che la scelta naturalmente è influenzata dai miei gusti. Purtroppo non sarà presente un museo per regione o per ambito territoriale, anche se sarebbe davvero carino farlo in vista dell’estate, inoltre non ho ancora visitato tutti questi spazi, li ho soltanto studiati ed analizzati in università. In poche parole dunque, la classifica vale anche come mio personale promemoria e le foto non sono mie, ma raccolte dal web.
Partiamo!


1. Gypsotheca e Museo Antonio Canova, POSSAGNO (TV)
Per il primo museo sono due i giganti veneti ad incontrarsi: Antonio Canova e Carlo Scarpa. Canova è uno dei più grandi scultori italiani che lavorò alla fine del XVIII secolo. Le sue sculture sono esposte nei più grandi musei mondiali, ma la sua casa era a Possagno e proprio nella casa natale, il fratellastro dell’artista, vescovo all’epoca, fece raccogliere tutti i modelli in gesso utilizzate da Canova per le proprie sculture mettendo le basi del museo che ancora oggi risiede nella cittadina trevigiana.
La particolarità della Gypsotheca è appunto che al suo interno si possono trovare alcune tra le più famose opere dell’artista, certo in gesso, certo tutte bucherellate come la tecnica vuole, certo studi, tuttavia ugualmente autentici e dalla stessa pulita eleganza degli originali. Anzi, vi dirò di più, essendo io un po’ espressionista romantica, quasi preferisco le copie della perfezione dell’opera.
Nel 1957, in occasione dei 200 anni dalla nascita dell’artista, il museo si regalò un ampliamento firmato da Carlo Scarpa, architetto veneziano famoso per la sua dovizia ed attenzione ai dettagli. Per me Scarpa è tra i più grandi … tra gli impareggiabili geni del Novecento italiano. L’incontro della sua pulizia formale con le forme del Canova è un connubio difficilmente uguagliabile ed il dialogo che instaura tra opera architettonica e disposizione delle opere, rende il museo quasi un’opera d’arte completa la cui fruizione rappresenta un viaggio estetico a 360°.


2. Museo di Castelvecchio, VERONA
Il Museo di Castelvecchio è un’altra opera di Carlo Scarpa. Ce ne sono parecchie perché sono particolarmente affezionata al suo modo di trattare gli spazi. Il museo si trova a Verona, nel castello medioevale che fu costruito da Cangrande II della Scala. La collezione è variegata e, come spesso avviene, ospita opere di diversa tipologia. A differenza di Possagno però, qui l’opera museale diventa un classico di per sé stessa, al di là della collezione che ospita. Questo è uno dei più grandi errori museografici a voler essere pignoli, il grande dilemma della progettazione contemporanea, ma è ugualmente vero che ormai il contenitore rappresenta sempre più un’opera di per sè ed anche questa volta Scarpa fu un grande anticipatore di tempi. Il castello fu infatti bombardato durante la seconda guerra mondiale e, il suo restauro da parte di Scarpa appunto, divenne uno degli interventi più famosi e studiati del Novecento. I lavori durarono a più riprese per vent’anni, dal 1955 al 1975 circa. Fu il primo intervento di allestimento museale rispondente ai criteri del movimento moderno ed il restauro non fu certamente conservativo. In realtà, in arte il castello fu ricostruito com’era, ma laddove la struttura fosse totalmente perduta, si scelte di rendere evidente la superfetazione contemporanea, esibendo la perdita ed esaltando la nuova creazione. Fu anche il primo caso di museo la cui progettazione fu co-partecipata. Scarpa infatti non lavorò solo, ma fu affiancato da altri studi, da un ingegnere strutturale, dal personale del museo e dai realizzatori.
Il risultato è indimenticabile, alcuni scorci poi sono diventati famosi quasi quanto la statua di Giulietta (forse più per gli architetti). Vi consiglio di visitarlo prestando particolare attenzione ai dettagli, ai materiali ed alle scelte tecnologiche, tutte pensate dalla pavimentazione esterna alla maniglia delle porte.


3. Museo di Palazzo Abatellis, PALERMO
Sempre Scarpa, ancora lui, perdonatemi! Purtroppo di questo palazzo posso parlarvi solo attraverso gli studi perché ancora non sono mai stata a Palermo. Sicuramente Palazzo Abatellis sarebbe una delle mie tappe, non solo perché raccoglie alcune opere famosissime, come l’Annunziata di Antonello da Messina, o Il trionfo della morte tra i suoi stessi affreschi, ma ancora una volta per il suo restauro. Anche qui la storia del Palazzo, che si trova in uno dei primi quartieri di Palermo, è lunghissima: convento prima in epoca sia aragonese che spagnola, divenne nel 1500 anche chiesa, prima di essere palazzo. Nel 1943 fu poi bombardato ed anche qui, dopo la guerra, si decise di ricostruire e di farvi la sede di una pinacoteca. Il restauro di Scarpa è precedente a quello di Castelvecchio, termina nel 1954 con l’inaugurazione della galleria e forse per questo meno audace per certi aspetti. Tuttavia si ritrova la sua mano, la sua attenzione ai particolari, la scelta di materiale ed elementi allestitivi che non solo valorizzano lo spazio, ma esaltano, soprattutto cromaticamente, le opere presenti.


4. Il cortile-giardino del Padiglione Italia alla Biennale, VENEZIA
Ultima opera di Scarpa, prometto! Non posso non citare però questo piccolo gioiello. Se vi è capitato di frequentare la Biennale di Venezia, che sia dell’arte o dell’architettura, saprete che gli spazi espositivi si dividono tra l’arsenale ed i giardini. All’interno dei giardini, grande parco affacciato sulla laguna, troverete diversi padiglioni che rappresentano diverse nazioni e che solitamente ospitano, come in un’esposizione internazionale, le maggiori opere di quel paese. Il padiglione Italia ha una facciata neoclassica con un colonnato leggermente semicircolare. Il suo interno presenta una cupola d’ingresso e varie sale espositive, ma anche questo piccolo cortile giardino nascosto, così diverso dall’architettura che lo ospita.
Io adoro l’architettura scandinava, capitanata da Alvar Aalto, così come quella organica promossa negli Stati Uniti da Frank Llyod Wright. Entrambi si ispiravano ai concetti di armonia ed essenzialità dell’architettura giapponese e così fece anche Scarpa. Forse è per questo che io lo apprezzo così tanto, è come se fosse la traduzione italiana di questo tipo di bellezza. Fatto sta che il cortile in cemento grezzo, sembra davvero un angolo di paradiso zen ritagliato tra le forme neoclassiche. E’ piccolissimo, ma il senso di pace e di appagamento varranno la visita!


5. Palazzo Rosso e Palazzo Bianco, GENOVA
Sono due, lo so, ma sono in qualche modo inscindibili. Passiamo ad un altro grande architetto del Novecento italiano, o meglio, ad altri due. Sì perché il progetto della scala elicoidale di Palazzo Rosso Franco Albini lo condivise con la compagna di vita e di architettura Franca Helg. Entrambi i palazzo sono residenze private risalenti al XVII secolo ancora una volta bombardati e trasformati in museo dopo il restauro. Quest’ultimo risponde ancora una volta ai principi del “movimento moderno” ed ha reso i due palazzi opere architettoniche di per sè stessi.
In questo caso a dire il vero, il pregio iniziale delle strutture le rendono veramente preziose di per sé, tuttavia l’accostamento di un allestimento completamente moderno per l’epoca suscita un contrasto interessante e giustapposto, che si evidenzia senza dare fastidio. Albini fu un grandissimo allestitore, oltre che architetto, e questa sicuramente deve essere una tappa per gli amanti del design di interni.


6. Museo del Novecento, MILANO
Il museo del Novecento ha una posizione centralissima, proprio a fianco del Duomo, appena prima di Palazzo Reale. E’ un museo nel museo, nel senso che una delle più famose costruzioni del Novecento milanese è stata adibita a Museo del Novecento essa stessa. Il Museo infatti è ospitato nel Palazzo dell’Arengario, costruzione doppia che conclude piazza del Duomo dagli anni ’30. I due palazzi gemelli, sui lati della piazza rispetto alla Cattedrale, furono realizzati nel 1936 su progetto di Portaluppi, Muzio, Magistretti e Griffini, ovvero gli architetti più importanti del razionalismo milanese di inizio secolo. La sua facciata è decorata con bassorilievi di Arturo Martini ed il progetto fu scelto tramite concorso e realizzato a seguito della demolizione della manica lunga di Palazzo Reale. In questo caso non ci si preoccupò del restauro, realizzando una nuova impostazione formale per la piazza. Nel 1998, il CIMAC Civico Museo d’Arte Contemporanea, ospitato all’interno di Palazzo Reale venne smantellato e ricollocato nel Palazzo con progetto museografico di Italo Rota e Fabio Fornasari, due dei più famosi museografi contemporanei. Il percorso è obbligato da una spirale che ha sventrato i piani nel vecchio stabile, conservandone soltanto l’involucro esterno. Quasi in un nostro piccolo Guggenheim, veniamo accompagnati nelle varie sezioni che mostrano le varie correnti artistiche nel secolo scorso. E’ una tappa fondamentale per chi si voglia avvicinare all’arte contemporanea e la terrazza all’ultimo piano vi toglierà il fiato!


7. Triennale di Milano, MILANO
La Triennale di Milano è ospitata nel Palazzo dell’Arte, all’interno di Parco Sempione. Sempre nell’architetto Giovanni Muzio, e sempre dall’iconografia “fasti dell’impero”, accoglie oggi una collezione permanente di pezzi che hanno fatto la storia del design, nonché varie esposizioni temporanee. Ve ne ho già parlato nell’articolo Compiti per le vacanze, in quanto ospitava la mostra curata da Paola Antonelli su design e sostenibilità, assolutamente visionaria a pensare a come siamo messi oggi.
Ve lo consiglio soprattutto per quanto riguarda il museo del design, non è grandissimo, ma ospita davvero un’interessante selezione di pezzi famosissimi in un allestimento giocoso e luminoso che corre lungo le ali del palazzo. La Triennale ospita anche un ristorante stellato sul terrazzo (che però non ho provato) ed ha uno splendido giardino con sculture contemporanee ed installazioni.


8. Cittadella dell’arte, BIELLA
La cittadella dell’arte di Biella è opere dell’artista Michelangelo Pistoletto. Più recente delle altre istituzioni, parliamo qui del 1998 (solo come il nuovo museo del Novecento), rappresenta un nuovo modello di istituzione artistica e culturale. Forse la inserisco nei grandi classici perché per me Pistoletto ormai rientra nei grandi classici, anche se contemporanei. Lo spazio che ospita la cittadella è un opificio dismesso. La storia racconta che Pistoletto, a Biella per una sua mostra, noti questo luogo da tempo dismesso, lo acquisti e lo renda qualcosa di nuovo, qualcosa di utopico. Io non credo sia così facile rendere un non luogo – luogo di nuovo. Non basta l’arte e non bastano sicuramente soltanto i soldi. Soprattutto non credo che l’Utopia si possa realizzare e quando si è provato i risultati sono stati spesso distopici. Tuttavia sono una grandissima fan della rigenerazione urbana e dei grandi complessi industriali dismessi. A questa però si dovrebbero affiancare tutte quelle azioni che rendono un luogo partecipato, che lo rendono un’esigenza ed una responsabilità comune. L’arte aiuta molto, soprattutto lo fa la didattica e l’educazione, ma per scoprire se l’utopia si sia davvero creata dovremmo effettivamente visitarlo!


9. Castello di Rivoli, RIVOLI (TO)
Altra pietra miliare del restauro italiano contemporaneo. Il Castello di Rivoli, come ormai facilmente potrete immaginare, fu residenza sabauda ampiamente danneggiata durante la seconda guerra mondiale. Ampie ali del castello furono interamente distrutte e nel 1946 se ne fece un casinò, di cui pareva essere assiduo frequentatore Vittorio De Sica.
L’attività ebbe breve vita e la costruzione cadde nell’abbandono praticamente fino alla fine degli anni ’70. Nel 1980 furono avviati dei lavori di ristrutturazione da parte dell’architetto Andrea Bruno, torinese molto più famoso in Francia che da noi, che diede al complesso la caratteristica forma attuale. Quello che più è interessante del progetto, è che di base non modifica né ricostruisce le parti distrutte, anzi le consolida e ne fa la caratteristica del restauro. La parte più famosa è sicuramente l’ala d’ingresso che si apre su un’ampia sezione dell’edificio che così è rimasta, con a vista travi, solai, copertura, come se davvero si mostrasse l’edificio in una sezione tridimensionale. Queste aperture sono state chiuse con grandi vetrate che sono diventate ampi spazi terrazzati all’interno.
L’aspetto immutato, decadente ed al contempo contemporaneo, lo rendono un’opera unica, adattissima ad ospitare una delle più famose collezioni di arte contemporanea italiane. Le aggiunte contemporanee sembrano protesi tecnologiche su di un corpo organico, sicuramente un classico nella sua originalità.


10. PAC Padiglione di Arte Contemporanea, MILANO
Torniamo a Milano e torniamo al razionalismo. L’architetto di cui parliamo ora infatti è Mario (detto Ignazio, come il nonno) Gardella. Lui, il padre, il nonno, furono tutti ingegneri ed architetti, beato lui, ed anche Mario/Ignazio, dopo una sfilza di case del fascio si diede al razionalismo, essendo tra gli italiani che da Milano aderirono al CIAM. Divenne uno dei maggiori architetti del primo Novecento italiano e si caratterizzo poi nel dopoguerra soprattutto per la sua attività didattica e di ricerca. Può piacere o meno il suo stile, non più classico, non ancora totalmente contemporaneo, fatto sta che il suo nome si associa inevitabilmente a Milano ed alla sua crescita urbana.
Gardella accanto a molti altri edifici, realizzò anche dei musei, tra cui lo CSAC di Parma (Centro Studi e Archivio della Comunicazione) ed il PAC appunto. Questo padiglione, accanto a Villa Reale (Villa Belgiojoso), progettato nel 1949, si caratterizza per la sua essenzialità, evidente soprattutto in rapporto alla preesistenza storica della villa. Sembra quasi un capannone industriale, nella forma e nella scelta dei materiali, tuttavia realizza una grande unione di interno ed esterno. Si affaccia infatti sul grande parco e l’intera parete vetrata su uno dei lati lunghi sembra confluire nel verde come in progetti molto più recenti. Un altro gioiellino insomma, che fu chiuso nel 1973 per una riqualificazione soprattutto dal punto di vista normativo degli impianti. L’ultimo restauro avvenne poi nel 1996, a seguito di un incendio doloso nel 1993, sotto la supervisione di Jacopo Gardella, neanche a dirlo ultimo della stirpe. La struttura fu ricostruita esattamente uguale per preservare la sua originalità, almeno formale.
Che dite, c’è qualcuno di questi musei che vi andrebbe di visitare? Devo ammettere che i più fortunati qui sono Veneti e Lombardi, mea culpa, sono stati gli studi.
Dove andrete voi appena ci sarà il liberi tutti?!? Intanto io vi aspetto la prossima settimana per la parte due.
Enjoy
F.T.