Eccoci qui,
con un nuovo articolo inspirato ad una questione che più volte questi giorni è stata portata alla ribalta nel mondo culturale architettonico, ovvero l’inutile dibattito sul termine “architetta”.
Grazie alla quarantena forzata in effetti si ha più tempo per leggere e, bisogna anche ammettere, che sia cresciuto in modo esponenziale il numero di contenuti digitali diffusi nell’ultimo periodo da istituzioni e testate giornalistiche. Tra questi anche quelli di puro svago, che vengono tirati fuori ogni qualvolta non si sappia effettivamente che dire.
Il dibattito sul ruolo femminile nella società contemporanea ed anche sull’attribuzione delle desinenze ai sostantivi professionalizzanti è di lunghissima data. Molti temi sono stati giustamente sollevati dal movimento #MeToo e derivati, altri sono lì latenti pronti ad emergere al bisogno.
Proprio qualche giorno fa ho letto un articolo di Elle Decor che riportava una tesi presentata sul New York Times da Allison Arieff, in cui ci si interroga sul destino delle giovani architette. Posto che nelle università americane (in quelle italiane è lo stesso) il numero di iscritti di genere maschile e femminile sono più o meno parificati, 50 e 50, perché nella professione le architette poi spariscono?
Sono a questo punto riportate le tesi più disparate, tra cui il fatto che esista ancora molto pregiudizio sul fatto che una donna una volta istruita e maturata debba soltanto sposarsi ed occuparsi dei figli, sul fatto che l’architettura sarebbe un mestiere da uomini anche per lo stress fisico che deriva dal fare nottate e curarsi scarsamente di sè stessi ed infine sul fatto che non vi sia parificazione professionale tra famosissimi mariti architetti e meno note, ma ugualmente capaci mogli architette.
Su quest’ultimo punto sono piuttosto d’accordo e vi rimando ad uno dei miei articoli più cliccati San Valentino per Architetti dove parlo appunto di famose coppie dell’architettura contemporanea che ahinoi sono spesso più famose per i meriti dei mariti (l’articolo porta però esempi di uomini virtuosi che sono riusciti a dare spazio e luce alle loro consorti). Sugli altri due punti invece dissento in pieno.
Innanzitutto odio il termine ARCHITETTA. Perché? Non basta architetto? Al limite gradirei soltanto l’apostrofo UN’ARCHITETTO, secondo gentile indicazione della rappresentanza femminile dell’Ordine degli Architetti di Reggio Emilia.
Architetto al femminile sembra una presa in giro, una donna che osa giocare con le forme e per questo viene immediatamente rimandata alla sua conformazione fisica. Ironico che ad alcune donne piaccia e che si siano battute per questo.
In secondo luogo, io credo che l’interpretazione di Arieff sia volta semplicemente a dimostrare una propria tesi, non a raccontare effettivamente la verità.
La facoltà di architettura è una delle facoltà con maggiori ritiri e sospensioni degli studi. Sì sembra tutto bello, creativo e lo è anche, però richiede molto impegno. Fare rilievi, disegni, progetti, tavole, esecutivi, richiede molto tempo ed attenzione. Certo non stiamo operando a cuore aperto, ciò però non toglie che serva motivazione e molte poche ore di sonno talvolta. Si impara a lavorare in gruppo e a delegare, a fidarsi degli altri e a sviluppare la propria creatività in cerca di soluzioni. Una grande verità è che, uomini o donne, non tutti ne sono capaci. Io sono molto grata ai miei studi perché credo mi abbiano ampiamente aperto la mente, tuttavia sono moltissime le persone laureate in architettura che poi non svolgono la professione. Non solo donne, anche uomini. Volete qualche esempio: Claudio Baglioni, Seal, Samuel L. Jackson, Thomas Hardy, Tom Ford, Giorgio Armani, Roger Waters Nick Mason e Richard Wrigh (senza architettura no Pink Floyd sì!), Dario Fo, Licia Maglietta, Edoardo Bennato, Max Tortora, Claudia Bruni (iscritta ma non laureata), Art Garfunkel, Benjamin Netanyahu, Gianfranco Ferrè, addirittura …. attenzione attenzione BRAD PITT, iscritto ma non laureato pure lui.
E’ una cosa molto comune in realtà, in primis perché l’architetto è ancora un mestiere di casta. E’ molto complesso avviare un proprio studio professionale se non si ha già un’attività familiare (nonostante tanti architetti non seguano le orme dei padri o al contrario abbandonino lo studio paterno, non generalizziamo), è molto difficile essere considerati architetti (un giovane architetto di norma ha sui cinquant’anni) ed è molto difficile emergere da soli, spesso hanno la meglio gli studi associati. Giustamente, perchè l’architettura è un mestiere complesso, si devono sviluppare soluzioni adeguate a livello strutturale, economico, ambientale e sociale, ed è meglio avere una sguardo collettivo piuttosto che individuale. Fortunatamente uno studente di architettura impara ben presto la sopravvivenza: organizzazione ed allo stesso tempo gestione degli imprevisti. Data questa forma mentis in tanti lasciano per intraprendere le carriere più svariate, dal pasticcere al regista, dal fotografo al comunicatore, perché riescono a reinventarsi anche quando non ce la fanno.
Ho sempre trovato molto bello questo aspetto e comprendo, per questo motivo, la decrescita del numero di affermati professionisti rispetto ai laureati (io stessa sono abilitata senza essere iscritta all’albo, potrei farlo ma al momento non ne ho necessità), ma non è giusto ridurre il discorso all’incapacità femminile di gestire situazioni complesse. Inoltre ricordiamoci che l’architettura in origine ha incluso moltissime branche del design che oggi sono professioni a sé stanti: grafica, oggetti, installazioni, moda, scenografia, gioielli, borse, alto artigianato … moltissimi architetti oggi semplicemente fanno i designer senza per questo sentirsi in difetto. Con architettura inoltre intendiamo una vastissima quantità di professioni: pensiamo agli storici, alla filosofia del restauro, all’urbanistica, alla sociologia, alla tecnologia, all’innovazione, alle strutture.
Forse le donne architetto “abbandonano” l’architettura tradizionale anche soltanto per qualcuna di queste discipline, ugualmente fondamentali per il nostro mondo.
Detto ciò, per me è vero che il pregiudizio esiste ancora, ma non è assolutamente perché le donne vogliono mettere su famiglia, è semplicemente che la società fa ancora fatica a fidarsi di loro purtroppo. Triste, tristissima verità. Mi è capitato moltissime volte di aver avanzato analisi corrette ma di non aver trovato fiducia finché un uomo non mi avesse dato ragione, oppure ho visto colleghi anche più giovani e con meno esperienza essere scelti perché uomini. Questo avviene anche quando si sbaglia: un mio collega appena uscito dall’università ha sbagliato un disegno esecutivo perché non ha calcolato lo spessore di alcuni tavoli e le misure di conseguenza erano tutte scorrette. Per lui era questione di inesperienza, se fosse successo a me sarebbe stato semplicemente perché donna. Moltissime volte i miei fornitori si stupiscono che io disegni in modo funzionale per la costruzione … eppure ho sostenuto gli stessi esami dei miei colleghi maschi.
Capita, purtroppo spesso restiamo l’ultima scelta, ma io credo che l’importante sia far vedere quanto valiamo nel momento in cui ne abbiamo la possibilità. Vi assicuro che poi spesso le persone si ricredono.
E su questa ondata di ottimismo, vi lascio alcuni nomi dei miei architetti e delle mie designers preferite, per dimostrare che sono tante le donne che, per fortuna, riescono ad emergere senza che si conoscano i famosi mariti. A giudicare dai riconoscimenti ottenuti non devo essere l’unica a pensarla così.


1. GRAFTON ARCHITECTS
Grafton è lo studio di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, fondato nel 1978. Yvonne e Shelley sono irlandesi ed hanno realizzato progetti a mio avviso stupendi in tutto il mondo. Nel traguardo dei 30 anni di attività dello studio (2008) hanno pensato bene di regalarsi un premio, il World Building of the Year, arrivato con la nuova sede dell’università Bocconi di Milano.
Le loro linee pulite, le strutture alternate e decostruttiviste, la scelta dei materiali non hanno nulla a che invidiare con altre più famose colleghe, più brave forse a promuoversi. Tuttavia, continuando a lavorare e sapendo aspettare, le soddisfazioni arrivano: il Pritker di quest’anno, il Nobel dell’architettura, va a loro!
Loro anche la direzione della Biennale di Architettura di Venezia del 2018 e la piazza davanti al famosissimo Temple Bar di Dublino … devono amare la birra!


2. PATRICIA URQUIOLA
E’ l’architetto e designer più ricercato al mondo in questo momento. Tutti la vogliono, mentre lei ha desiderato noi: l’Italia, Milano, il Politecnico. Nata ad Oviedo, in Spagna, da padre ingegnere e madre filosofa, si è trasferita per gli studi e qui si è fermata. Ha studiato con Tomás Maldonado, Achille Castiglioni, Vico Magistretti ed oggi applica la creatività appresa ad ogni sorta di oggetto: dagli alberghi ai tappeti, alle borse alle maniglie, dai negozi all’opera lirica. E’ straordinario come una volta raggiunta la fama oggi si possa fare davvero tutto … il marito è suo socio, ma il nome dello studio è Urquiola e la designer di fama sicuramente è lei, con i tappeti coloratissimi ed i cuscini in pelle di Luis Vitton.


3. KELLY BEHUN
Americana, nata a Pittsburgh, ma trasferitasi a New York, è nella grande mela che ha trovato il suo successo. Ha lavorato con famosi architetti e designers tra cui Philippe Starck. Dopo aver arredato una serie vastissima di hotel per Ian Schrager, ha deciso di mettersi in proprio aprendo il suo studio di arredo d’interni. Il suo stile è colorato e ricercatissimo, soprattutto nei complementi di arredo. Lo stile di Kelly più che potersi integrare in qualche corrente creativa, sembra espressione di libertà estetica ed emozionale, cosa assolutamente comune alle signore qui citate.


4. INDIA MAHDAVI
India è franco-iraniana e già questo dovrebbe farvi capire il livello estetico di questo architetto. La raffinatezza francese incontra la Persia in certo senso e diventa sognante. Mi sono innamorata di lei con il progetto per il locale Sketch di Londra. Dal colore rosa pastello, sembra un set di Wes Anderson. Il suo stile in effetti è noto per essere minimale e giustapposto, fresco e chic. Qualcuno direbbe favolizioso!


5. ES DEVLIN
Es Devlin è prima di tutto una scenografa, britannica con una laurea in letteratura all’università di Bristol ed un corso in arte alla mitica St.Martin di Londra, con specializzazione in scenografia teatrale. Adoro, adoro, adoro i suoi cubi, l’essenza del tutto in una forma così semplice. Adoro anche le sue installazioni concettuali che partono dal significato prima che dallo spazio. Qualsiasi scenografo contemporaneo dovrebbe conoscerla ed osannarla. Ha iniziato molto giovane come scenografa per la compagnia di circo di Victoria Chaplin (figlia di Charlie), poi si è affermata al grande pubblico grazie soprattutto ai concerti: Beyoncé, Adele, Kayne West, U2 sono solo alcuni. La sua attività è però soprattutto teatrale ed ha realizzato anche bellissime installazioni museali, tra cui una collettiva al V&A di Londra e la recentissima Memory Palace, esposta alla Pitzhanger Manor & Gallery di Londra, un’enorme mappa topografica concepita per raccontare la storia dell’umanità, in versione tridimensionale. Suo anche il famosissimo palcoscenico per Carmen al Festival di Bregenz (opere liriche su un lago con scenografie meravigliose). Curiosità lei è scenografa ed il marito costumista … una meravigliosa inversione di ruoli.


6. CAMILLE WALALA
Da londinese a londinese, di Camille Walala vi ho parlato anche nell’articolo London Calling. Il suo studio si definisce sul proprio sito come multidisciplinare ed il suo stile ormai è famosissimo! Reso noto dai primi interventi a street art da parte della designer, che si è divertita a dipingere le facciate di Londra e New York con un tocco che potremmo definire Optical Pop, ormai il suo stile è riconoscibile e diffuso. Camille realizza interni, rigorosamente a strisce oblique b&w con aggiunta di colori accesissimi, esterni, hotel, concept stores ed anche tessuti. Lei infatti è una delle designer scelte da Marella per realizzare collezioni giovani, sbarazzine e costosissime!


7. NERI OXMAN
Israelo-americana, designer, insegnante al M.I.T. di Boston, si è parlato di lei moltissimo negli U.S.A. per una presunta relazione con addirittura Brad Pitt. Lei in effetti è bellissima ed avrebbero a questo punto studi comuni da quanto abbiamo scoperto prima! Neri è principalmente una divulgatrice in campo di design, ed in particolare la sua ricerca è improntata alla ricerca di generazione delle forme. Il suo intento è infatti di legare la tecnologia alla biologia, per capire come poter sviluppare materiali nuovi, al limite dell’utopico, che si rigenerino e non impattino profondamente sull’ambiente. Il suo è un design al limite dell’ingegneria dei materiali e dell’informatica e per i suoi studi rivoluzionari ed organici viene addirittura paragonata a Leonardo Da Vinci. Inutile dire che sia un personaggio super influente nel campo dell’architettura e dell’arte e che forse Brad avrebbe un poco sfigurato al suo fianco.


8. ROSAN BOSCH
Rosan è svedese ed il studio si occupa principalmente di progetti didattici. La sua prima scuola, realizzata a Stoccolma, è forse la cosa più simile oggi al Bauhaus di Weimar prima e Dessau poi. Come i grandissimi maestri del Bauhaus, anche Rosan crede che il design sia funzionale nel momento in cui possa essere utile a capire il nostro movimento nello spazio. Le sue strutture sono ambienti aperti, multidisciplinari, colorati ed emozionali. C’è uno spazio per ogni attività della giornata e cercano di stimolare la creatività dei piccoli alunni in ogni momento della giornata, dalle attività di gruppo al riposo solitario. Se avessimo più scuole di questo tipo forse le menti sarebbero più fluide e non staremmo a chiederci quanto sopra …

9. CECILIA ALEMANI
Unica donna presente non architetto o designer, bensì curatrice. Studi filosofici, marito ugualmente curatore, la loro famiglia è oggi considerata una delle più influenti dell’arte contemporanea newyorkese. Estimatrice della meritocrazia statunitense, quest’anno è stata insignita, prima donna nella storia, della carica di direttrice artistica della prossima Biennale Arte di Venezia nel 2021. Nonostante manchi dall’Italia da tempo, ha comunque una solidissima base alle spalle come capo curatrice della High Line Art, il programma di opere pubbliche installate nel parco lineare a Chelsea (di cui vi ho già parlato) e come collaboratrice di MOMA Ps1. Io personalmente sono molto curiosa di scoprire come ci presenterà e spero tanto di prendere una boccata d’aria fresca!


10. SARA RICCIARDI
Enfant prodige del design italiano, si è formata alla Naba dove ora continua ad insegnare. E’ di Benevento e per questo la sento vicina nel gusto un po’ ancestrale, arcaico e fatale. Ha uno stile molto particolare, ricco come soltanto qualcosa di mediterraneo può essere, però essenziale. E’ designer non solo di oggetti, ma anche di set ed installazioni site specific, ma è soprattutto una performer, che riesce a creare quel pizzico di magia che orbita intorno alle sue creazioni.
Ora, in conclusione, vorrei che vi chiedeste una cosa: vi sembrano forse trascurate queste gentili signore?
Nella risposta, il senso di tutto l’articolo.
Sognate, create ed arriverete dove vorrete, quello che diranno durante il percorso sono soltanto rumori di sottofondo.
Enjoy
F.T.