Eccoci qui,
in una giornata uggiosa in cui finalmente ho potuto mettermi lo smalto mentre ascoltavo A moon shaped pool dei Radiohead. E’ arrivato Novembre, abbiamo inaugurato stagione teatrale noché mostre autunnali varie ed io ho un po’ di tempo per me e per condividere con voi le ultime esperienze di spettacolo e viaggio. Nonostante il mio ultimo articolo sia datato esattamente 23 agosto, in questi mesi non ho solo lavorato (assiduamente) … mi sono anche regalata una splendida vacanza di cui spero di scrivere prestissimo, ma purtroppo devo ammettere che diventa sempre più difficile fermarmi a raccontare. Come sapete vorrei farlo più spesso (proposito ormai entrato di prepotenza nella TOP 5 di ogni nuovo anno), se non ché la realtà mi porta ad essere più sfinita del previsto arrivata a sera e non riesco a regalarmi, oltre che a regalarvi, qualche momento con la sola compagnia di Belinda. Sì il mio pc ha un nome … d’altronde ci ho passato un sacco di tempo e mi sembrava impersonale non rivolgerle mai parola.
Ad ogni modo, bando alle ciance, seguitemi perchè sento che in questo ultimo mese dell’anno riuscirò a raccontarvi più cose. In effetti sono tante le esperienze di cui vorrei scrivere e partiamo oggi dal mio amato teatro.
Parliamo infatti di Kepler 452 e del loro Giardino dei Ciliegi – Trent’anni di felicità in comodato d’uso. Questo spettacolo presentato all’Arena del Sole di Bologna è ora in tournée per il Nord d’Italia ed arriverà a Roma dal 14 al 17 Febbraio 2019. Vi lascerò sotto il link delle prossime tappe, mentre ora vi spiego cosa mi ha colpita piacevolmente.

La risonanza dell’evento, innanzitutto, non è data solo dal titolo, che è quello del grande classico di Cechov, ma piuttosto della presenza in scena del frontman degli Stato Sociale, Lodovico Guenzi, che apporta pubblico ad ogni replica come se non ci fosse un domani.
In questo caso però, è proprio un bene, perché non solo è molto bravo, ma l’operazione in toto riesce alla perfezione allo scopo del gruppo teatrale, famoso per essersi sempre prefissato di portare in teatro chi solitamente non ci passa nemmeno davanti per sbaglio. Inoltre, ad onor del vero, va anche detto che gli Stato Sociale collaborano da tempo con i Kepler 452, perciò l’intervento scenico di Guenzi non è la solita operazione commerciale, ma ogni cosa è giustapposta all’interno dello spettacolo.
Dal mio personalissimo punto di vista poi, l’atto di far conoscere il teatro è sempre meraviglioso e rivoluzionario perché sapete bene che una volta entrati nella scatola magica è difficilissimo uscirne indenni. D’altronde cosa potevo mai aspettarmi dal un collettivo che prende il nome di un pianeta, quello più simile alla Terra, io, che mi definisco un piccolo extraterrestre atterrato qui per sbaglio? Forse questa volta ho trovato davvero degli amici.
Cercherò di anticiparvi il meno possibile la storia, di modo che siate ancora più interessati ad andare personalmente a vedere lo spettacolo, anche se in realtà, mi direte voi, noi la conosciamo la storia del Giardino dei Ciliegi. In caso fosse così, non preoccupatevi perché siamo davanti una grande riscrittura drammaturgica, come spesso siamo abituati per i grandi classici. Prendiamo il povero Shakespeare che ormai è stato recitato anche a testa in giù, in apnea in una vasca di squali (sto scherzando e non è una buona idea per registi alla lettura che ci stessero pensando). In caso contrario … non preoccupatevi comunque in quanto le storie russe hanno sempre gli stessi valori di fondo: una famiglia aristocratica caduta in disgrazia, che deve vendere una casa in cui non vive più da anni ma a cui è legata per svariate vicende tragiche; un terreno che è cambiato così come sono cambiati coloro che un tempo erano piccoli uomini e giocavano nella stanza dei bambini e così come è cambiata la società, che ha permesso a chi allora non aveva niente di guadagnare una fortuna; le relazioni congelate dal freddo che sciogliendosi ritornano dove erano rimaste un tempo. Insomma drama drama drama e tutto intorno la poesia del silenzio, che fa riflettere come se fossimo realmente circondati di sola neve e permette pause ormai obsolete.
Bene partiamo da qui, dall’ambientazione in particolare, dalla casa abbandonata, carica di polvere, che Ljuba ritrova così come l’avevano lasciata da quando partì per Parigi, con ad attenderla il personale rimasto, qui unicamente interpretato da Guenzi che sembra un ragazzo scanzonato ormai appartenente ad un nuovo ceto sociale, prima inesistente. I protagonisti, Ljuba ed il fratello Leonid, sono invece rappresentati da Giuliano ed Annalisa Bianchi, attori non professionisti, che realmente hanno subito uno sfratto, quello dalla loro casa, dalla loro proprietà piena di animali con cui amavano vivere e parlare, per l’esigenza di sgombrare dei locali su cui è sorta la nuova Fabbrica Italiana Contadina, FICO, proprio a Bologna.

Nicola Borghesi e Paola Aiello, unici veri attori in scena, sono sempre lì ad ordinare la scena e a dare i ritmi narrativi, un po’ come personaggi ed un po’ raccontando il loro incontro con i Bianchi, e la storia, quella del Giardino dei Ciliegi, diventa una narrazione di sottofondo a quella che invece è una vicenda contemporanea e reale. Viene snocciolata pian piano come se fosse un libro di cui leggiamo qualche pagina alla volta nello svolgersi del nostro quotidiano, con le sue abitudini e le sorprese improvvise.
E’ così che la drammaturgia diventa nuova e ci fa comprendere in modo molto più efficacie ed immediato una storia dell’Ottocento russo, portandola nella nostra realtà, magari una realtà di cui conoscevamo molto meglio lo scintillio di FICO, piuttosto che le vicende che ne stanno dietro.


Ora non vi dirò nient’altro, perché credo che certe cose vadano viste e vissute per poterle comprendere, ed anche perché credo che il lavoro dei Kepler sia condotto così bene che non servano tante altre parole per raccontarlo. Ci aprono gli occhi su di un classico della letteratura teatrale e lo fanno inquadrando anche un qualcosa del nostro territorio che non conoscevano. Io credo che questa sia davvero un’operazione riuscita e coerente rispetto ai loro intenti artistici e, perciò davvero valida. Pazienza se vi chiameranno sul palcoscenico ad imbarazzarvi come ormai avviene dagli anni ’70 per i collettivi di avanguardia, io li perdono e voi li perdonerete per farvi risultare stenchi per 10 minuti come succede a me ogni volta che mi portano sul palco a fine spettacolo.
Quello che vi colpirà sarà la coerenza di tutta la storia, l’empatia tra i protagonisti sul palcoscenico ed il loro imbarazzo finale perché in fondo attori si nasce, e se non lo sei, rimarrai sempre intimidito dagli applausi e dalle luci puntate in faccia.
I Kepler di loro stessi scrivono:
Il nostro lavoro si incardina su due assi principali: da una parte l’urgenza di rivolgerci ad un pubblico preciso (quello, per intenderci, poco incline a entrare nelle sale teatrali), realizzando spettacoli e organizzando festival, rassegne, laboratori, travasi di pubblico dal mondo della musica indie rock; dall’altra indagare e mettere in scena le vite e le biografie di non professionisti (o “experts of everyday life”, come li definiscono i Rimini Protokoll), magnificandone le identità sulla scena.
Io credo che in questa frase si possa riassumere perfettamente la grandezza di questo spettacolo che ti lascia perplesso per la vicenda, ma anche felice di averla conosciuta, e credo anche che nel turbinio del “famolo strano” contemporaneo, a loro vada il merito di rimanere coerenti con sé stessi senza sminuire un grande testo, anzi continuando a far sì che faccia riflettere sulla contemporaneità, questa volta la nostra.
Spero di avervi convinti e per la cronaca, come sempre non mi paga nessuno.

Enjoy
F.T.
Qui troverete le prossime date
https://kepler452.it/in-scena