Eccoci qui,
in un caldo pomeriggio di inizio luglio, mio primo giorno di ferie da tempo immemore, in cui ambivo solo ad un tranquillo giro in bicicletta. Le mie ambizioni però sono state prontamente scacciate dal simpatico borbottio di acqua del cielo, bloccandomi finalmente in casa, davanti al pc, che se avesse sensori di riconoscimento delle mie impronte digitali, non si sarebbe nemmeno acceso, e permettendomi di scrivere uno dei tanti articoli che avevo in serbo per voi.
Sapete che questo piccolo blog si attiva ormai principalmente d’estate purtroppo, nonostante i miei buoni propositi ogni inizio anno, così, come da tradizione eccomi a parlare dei festival estivi e degli appuntamenti che proprio non potete mancare in questo periodo dell’anno.
Oggi faccio uno strappo alla regola, non solo perchè scrivo ahah, ma anche perchè nel titolo vi rivelo il vero argomento del post: parliamo proprio di Moby Dick. Nessun rimando o citazione, l’argomento è lei, la balena bianca, o meglio, un progetto su di lei, l’omonimo spettacolo del Teatro dei Venti, di cui già vi parlai svariati post fa.
Quella volta l’argomento era il teatro di strada, vi spiegai come lo considero una componente fondamentale della scena teatrale attuale e perchè. Oggi non voglio ripetermi (vi lascio il link dell’articolo qui sotto per chi si fosse incuriosito), piuttosto voglio parlare dl progetto in sè.
Ho atteso il debutto di questo spettacolo con molta curiosità in quanto ho avuto la fortuna di seguirlo fin dai suoi primi albori. Il Teatro dei Venti infatti ha sede a Modena, ed io, tornata a Reggio Emilia dopo aver vissuto un po’ a Milano, passai un breve periodo a gironzolare per le varie compagnie della zona con il mio portfolio alla mano. Arrivando nella loro bellissima sede naif, ebbi modo di conoscere fin da subito quest’idea, che mi vanne raccontata dal regista in persona, con grande enfasi ed entusiasmo. Purtroppo la progettazione era già iniziata, ed io non sono stata altro che una spettatrice, ma è stato bello poter assistere ai racconti di qualcosa che ancora è sognato, alle selezioni degli artisti che poi sono stati coinvolti ed infine alla rappresentazione vera e propria.

Ovviamente sapevo già il finale, ma questo può capitare anche a voi, visto che il romanzo è così conosciuto, quello che non mi aspettavo invece, era di emozionarmi comunque, nonostante sapessi per filo e per segno quello che stava per accadere. Io credo che non ci siano molti modi per definire uno spettacolo del genere, se non BEN RIUSCITO.
Mody Dick è la conferma che gli spettacoli precedenti che già conoscevo non erano eccezioni, bensì che al contrario assistiamo al lavoro di una compagnia che si dà il tempo per realizzare qualcosa che stupisce ogni volta. Il mio primo incontro con loro risale al 2015 e da allora credo che la maggior parte delle loro attività (oltre a quelle quotidiane dei corsi della scuola di teatro e delle tournée) sia stata improntata alla definizione di questa rappresentazione che prendeva ormai quasi le forme della gigantesca chimera di Moby Dick.

Non ho molte cose da dire sullo spettacolo, oltretutto non lo farei comunque per non rovinarvi la sorpresa … quello che ci tengo a specificare però è che lo possiamo definire riuscito perchè ogni sua parte è funzionale allo esso. La storia è nota: un vecchio capitano insegue il suo sogno di catturare una grande balena bianca e trascina con lui la ciurma che comincia a distinguere con fatica la realtà dal sogno.
Questo viaggio, della nave e dell’uomo, scorre via velocissimo, nemmeno in un’ora, ed è accompagnato da musiche, scene e costumi che fanno esattamente quello che dovrebbero fare: narrano.
Sono pochissimi i testi utilizzati, pochissime le battute, affidate quasi solamente al capitano, tutta la vicenda viene raccontata in una danza di movenze e suoni che si affidano alla nostra conoscenza della storia.


L’ingresso del carro di scena (ricordiamoci che parliamo di uno spettacolo di strada) avviene per mezzo di detenuti (veri, che partecipano al progetto di teatro sociale con la compagnia) che lo trainano tramite fatica e sudore, percepibili e reali. La musica è dal vivo ed accompagna i giochi d’acqua e di trampoli degli acrobati in scena. Il ritmo scandito dei tamburi, le assi di legno, il pavimento lucido, gli stracci … tutto rimanda ad un’imbarcazione, anche se siamo in una piazza, ben lontani dal mare. Eppure, quell’incanto magico del teatro fa sì che noi ci crediamo, fa sì che attraverso i costumi logori e bagnati degli attori possiamo leggere la stanchezza dei marinai, fa sì che attraverso le musiche ci immergiamo dei dubbi e nella tenacia del loro capitano, fa sì che nelle loro acrobazie vediamo le difficoltà e che, alla fine, nelle ordinate fasce della nave noi vediamo lo scheletro della balena.

Ecco la magia! E’ così semplice e pura che quasi commuove, è nella bellezza di questa estrema sintesi che io vedo il teatro, che capisco come dovevano sentirsi nel Medioevo, quando l’unica forma di rappresentazione era proprio questa dei carri di strada, e comprendo come sia stato possibile farlo sopravvivere, tramandarlo, fare sì che arrivasse di nuovo anche a noi, superando il periodo buio. Vi ho già detto forse che un tempo i macchinisti teatrali erano quasi tutti marinai o galeotti che passavano le stagioni invernali tra le corde dei teatri invece che tra quelle delle navi. Forse è questa storia allora che avvicina lo spettacolo all’origine del teatro stesso, non lo so, fattostà che io ve lo straconsiglio di brutto!!!!!
Se volete capire come una persona qualunque possa perdutamente innamorarsi del teatro, seguite la carovana dei Venti!
Corrado Augias ha paragonato Mody Dick all’Orlando Furioso di Ronconi, almeno per quanto riguarda l’operazione di arte completa ed il disgregamento delle tradizionali forme di teatro al chiuso. Io ancora non c’ero nel 1969, perciò quello che per me accomuna i due spettacoli è semplicemente l’essere rappresentati in due festival estivi (quello dei due mondi di Spoleto il primo e Concentrico l’altro), ma sono sicura che per alcuni versi possano essere vicini: la macchineria scenica, il senso di teatro classico all’interno di una rappresentazione contemporanea, la coscienza di maneggiare un’opera d’arte completa.

Insomma, vi fosse venuta voglia il Teatro dei Venti presenterà Moby Dick sabato 7 luglio a Dol (VE) e se non vi trovaste di passaggio, basterà seguire le tappe del tour sul loro sito
http://www.teatrodeiventi.it/
Io nel frattempo mi assenterò di nuovo per vagare tra festival e spero di tornare con tanti stimoli e novità!
Enjoy,
F.T.

Tutte le immagini del post sono fotografia di Chiara Ferrin, fotografa della compagnia.
Qui invece l’articolo di cui parlo nel post
https://minevacanti.wordpress.com/2016/08/06/cirque-magic-light/