Do the Right Thing

Eccoci qui,

sapete che non sono politica, anzi parlo soltanto di arte, teatro, cinema, costumi, viaggi e così via. Cose che possono sembrare assolutamente frivole considerando il mondo in cui viviamo, ma che per me rivestono estrema importanza.

Si pensa generalmente che gli esteti vivano fuori dal mondo, osservino soltanto il bello che ci circonda tralasciandone tutte le brutture . In parte è vero, tanti teorici sostengono che il compito dell’arte sia proprio quello di ricordare all’uomo la sua sensibilità. L’artista mette in evidenza ciò che tocca le corde della nostra anima attraverso il bello, dimostrandoci di possedere una parte spirituale, che troppo spesso viene accantonata. L’arte insomma è una di quelle discipline che, come la poesia, la musica, le religioni anche, ci ricorda di essere unici e speciali, non soltanto numeri.

In realtà il discorso è molto più complesso, dal XX secolo in avanti, l’arte è diventata qualcosa di estremamente soggettiva e suscettibile ed è molto difficile oggi tracciare il confine tra ciò che è produzione artistica e ciò che non lo è. Una cosa però è indubbia: la disciplina artistica ha sempre avuto in sè la grande caratteristica di risvegliare gli animi. Questo non soltanto in senso di sensibilità, ma anche di presa di coscienza e denuncia. Soprattutto nel corso dell’ultimo secolo l’arte è diventata spesso provocazione, tanto da cedere al solo gusto della ribellione in alcuni frangenti. Tuttavia, il mezzo artistico ha in sè un enorme potenziale sulla società. In un certo senso perciò esso può essere politico eccome e non è affatto vero che chi se ne occupa trascuri tutto il resto, anzi, l’artista deve osservare e conoscere molto bene la società che lo circonda se vuole fare un lavoro significativo.

Tutto questo per dirvi che oggi sarò più politica del solito, non lo farò prendendo posizione, ma, come sempre, presentandovi argomenti da me conosciuti.
Credo che tutti sentano almeno un telegiornale o un radiogiornale al giorno, forse a qualcuno capiterà di leggere anche i quotidiani ancora, nonostante tutto. Fatto sta che sicuramente ognuno di noi si sarà reso conto di quante problematiche legate all’odio razziale siano riemerse, soprattutto dall’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti. In realtà non c’è bisogno di andare così lontano, o citare i fatti di Charlottesville, l’atteggiamento della politica verso i migranti e l’integrazione è nota a tutti. In pochi fanno molto con fatica ed in molti parlano a vanvera aizzando folle soltanto perchè si trovano “a casa loro”.

Io sono molto critica sull’argomento, non nel senso che prendo posizioni critiche, ma nel senso che prima di parlare cerco sempre di informarmi molto. Ho vissuto un anno in Germania da “immigrata” e vi assicuro che anche in un paese moderno e civile come quello, i pregiudizi e le offese possono essere ancora molte. Questo avviene nell’Europa dell’unione, nonostante gli scambi culturali, i programmi scolastici e le moltissime persone sagge ed emancipate che comunque esistono. La mia esperienza risale ormai a 10 anni fa, ho sempre continuato a viaggiare, ma da allora ho anche sempre avuto un occhio di riguardo verso i miei comportamenti, perchè il cambiamento effettivamente dovrebbe partire da ognuno di noi. La nostra sensibilità personale non dovrebbe nutrirsi soltanto di ideali, ma anche tradursi in fatti ogni tanto e, purtroppo, nella nostra società contemporanea io noto che si è tornati molto indietro, più che andare avanti. Complici i problemi, la crisi, l’occupazione, il terrorismo e tutto ciò che ci circonda.

Tuttavia io ho sempre pensato, e continuo a pesare, una cosa: l’uomo si è sempre spostato, ci sono comunità stanziali, ma anche moltissimi nomadi, che grazie ai loro sacrifici ed ai loro obiettivi hanno creato situazioni magnifiche e prima inimmaginabili. Viaggiare ci arricchisce e conoscere nuove culture apre la nostra mente come poche altre cose riescono a fare. L’empatia con l’altro dovrebbe renderci migliori ed aiutarci a capire le ragioni di tutto ciò che ci circonda.

Tuttavia, per quanto possa essere vero che la mamma dei cretini è sempre incinta, e questo è vero per ogni parte politica o razziale, è anche vero che ci sono forse dei comportamenti innati che ci portano ad agire in determinati modi per orgoglio o per paura e che, anche nei contesti di maggiore integrazione o che storicamente hanno vissuto la convivenza tra etnie, diventa molto difficile gestire la questione.

Vi parlo di questo perchè da poco ho visto “Do the right thing”, film di Spike Lee del 1989, più noto per le polemiche che per la produzione artistica. Per me è un bellissimo film perchè rappresenta appieno quello che cercavo di spiegarvi all’inizio dell’articolo, ovvero che l’arte può essere politica. Nonostante tutto quello che in questi, quasi trent’anni ormai, possa essere stato detto e scritto, il film secondo me in primis fa riflettere. Ci fa pensare ai nostri comportamenti, a quello che avremmo fatto noi in quella situazione ed inevitabilmente ci chiede da che parte stiamo. E’ stato definito da molti indisponente e sovversivo forse proprio per questo, non tanto perchè comunista o istigatore di rivolte, quanto per il fatto che ci chieda di prendere posizione: se ti piace allora stai con i “ribelli”, se non ti piace sei reazionario.
Io credo che la genialità della sceneggiatura stia proprio in questo, nel mostrarti il mondo in cui vivi da un diverso punto di vista e, pertanto, dall’interrogarti sul tuo modo di pensare abituale, che, forse, mai avresti messo in discussione.

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Procediamo per step però, perchè forse sto dando per scontato troppe cose. Innanzitutto non vi svelerò il finale, ma nemmeno molto della trama del film. Ovviamente, consiglio tutti di guardarsi, o riguardarsi, il film in una di queste calde sere d’estate con la tv ancora imballata da repliche e Netflix che chiede pietà! Siamo a New York, alla fine degli anni ’80, a Brooklyn per l’esattezza, quartiere di Bedford-Stuyvesant. L’intera trama si svolge in una sola caldissima giornata, tanto che inizialmente Spike Lee aveva pensato ad una sceneggiatura intitolata Heatwave (Ondata calda), da svolgere nella giornata più calda dell’anno. Il protagonista è Mookie (Spike Lee), garzone un po’ scansafatiche della pizzeria di Sal (Danny Aiello), Salvatore, pizzaiolo italiani in un quartiere di neri e portoricani, che lavora con i suoi due figli Pino (John Turturro) e Vito (Richard Edson). Gli unici altri bianchi del quartiere sono rappresentanti da una famiglia di coreani che da poco ha un negozio da fruttivendolo lì.

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E’ facile capire che il film sia incentrato sul rapporto tra Sal e gli abitanti del quartiere, che tutto è tranne che facile e lineare. Le personalità dei due figli sono molto più delineate, Pino è decisamente razzista nei confronti dei suoi clienti, mentre Vito è molto aperto, tanto da avere frequenti conversazioni con Mookie su svariati argomenti. Sal è un personaggio controverso, tanto quanto Mookie, ti immedesimi con loro, ma non sai se effettivamente fanno la cosa giusta. Non vi dirò altro, perchè penso davvero che il valore del film si quello di far riflettere su una condizione sociale ben precisa e che ognuno debba farsi una propria idea.

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L’unica cosa cosa che farò, è invogliarvi alla visione pertanto vi racconterò qualche aneddoto che spero possa convincervi. Innanzitutto voglio precisare che per me è un bellissimo film perchè rappresenta uno spaccato urbano che risulta essere purtroppo ancora attuale, visti gli ultimi accadimenti. Non conosco New York purtroppo, ma le tematiche sociali inerenti l’integrazione, ed il razzismo che ad esse spesso si connette, partono tutte dalla convivenza e dalla volontà di affermazione della propria cultura. Pertanto credo che la trama del film possa essere applicata ad molte altre realtà. Ovviamente essendo Spike Lee uno dei maggiori registi afro-americani, sa raccontare perfettamente la sua specifica realtà e lo ha fatto durante tutta la sua carriera. Tuttavia io credo che il suo genio sia dimostrato dal fatto che una sceneggiatura scritta poco dopo la sua tesi di laurea rappresenti ancora così bene la società in cui viviamo. Forse questo non è un bene per noi, in quanto significa che grandi passi avanti non sono stati fatti, ma forse è anche vero che Lee ha colpito in quello che da sempre rappresenta un punto debole dell’umanità.

Detto ciò, far produrre il film fu molto complesso, in quanto esso prende apertamente spunto da fatti realmente accaduti tra Harlem, negli anni ’40, e Howard Beach, nel 1986 di aperta tematica razziale. Pertanto molte case di produzione non vollero produrre il film, ed anche la Universal richiese di cambiare il finale, cosa che non fu portata avanti, ma comunque fu trovato un’escamotage per la scena di chiusura.
Il cast voluto dal regista, si rifiutò di girare, Sal doveva essere De Niro, che sosteneva però di aver già interpretato troppi personaggi simili, Pino Matt Dillon e Radio Raheem Laurence Fishburne (Morpheus di Matrix). Nonostante ciò Spike Lee trovò altri attori che continuarono poi a lavorare con lui in altre produzioni.
La ragazza di Mookie, Tina, è una ballerina, Rosie Perez, che non aveva mai recitato prima di allora e che Lee aveva incontrato in un nightclub di Los Angeles. Il suo ballo iniziale su Fight the Power, dei Public Enemy è decisamente potente!
La sorella di Mookie, Jade, è la vera sorella di Spike Lee, Joie Susannah Lee.

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Scenografo e costumista del film, rispettivamente Wynn Thomas e Ruth Carter, sono storici collaboratori di Spike Lee. Thomas è il primo scenografo afro-americano della storia del cinema, la sua formazione è teatrale ed è stato scenografo anche di altri grandi film come “A beautiful mind”, “Cinderella Man”, “A Bronx Tale”.
Ruth Carter è meravigliosamente geniale in una sceneggiatura come quella di Do the right thing. La capacità di vestire perfettamente il personaggio in un contesto a noi contemporaneo e complesso, senza banalizzarlo, rappresenta infatti la vera bravura del professionista in causa. Durante tutto il film, potremmo sentirci affacciati ad una finestra sopra all’appartamento di Mother Sister per quanto riguarda scene e costumi, tanto si riesce ad essere calati nel contesto.
Il film è stato girato infatti interamente nei quartieri di Bedford-Stuyvesant a Brooklyn, che furono letteralmente invasi dalla troupe per due mesi. D’altronde Spike Lee aveva girato nelle stesse location il suo primo lungometraggio, nonchè tesi di laurea, e doveva conoscere perfettamente le potenzialità del luogo.

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Altre piccole curiosità sono Samuel L. Jackson nel ruolo di Mister Señor Love Daddy, DJ che dalla sua radio, frontale a Sal, racconta la giornata, ed il personaggio di Smiley, il ragazzo balbuziente che cerca di vendere immagini di Martin Luther King e Malcom X, che non doveva nemmeno esistere, ma l’attore chiese insistentemente un ruolo nel film.

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Il film, come dicevo inizialmente, ebbe un’accoglienza spaccata tra amore ed odio. Fu presentato al Festival di Cannes del 1989, con Wim Wenders presidente di guria che, aimè devo dirvelo, non premiò il film. Mentre agli Oscar del 1990 non ricevette nemmeno la nomination a miglior film e vinse il più retorico “L’attimo fuggente”.

Ora la smetto e spero di avervi davvero invogliato! Ad ogni modo, sono state davvero dette molte cose su questo film e da molti Spike Lee è stato condannato per inneggiare alla rivolta. Io credo che non ci sia un’evidente presa di posizione da parte del regista, e se pensate che Lee sia a modo suo integralista, vi invito ad ascoltare il monologo di Monty ne La 25a ora, dove ne ha davvero per tutti. Credo invece che lui si limiti a mostrarci gli eventi. Quello che può imbarazzare è il fatto che il finale obblighi noi a prendere posizione, forse scoprendo alcuni nostri punti deboli o pensieri inesplorati. Inoltre trovo di una poetica assoluta i personaggi di contesto, da Mister Mayor a Mother Sister, da Señor Love Daddy a Smiley, quasi felliniani, tanto che diventa difficile schierarsi contro di loro, anche se, nella realtà dei fatti, non fanno assolutamente nulla, tutto il giorno. Così come il resto del quartiere, i ragazzi neri che tutto il giorno giocano per strada, Radio Raheem con la sua grande radio a tutto volume, Buggin Out con il suo insolente modo da attivista che va in frantumi quando gli sporcano le scarpe bianche. Sono così ben congeniati da rendere difficile un giudizio obiettivo, nonostante siano bighelloni che non concludono nulla per tutto il giorno, mentre Sal, in fin dei conti, è l’unico che lavora duramente ed offre loro ogni giorno qualcosa da mangiare. In ultimo, la genialità è mostrarci l’accaduto in una giornata caldissima, quasi a voler dar colpa al clima di aver scaldato gli animi ed aver portato all’esaurimento delle risorse di umanità e civiltà.

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Prendere posizione, insomma, è difficile, e noi cosa dobbiamo fare? Come direbbe Mister Mayor “Fai la cosa giusta”.

Enyoj

F.T.

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