Eccoci qui,
oggi a parlare di Punk. La ragione potrebbe essere facilmente ritrovabile nell’intossicazione che probabilmente ho avuto dal diluente della vernice metallizzata che ho usato questa mattina, ad ogni modo non fermiamoci all’apparenza!
Come vi avevo scritto nel mio post di inizio anno sui buoni propositi, ricorrono nel 2016 i quarant’anni della nascita del movimento Punk. Ora, visto il momento dell’anno e la programmazione dei mesi futuri, trovo difficile fare un giretto a Londra come mi ero ripromessa (mai dire mai però …), perciò ho pensato a come poter celebrare questa ricorrenza senza raggiungere la patria natia.
La via più rapida, a meno che non abitiate a Bari o Palermo, e in tal caso vi consiglio di investire sulla capitale inglese, è capitare in corso Como 10, a Milano. Lo chiccosissimo spazio della signora Sozzani vi offrirà una bella vista sui grattacieli della nuova piazza Gae Aulenti (Gae perdonali) ed una mostra fotografica sul movimento Punk. La galleria al primo piano ha una programmazione dedicata esclusivamente al lavoro di fotografi a livello internazionale ed è proprio attraverso gli scatti di chi documentò il movimento che si omaggia il Punk.

Nonostante le fotografie siano davvero interessanti, soprattutto a livello di costume, lo spazio non sembra omaggiare a dovere il movimento considerato ribelle per eccellenza.
Perciò mi sono chiesta, dove si può ritrovare il punk oggi? Esiste davvero ancora? In questa riflessione mi ha guidato, tra le altre cose, anche una bellissima serie di sole quattro puntate, prodotta da Sky Arte su regia di Lara Rongoni e Giangiacomo De Stefano, Rotte Indipendenti. L’argomento trattato è la musica indipendente italiana, sviscerato nelle quattro città che principalmente ne hanno ospitato la crescita: Bologna, Milano, Torino e Roma. L’inizio della serie è stato presentata al Biografilm lo scorso Giugno a Bologna e spero davvero possa raggiungere il maggior numero di persone possibile. Le puntate indagano lo sviluppo della musica indipendente in Italia, la relazione con quelli che erano i movimenti musicale internazionalmente (ed istituzionalmente) riconosciuti ed i luoghi coinvolti. Ora, sapete che quando ci sono di mezzo i luoghi, io difficilmente riesco a rimanere indifferente, perciò ho pensato che anche realtà vicine a noi, possano forse rispondere alla mia domanda iniziale.
Andiamo però un momento all’origine.
La storia che tutti conosciamo è che Malcolm McLaren, manager musicale, sposato guardacaso alla geniale stilista inglese Vivienne Westwood (ne parleremo … eccome!), nel 1975 decide di raggruppare alcuni ragazzacci del quartiere che se la cavano con gli strumenti, per formare un gruppo che promuovesse i particolari articoli del Sex, negozio che la coppia aveva aperto a Londra, al numero 430 di King’s Road.

I particolari articoli sono perlopiù sadomaso ed alternativi: giacche strappate, pelle, spille da balia, catene, lucchetti, il tutto condito con scritte a vivo sugli indumenti, già abbastanza strani. Il gruppo è quello dei Sex Pistols.

Da qui in poi, tutto è noto. La storia musicale, però, ci dice altro, ovvero che il punk, o proto punk, nasce negli Stati Uniti, anche se poi il luogo dove si sviluppa l’ideologia ed il look punk è appunto l’Inghilterra, negli anni 1974-1976. In particolare le sonorità distorte e grezze del punk appaiono sulla East Coast, New York e Detroit, identificate all’epoca come garage rock. I primi ad essere definiti in questo modo sono i Ramones, ma in particolare è Richard Hell, di The Voidoids, a cominciare a vestire abiti strappati, tagliare i capelli cortissimi, renderli spettinati e colorati, utilizzare borchie, collari e tutto il resto.
Il motivo della nascita di questo movimento, che si contraddistingue fondamentalmente per la volontà di fare rumore senza regole troppo definite, come spesso avviene, sta nella negazione di ciò che succede in precedenza. Gli anni Sessanta si erano caratterizzati per una crescita del livello musicale dal punto di vista tecnico. Il rock prima, poi la rivoluzione hippie ed il rock progressivo, richiedevano un alto livello di formazione musicale per gli artisti. Parliamo di generazioni che ancora studiavano nei conservatori e si facevano il cosiddetto mazzo tanto! Ecco il punk nasce per mettere fine a questa elevazione accademica diciamo, si propone come musica ribelle, semplice, che tutti possono suonare e che nasce dalla strada, o meglio, da gente di strada. Punk significa appunto “di scarsa qualità” e la subcultura giovanile derivata viene identificata immediatamente come contro il sistema. In questa ondata, di quello che viene chiamato Punk77 (dalla data dell’anno di nascita del movimento), negli Stati Uniti, guardacaso, c’è proprio Malcolm McLaren, che prima di tornare a Londra per aprire il Sex, è manager dei New York Dolls nei primi anni settanta. Da qui l’arrivo del movimento nel Regno Unito, da qui la rivoluzione, da qui i Sex Pistols prima, i Damned, gli Stranglers, i Clash e così via.
Da qui anche ogni colore e forma del movimento, che riuniva sotto alla sua ala rivoluzionaria tutte le rivoluzioni: c’è un Punk di destra (Nazi Punk, favorito anche dall’uso di svastiche utilizzate da Sid Vicious per scandalizzare) e uno di sinistra; uno anarchico ed uno “etico” (lo Straight Edge, movimento che mitiga gli atteggiamenti autolesionisti e distruttivi e prevede l’astinenza da ogni “veleno capitalistico”: tabacco, alcol, droghe, rapporti sessuali occasionali, medicine, mass media. Appartengono a questa categoria i Minor Threat).

Un tutto contro tutti abbastanza classico delle rivoluzioni insomma … che spesso finiscono in restaurazioni. Forse così è stato o forse l’importante era accedere semplicemente la miccia. Fatto sta che il movimento arriva anche il Italia e alla questione Punk vicino a noi.
Come sempre siamo un po’ lenti, perciò quando i Sex Pistols si sciolgono nel 1979, nelle maggiori città italiane comincia ad affacciarsi il movimento. Almeno per la ricerca del Punk io sono fortunata: sono emiliana e questa è una terra di teste calde! Bologna diventa prestissimo città polarizzatrice di nuovi movimenti, musicali e non, che spesso si colorano di rosso e vengono associati ai centri sociali o alle case occupate, ma che in realtà sono principalmente anarchici.

La prima tappa di questo “tour musicale”, ormai fantasma purtroppo, in realtà esiste ancora: è il Disco D’Oro di via Galliera, storico negozio di dischi dove, si dice, venissero venduti a prezzi da strozzinaggio vinili inglesi e che ben presto diventò un ritrovo per i musicisti aspiranti ribelli della città. Grande aiuto diedero anche le radio libere dove cominciò a diffondere le sue playlist alternative Jumpie Velena, nato Giampaolo Giorgetti, fondatrice dei RAF Punk e, successivamente, della Attack Punk Records, che produsse il primo album dei CCCP Fedeli alla Linea, per poi lasciarli andare alle majors.
Ormai tutti i luoghi del punk bolognese non esistono più, ma se c’è una cosa certa è che a muovere le azioni dei giovani fossero gli ideali, o le ideologie a seconda di come la pensate. Il movimento punk bolognese è stato uno dei più puri ed apolitici esistenti, la loro unica ideologia era quella di essere contro il sistema. La stessa Velena, racconta in Rotte indipendenti, che quando a Bologna fu organizzato dal comune il grande concerto dei Clash in piazza Maggiore, loro andarono per contestare, perchè quello stesso gruppo, che fu uno dei loro ispiratori, con gli anni si era commercializzato, suonando per le grandi case discografiche, abbandonando punkzine e produzioni indipendenti.
Il primo album dei RAF Punk si chiamava addirittura Schiavi nella città più libera del mondo.

Un bel caratterino insomma e sicuramente una vita in lotta soprattutto contro le istituzioni. Come dicevo, in questo contesto ideologico, è difficile trovare spazi e soprattutto non commercializzarsi, per così dire. I luoghi di ritrovo del nostro “tour musicale” potevano essere centri sociali, ma ora sono principalmente chiusi. Soprattutto, pian piano si abbandona il movimento punk per votarsi a nuovi generi. Uno dei centri musicali e culturali del decennio successivo, a Bologna, diviene l’Isola nel Kantiere, spazio occupato nel cantiere presente dietro la centralissima Arena del Sole, in via Indipendenza. Oggi purtroppo c’è solo la piazza con lo spazio di carico e scarico delle scene del teatro, ma doveva essere davvero bello! In realtà qui non si parla più di punk, ma di rap. Cominciano le sfide tra “Posse” e nascono Isola Posse, Sangue Misto, da cui Neffa, e così via.

Cambia la musica, ma continua la voglia di dire qualcosa, di non adeguarsi all’ordine prestabilito ed anche gli sgombri. L’Isola viene chiusa e la vita musicale indipendente a Bologna si sposta in nuovi centri di occupazione, come il Link (ancora esistente, ma più vicino ad un locale da divertimento ormai, più che alla restistenza), gli attuali T.p.o. (Teatro Polivalente Occupato) e Labàs (dietro ai giardini Margherita), qui vengono ospitati i musicisti, ormai famosi dell’Isola e si incontrano compagnie teatrali contemporanee molto note, sicuramente crescite negli ambienti descritti. La musica però, oggi si sposta soprattutto nelle stanze dei musicisti, ora abituati a fare musica individualmente, con il computer e altre attrezzature.
La realtà è che nella musica, ma anche nell’arte, effettivamente un po’di punk manca. Non perchè manchino i punk, ci sono ancora a Berlino, Londra, anche in piazza Verdi. Ci sono i Mutoidi in Romagna e tante case occupate, ma, si produce effettivamente qualcosa? Questo istinto di ribellione porta anche a qualcosa o effettivamente nella produzione, nell’arte, si fa ormai da soli? Nessuno ha più voglia di condividere ideali, forse nemmeno di averne …
I gruppi che oggi vengono definiti “alternativi” pensano davvero quello che cantano o siamo tutti caduti in una spirale hipsterica in cui conta quello che tu vuoi sentirti dire?
Un poco la mia impressione è che sia proprio così, e allora il punk, quello che Johnny Rotten (Sex Pistols) definiva “essere un fottuto figlio di puttana” , lo si ritrova solo in chi ha il coraggio di andare per la propria strada, senza temere giudizi o pressioni altrui, qualsiasi cosa faccia.
Vista così, credo che ci sia ancora speranza e, per alimentarla e farla riemergere, per questa volta ho una playlist da farvi ascoltare per ricordarvi di essere un poco più ribelli di tanto in tanto … creata con l’aiuto “da casa”, un gran bell’aiuto!
Enjoy
F.T.
