Il maestro e Margherita

Eccoci qui,

dopo la grande notte degli Oscar abbandoniamo l’argomento Di Caprio, che per oggi ha già affollato abbastanza la rete, e parliamo invece di Russia.
Non lo faremo attraverso la storia o la letteratura, ma attraverso il teatro, come sempre amo fare (e che in fondo, è strettamente legato).

L’argomento di oggi non è, infatti, l’omonimo romanzo di Bulgakov grazie al cielo: il maestro è Luca Ronconi e Margherita è Margherita Palli, la sua scenografa di sempre. Cosa ha a che fare con tutto ciò la Russia o ancor di più gli Oscars?

L’ultimo spettacolo che da poco ho visto con scenografie di Margherita Palli, è stato
Il gabbiano, di Antov Cechov, che ha tutto a che fare con la Russia del grande freddo e delle storie aristocratiche, oltre che con la storia del teatro, della recitazione, dell’essere attore … l’Actor’s Studios parte in fondo da lì.

La trama contiene tutto ciò che porta freddo e drammi esistenziali: un protagonista di nome Kostantin, una famiglia di attori, i mezzadri che tengono la casa sul lago mentre i suddetti sono a Mosca, i morti ammazzati ed i grandi amori corrisposti con difficoltà e dubbi. In realtà, tutta la storia è un grande escamotage per rendere nota la condizione dell’artista al pubblico, i suoi timori, le sue insicurezze, la sua umanità, vera al limite della follia. In particolare si parla di scrittori, drammaturghi nel merito, che creano storie al limite del reale e costruiscono poi la loro vita sulla fantasia.
Tutto ciò finisce praticamente in un thriller psicologico che manco Stephen King, tuttavia, ora, vi chiederete, perchè ne parliamo?

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Potrebbe in effetti essere paradossale parlare di Margherta Palli attraverso uno spettacolo il cui protagonista così esordisce:
“Ecco il teatro. Il sipario, la prima quinta, poi la seconda e oltre lo spazio vuoto. Niente scene. La vista si apre direttamente sul lago e sull’orizzonte. Alzeremo il sipario alle otto e mezzo in punto, al sorgere della luna.”

Tuttavia, lo spettacolo, diretto da Carmelo Rifici ed interpretato dalla compagnia LuganoInScena, è davvero ben riuscito. Innanzitutto gli attori ed alcune interessantissime trovate registiche (che potremmo meglio definire “frecciatine scagliate verso la contemporaneità attraverso un grande classico”) permettono di godere di un mattone non indifferente dall’inizio alla fine! Certo il teatro nel teatro è un gioco che affascina sempre, più che lo spettatore, la compagnia stessa, perchè è un po’ come recitare la propria vita e, volenti o noleti, ci si sente maggiormente coinvolti. Quando lo spettacolo è ben pensato, poi, la sensazione arriva immediatamente al pubblico ed il legame è creato. La grandezza degli autori cosiddetti “classici” sta proprio nel saper narrare altre vite facendole percepire come se fosse la propria in fondo.
Registicamente parlando, ci si lancia ultimamente in voli pindalici ed interpretazioni al limite del sopportabile, dimenticando che spesso, il teatro nudo, affascina più di ogni altra cosa chi lo frequenta, da qualsiasi parte lo si viva. Davanti o dietro le quinte, la scacchiera dei personaggi, presentati tutti in scena, come se fosse una prova aperta, è sempre un grande impatto iniziale.

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Per quanto riguarda le scenografie, che dire … Margherita Palli è una delle scenografe contemporanee più note. Non si può dire se la sua fama sia realmente scindibile all’opera di Luca Ronconi, del maestro appunto, fatto sta che il lavoro con lui le ha permesso di sviluppare uno stile pulito e del tutto personale, che funziona ora anche in sua assenza. In uno spettacolo che dimostra i tormenti e le grandi ambizioni di chi del teatro fa una vita, di chi può recitare con sole emozioni e parole, la Palli riesce però a dimostrare quanto la scenografia sia ancora quell’elemento spettacolare per eccellenza, l’unico a creare una magia visiva. La sua essenzialità, la sua linearità, il suo rigore tecnico, non vanno scambiati per minimalismo: non è l’architetto Bob Wilson, che, per quanto geniale, rimane estetico e spesso prevedibile. No, lei è una scenografa vera, una di quelle che in ogni oggetto in scena prevede una trasformazione, anche nel più banale, e la cui grandezza sta nel non svelarla fino al momento in cui essa avviene. E’ lì che tu, ignaro spettatore sospiri, e ti ritrovi davanti al lago, o nell’atrio della villa signorile pieno di bagagli per la partenza, oppure ancora nel teatro abbandonato.

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In uno spettacolo che parla di recitazione e del problema di sempre, ovvero del rinnovamento, del cambiamento, dell’avanguardia, si finisce così per dimostrare come siano ancora le vecchie tecniche che riescono a fare bene. A confronto di tanti spettacoli urlati, un classico che racconta la vita dell’aspirante autore e di tutti gli attori che lo circondano, rimane il mezzo più adatto a raccontare il teatro spesso. Le paure degli aspiranti artisti sono ancora le stesse, così come le domande e l’incapacità di risposta.
Allora, come decise Jacques Copeau, che sia impossibile proseguire la ricerca? Che valga la pena farlo?

Io questo non lo so, rimane indiscusso comunque il fascino esercitato da questa scatola magica, e, nello specifico la capacità di alcune corde ed un po’ di carta, di farti sentire in riva ad un lago a guardare il volo dei gabbiani.

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Irina è la grande attrice inarrivabile, colei che ieri sera si sarebbe portata a casa tutto tra lo scintillio dei flash; Nina, rappresenta invece tutti coloro che non ce la fanno, che devono inevitabilmente scendere a compromessi con la vita, ma a cui almeno rimane un sogno.
E allora non valeva comunque la pena provare?

Enjoy

F.T.

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