E alla fine arriva Expo

Eccoci qui,

giunti infine a parlare di Expo … che, nel mentre, è lui stesso giunto alla fine! Non so, è stata una manifestazione così trascinante per tutti che mi sento in dovere di parlarne, ma ad essere sinceri non lo faccio perchè mi sia particolarmente piaciuto.
A sua discolpa, va detto che io ho una naturale tensione all’ascetismo, perciò non amo i contesti di pressurazione in cui sembriamo tutti un po’ sardine. Essendo andata il mese scorso, quello conclusivo, capisco di aver incontrato molti altri curiosi dell’ultimo minuto come me.
Oltre alla quantità incontrollabile di persone e file, devo dire che di questo Expo, sicuramente delizioso nell’immagine, non mi hanno convinto due cose fondamentali: i contenuti e le architetture.

Per quanto riguarda i contenuti, non ho ben capito dove effettivamente si parlasse di “nutrire il pianeta”, voglio dire, oggi lo sappiamo bene dove e come si nutre il pianeta, ma la sostenibilità ambientale, sociale ed economica, presente e futura, dove è stata esplorata? C’erano le cotolette di squalo, che immagino mangeremo quando avremo estinto i tonni, ma dopo lo squalo cosa verrà? Soltanto i lavori di Svizzera ed Austria erano, a mio avviso, interessanti in questo senso.

Expo (68)

Per quanto riguarda le architetture io parto prevenuta, lo ammetto. Quando penso alle esposizioni universali mi viene in mente il padiglione di ferro e vetro di Londra, la tour Eiffel, il padiglione della società di gas di Colonia di Bruno Taut, il padiglione tedesco di Mies van Der Rohe per l’esposizione di Barcellona del 1929.
Tutte queste architetture avevano una cosa in comune e non si tratta dell’estetica o del dettaglio, indiscutibilmente presente, bensì dell’innovazione! Tutte queste costruzioni hanno influenzato con i loro sistemi costruttivi tutta l’architettura a loro successiva, divenendo esemplari non per la bellezza (anche talvolta), ma per la novità.

Padiglione Taut

Padiglione Mies

Ora, di architetture belle ad Expo ce n’erano, però l’esemplarità, sinceramente, è non pervenuta. Il padiglione di Monaco fatto di container è sicuramente carino, ma basta guardare il negozio della Freitag a Zurigo o Berlino per capire che non è certo un’innovazione. Le pareti verdi ricorrenti qua e là avranno fatto urlare al plagio Patrick Le Blanche. I vari rivestimenti esterni, per quanto non tutti già visti, non hanno nulla di nuovo in sè, dal momento che, in architettura, si lavora sui rivestimenti esterni almeno dalla fine degli anni ’90. Pertanto dov’era l’innovazione? Non avremo utilizzato tutti quei soldi pubblici per fare un bel luna park semestrale, ditemi che qualcosa resterà … ah sì, l’albero della vita … la nostra Tour Eiffel, peccato che lui non si veda quasi neppure dalla terrazza sul tetto dell’Angola, poraccio. Magari avrà più visibilità ora, circondato dai cantieri per i disallestimenti.

Ad ogni modo, non vorrei turbarvi troppo con questa pessimismo dilagante, anche io da brava e curiosa turista ho annotato la lista dei padiglioni migliori e ve la elencherò qui sotto.

Padiglione più bello, subito in primis: Emirati Arabi (progettato da Sir Norman Foster però … ti piace vincere facile)
Padiglione più affollato: Giappone (e fin qui …)
Padiglione più romantico: pari merito Turchia e Bahrein

Expo (62)
Padiglione più scenografico: Austria
Padiglione più creativo: Brasile
Padiglione più sorprendente rispetto alle aspettative: Angola

Expo (77)

Padiglione più high tech (architettonico): Svizzera
Padiglione più riflettente: Russia
Padiglione più lontano: Slow Food (che era pure chiuso!)
Padiglione più dolce: Inghilterra
Elemento più kitsch: i carri di Dante Ferretti (ci sarà un motivo se le scenografie vengono viste solitamente ad almeno 7 metri di distanza!)
Padiglione che crea più dipendenza: il cluster del caffè (anche se cioccolato e Cuba con i suoi mojito alle 11 del mattino non scherzano)

Expo (18)

Padiglione più assordante: cluster del cioccolato quando incontri le scolaresche di infanti
Padiglione più zen: Vietnam
Elemento più Milano fashion design: la cinquecento di frutta della Campari

Abilità richiesta per la sopravvivenza: resistenza fisica al contatto umano e perseveranza!

Alla fin fine, l’Expo, come la scuola dicono, è una piccola palestra di vita, già tornarsene con il proprio bottino dovrebbe dare valore alla propria esperienza. Il mio contiene: Riso Thai del cluster dei cereali, una scatolina laccata del padiglione vietnamita ed un lunch box di tessuto del padiglione Indonesiano, le cui dimensioni mi fanno capire tante cose sulla loro forma fisica!

Voi siete stati ad Expo? Cosa portate nel vostro bottino?

Con la coscienza in pace, ora posso tornare a dedicarmi alla scenografia, almeno fino al prossimo evento imperdibile.
Enjoy

F.T.

Expo (67)

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