Eccoci qui,
a parlare naturalmente di eclissi! Sì, perchè pare proprio che il refrain di oggi sia lo spettacolo dell’eclissi totale di sole vista dalle isole Svalbard. Se aprite ogni qualsivoglia link di quotidiano o contatto di amici sul web, vedrete documentata la personale visione dell’evento in questione dal nord al sud del mondo e allora, perchè non conformarci alla massa e parlare anche noi di eclissi!
Come dicevo, ognuno ha la propria e, per un evento così raro, sicuramente basta il fatto di per sè a costituire un ricordo in fondo. Io questa mattina sono andata alla ricerca del mio specchietto nero, un pezzo di vetro scuro contornato da scotch di carta, che mio padre mi aveva consegnato in occasione della mia prima eclissi vista, molti anni fa, probabilmente frequentavo le scuole elementari. Nonostante io venga accusata dai miei genitori di essere leggermente disordinata (io preferisco definirmi diversamente ordinata), ho tutto sotto controllo ed ho prontamente ritrovato il magico arnese che ha permesso a me e a mia nonna di seguire l’evento dal vivo senza bucarci la retina.
Archiviata la visione, cosa posso dire a proposito? Che ho scoperto l’esistenza di tali Isole Svalbard, che prima di oggi esistevano soltanto nei ricordi russi come luogo di caccia alle balene, e che invece hanno ricevuto il loro tributo, il momento di gloria, grazie al filmato dell’eclissi totale di sole mostrato da tutti i telegiornali! Già perchè in dette isole, praticamente disperse nell’artico, oggi il cielo si è completamente oscurato costituendo uno spettacolo ugualmente magnifico ed inquietante per chi vi ha assistito, o almeno così pare!
A noi poveri mortali servono ore ed ore di studio ed esercizio per stupire gli altri mortali, la natura invece ha questa capacità di lasciarci senza fiato in un attimo … è un giorno di riflessione per gli artisti oggi!
Come li stupiamo i terrestri potente Zeus? Vai a trovare tuo fratello, Selene, e mettiti per un attimo di fronte a lui, vedrai come si spaventano auhauhauahauh.
Per chi non lo sapesse per gli antichi greci Selene è la Luna, sorella di Elios, Sole, ed Eos, Aurora.
Sì, sto male, a volte esagero con la fantasia, tuttavia pensate un attimo come doveva essere allora! Pensate di affrontare un evento inusuale come quello di oggi senza spiegazioni scientifiche o astronomiche … è un attimo credere negli Dei! O almeno in poteri superiori che ci vogliono inviare un segno. Pensate a viverlo nelle Svalbald, dove ancora oggi non c’è nessuno!
In effetti, con una piccola ricerca su Google si scopre che le Svalbald sono sotto la giurisdizione norvegese ed hanno una popolazione di 2625 abitanti, concentrati per 80% nell’unica grande città presente.
Io devo colonizzare le Svalbald! Non è richiesto nè permesso di soggiorno, nè di lavoro, nè ulteriore burocrazia per chi vi voglia risiedere per favorire l’accrescimento economico e culturale delle isole.
Stavo già progettando la mia prossima apertura del teatro nazione delle Svalbald, se nonchè ho letto la non trascurabile informazione che le temperature sull’isola vanno dai -40° invernali ai +6° estivi … se non altro ci si conserva bene!
Ad ogni modo, mentre cercherò di temprare il mio fisico per il grande nord, torniamo un momento all’eclissi. Come vi dicevo ognuno ha un proprio ricordo di eventi naturali particolari come può essere l’aurora boreale, una tempesta tropicale, le stelle cadenti, l’eclissi appunto e così via. Anche io ce l’ho, ma non è quella di oggi. La mia personale eclissi è finta, come la maggior parte delle cose che immagino. Questo non perchè sia molto più pazza di quanto già a parlare così io non sembri, ma perchè la mia eclissi rappresenta il mio primo e, fino ad ora unico, spettacolo firmato e realizzato.
Ormai due anni fa, frequentavo ancora l’accademia ed ho partecipato ad un concorso che il conservatorio di Cesena ogni anno organizza insieme al corso di scenografia del melodramma dell’accademia di belle arti di Bologna. Non spenderò molte parole sul progetto in sè, dal momento che questa non è la sede per farlo e che avrei davvero molte cose da dire, semplicemente dico che la partecipazione a tale progetto ha fatto sì che fosse scelta la mia scenografia, permettendomi di firmare le mie prime scene e soprattutto di realizzare uno spettacolo vero e proprio, che ha debuttato in teatro con cantanti, orchestra, ballerini. Questo naturalmente non ha coinvolto non soltanto me, ma tantissime altre persone che mi sono state vicine guidandomi, spronandomi, demoralizzandomi a volte, appoggiandomi altre. La soddisfazione di vedere un proprio pensiero prendere forma è indescrivibile e io ancora oggi, vedendo l’eclissi di sole, non ho potuto evitare di pensare all’eclissi che chiudeva quella rappresentazione.
L’opera andata in scena era Dido and Aeneas di Henry Purcell, un’opera barocca di fine XVII secolo che ha molto più di Shakespeare che della vicenda narrata da Virgilio nell’Eneide.
Per chi non lo ricordasse Didone è la regina di Cartagine e presiede con fermezza e compassione il suo regno. Un giorno, sulle spiagge della sua terra approda Enea, principe esiliato che scappa dalla sua, di terra, Troia, con il padre Anchise ed il figlio Ascanio (il passato ed il futuro), dopo la lunga guerra narrata nell’Iliade da Omero, in cui è morta la fedele moglie. Quando Enea ed il suo equipaggio vengono portati al cospetto della regina, essi le chiedono ospitalità raccontandole la sua storia, e lei, da donna compassionevole, gli offre asilo, essendo a sua volta esiliata. Didone infatti proviene da Tiro, luogo in cui il fratello Pigmalione, le uccise il saggio marito per succedere al trono. Così la donna, fugge con la sorella e gli uomini più saggi della città (questo solo perchè è una donna, un uomo avrebbe sicuramente portato con sè i più forti) per cercare una nuova terra che trova appunto in Cartagine. Guardacaso proprio lo stesso destino di Enea, che, oltrettutto, le appare così forte, bello e valoroso!
Perchè non farlo fermare per un po’ allora, in fin dei conti la sua gente altro non vorrebbe che un re. Inoltre, come in ogni storia della mitologia, si intrometto gli Dei, nel bene e nel male: Enea è figlio di Anchise e di Venere, dea della bellezza, che per favorire la benevolenza del figlio presso la corte di Didone, regina prediletta della sua acerrima nemica Giunone, lo rende ancora più bello di quanto egli non sia! Tra le due dee si raggiunge così un accordo ed i due re intraprendono una relazione platonica fino a quando un nefasto temporale che odora di divino più che di umidità, li reclude soli in una grotta per il tempo necessario a far oltrepassare ai due le remore sulla memoria dei defunti conuigi.
Tutto va così bene che qualcosa deve pur succedere per far scaturire la tragedia! Nello specifico è la volontà di Giove a prevalere, quando scopre che Enea, invece che percorre la strada che lo porta dritto dritto al suo destino di gloria, si è fermato in una terra a lui non promessa. Manda Mercurio a richiamare l’eroe che si strugge per poco nel vorrei ma non posso, per poi partire con le identiche modalità di un uomo moderno: senza far parola, prende e se ne va. E’ bello notare i grandi passi avanti fatti nella storia dell’uomo!
Ad ogni modo, Didone vede le vele allontanarsi all’orizzonte, con uguale determinazione si fa preparare una pira sacrale, prende la spada che lui le aveva regalato e ci si trafigge. Non contento, quel maschilista di Virgilio, per punirla, dal momento che, dal suo punto di vista, lei sedusse l’eroe troiano per trattenerlo dal suo destino glorioso ( e qui mia nonna direbbe, a ragione, che per fare un canale ci vogliono due sponde), non la fa neppure morire! La povera Didone rimane agonizzante fino a quando Giunone non si impietosisce della sua prediletta strappandole finalmente il capello della vita e lasciandola al suo eterno riposo.
Ora, alzi la mano una donna, una, che non si sia ritrovata almeno una vota nella vita in questa triste situazione! Sicuramente la storia della regina diviene toccante ed universale proprio perchè l’amore non è corrisposto, ma io personalmente credo che nessuna donna possa sentirsi distante dal triste destino della regina. Certo, noi oggi diremmo, coraggio Dido, non è poi l’unico re che passerà di lì! Tirati sù, versa un po’ di lacrime con Belinda, poi vedrai che lo realizzerai in altro modo questo canale! Anche se così non fosse, non sarà la fine del mondo … Invece per lei lo è, e proprio grazie a questa straziante storia d’amore verrà per sempre ricordata.
L’opera di Purcell, compositore inglese, riprende pari pari la vicenda virgiliana, se non chè la condisce di quelli che sono i miti tradizionali anglosassoni: le streghe, i marinai e gli incantesimi dei boschi più che la volontà degli dei. E’ proprio questa la ragione per cui, al tempo, ho deciso di non dare alcuna connotazione temporale alla vicenda, piuttosto, di lavorare per simboli: di raccontare la storia di una donna, bella e forte, ma anche debole e sensibile. Una donna che, nonostante goda di potere e rispetto, non chiede altro che essere amata e, come dice nelle ultime parole del suo lamento, di essere ricordata, “Remeber me, but ah forget my fate”.
La storia di una, ma anche un po’ di tutte, le donne.
Non pensiate che l’opera sia uno spettacolo per intenditori e melomani: la sua durata è di soli 50 minuti ed il lamento è tra le pagine più belle della storia della musica occidentale (tanto da aver affascinato anche musicisti tutt’altro che classici come Jeff Buckley che ne ha cantato una sua personale versione).
Ad ogni modo, io, personalmente, fin da subito mi sono chiesta: perchè una donna, già sopravvissuta alla fine di un amore, dovrebbe uccidersi per amore? Forse verso il primo marito provava affetto più che il sentimento forte ed irrazionale tipico dell’amore folle. Io non credo che basti. Una donna forte sa stare anche sola, o non sarebbe riuscita a trovare dentro di sè la volontà per scappare dalla sua terra e ricostruire il suo regno. Così, sempre con l’aiuto della mia professoressa di storia della musica, Licia Michelangeli, che ormai vorrete conoscere anche voi, siamo andati alla ricerca delle altre versioni della storia, quelle non inerenti alla mitologia romana, ed abbiamo cercato ispirazione nell’etimologia del suo nome.
La tradizione fenicia le attribuisce il nome di Elissa, sempre figlia del re di Tiro e sposa di Sicheo, sacerdote di Melkart e per questo custode di immensi tesori. Anche in questa versione il marito le viene ucciso dal fratello e lei è costretta a scappare, fino a che non approda in Africa settentrionale fermandosi sulle coste della Libia. Sono gli indigeni del luogo ad attribuirle il nome Didone e l’affermazione del suo regno non è affatto semplice come Virgilio ci lascia ad intendere: quel territorio è governato da diversi re, tra cui il più potente, Iarba, le concede esilio in un terreno esteso quanto una pelle di bue (elemento caratteristico anche della mitologia greca, il vello d’oro). Per fondare la sua città, Elissa tagliò a strisce sottilissime la pelle in modo da riuscire ad ampliare al massimo il confine (tema del recinto) in cui fermarsi. Tanta astuzia e fermezza nel governo delle proprie terre portò Iarba ad innamorarsene perdutamente, fino a chiederla in sposa, minacciando di distruggere la sua città se ella avesse rifiutato. Fu così, che per non tradire la memoria di Sicheo, Didone si gettò su un rogo, uccidendosi.
Direi che è una storia un po’ diversa. Direi anche che Didone sapeva benissimo cavarsela da sola. Tuttavia il finale rimane tragico e noi dovevamo, in un modo o nell’altro raccontarlo. Come dicevo, ho scelto di estraniare la storia dai limiti temporali, di raccontarne principalmente l’estrema drammaticità che concerne più un personale percorso di Didone che l’effettiva relazione con Enea. La regina è la sua terra, vive all’interno di confini che essa stessa si è data ed evolve verso la morte più a causa della sua parte “oscura” che dell’amore non corrisposto. La storia di Purcell ben di presta a questa interpretazione perchè il male ci viene rappresentato attraverso il personaggio della Sourceless, la maga malvagia, che, con la regista, è stata configurata come l’esatto alter-ego della regina. In tutto ciò Enea è semplicemente l’uomo che viene dal mare e che al mare ritorna. Didone ed Enea sono in un certo senso uguali ed opposti, sono entrambi sovrani ed entrambi esiliati, ma mentre la prima è roccia, terra, sabbia, è il presente, il qui e ora, l’altro è acqua, corrente, è lo scorrere, il futuro. Per questo si attirano e respingono e per questo non possono stare insieme. Hanno destini differenti, che nello spettacolo sono stati resi con un’attenzione estrema ai dettagli nella definizione dei costumi e dei colori che li rappresentano.
Finalmente, eccoci all’eclissi. Capite bene che in uno spettacolo simbolico, che è stato definito come tale per molteplici motivi, non solo per l’analisi della storia e del personaggio di Didone (primo fra tutti il fatto che l’opera nasce come masque, non un’opera lirica, ma uno spettacolo tradizionale inglese tra rappresentazione, festa e danza, caratterizzato da simboli fissi e ricorrenti), la morte della protagonista non poteva essere sporcata da sangue finto che colava a fiotti a ricoprire la mia fantastica pedana! Come vi ho detto prima, Didone è la sua terra e, difatti, per tutto lo spettacolo essa rimane inclusa nel suo spazio, che scenicamente è stato reso con una pedana inclinata, ricoperta di sabbia. Alla sua morte la pedana si spezza, il suo regno, lei stessa, si frantuma. Non solo. Oltre ad Elissa, a Didone vengono attribuiti molti altri nomi: Ester, Astarte, Iside. Nella cultura babilonese Astar è la dea più importante, chiamata “signora del cielo”, colei che abita l’aria. E’ la dea della fecondità, dell’amore e della guerra (dualismo che torna spessissimo nelle vicende mitologiche). Inoltre ad Aster è attribuita la prima stella del mattino e l’ultima della sera.
Qual è questa stella se non il Sole? Pertanto Didone è il Sole ed alla sua morte esso si oscura, prima che un filo di sabbia (il passare del tempo) inizi a ricoprirla.
Remember me
Io non credo che riuscirò mai a dimenticare il momento in cui alla prima ha iniziato a scendere quel sottile filo di sabbia alla fine del lamento, con la mia finta eclisse sullo sfondo … anche perchè ero terrorizzata dalla possibilità che si bloccasse!
Così anche oggi l’ho ricordato dando origini a questo post autocelebrativo che vi prometto di non ripetere!
Ormai i più acuti tra voi avranno capito che io non vivo molto bene il mio dualismo tra architettura e scenografia, sto cercando una condizione di equilibrio che non è ancora arrivata, ma quando ricordo quel momento, tutto passa ed io penso che valeva la pena cambiar strada, svoltare invece di camminare sempre dritto.
Anche Rob Brezsny oggi ho scritto su noi scorpioni:
“Penso che le prossime settimane saranno il periodo ideale per apprezzare di più quello che hai perduto in passato. A quali capacità ha dato origine la tua sofferenza? Quali fallimenti ti hanno reso più forte?”
In effetti è stato bello ricordare e spero che anche voi, ogni tanto, vi fermiate a meditare su quello che avete costruito fino ad ora e su come possiate continuare a farlo!
Enjoy
F.T.




