Ciò che c’è e ciò che manca

Eccoci qui!

In questo giorno così importante e celebrativo per le istituzioni, non ho potuto fare a meno che sentire il discorso del nuovo Presidente della Repubblica.
Su ciò non voglio dilungarmi perché non ho le competenze adatte per esprimere un giudizio. Quello che, comunque, nella lunga diretta seguita da mia nonna Ottavia in tv, ho notato sono, in ordine di apparizione:
– la mattinata uggiosa a Roma, evento più unico che raro (settennato bagnato, settennato fortunato?!?)
– gli accampati sui gradini dell’aula della camera
– le terrazze romane sui palazzi nei dintorni di piazza Venezia, inquadrata dall’alto poco dopo il saluto ai caduti

Quegli enormi dehors mi hanno portato subito alla mente le immagini de “La grande bellezza” e mi hanno ricordato la giustapposizione di ogni singolo elemento di quel film. Credo infatti che nella fotografia (di Luca Bigazzi) e nelle scene (di Stefania Cella, storica production designer di paolo Sorrentino) stia gran parte del valore della pellicola. Il suo successo internazionale, a mio avviso, deriva, più che dalla trama, dal gioco di luci e ombre immortalato negli spazi, che riflette in fondo, le stesse luci ed ombre dell’essere umano: la volontà di fare bene, di dare un senso alla propria esistenza che si perde nella dissolutezza e nella pigrizia dell’agio.
Il contrasto, acuto e costante, tra il giorno e la notte è l’emblema della tensione tra queste due spinte; i silenzi, i fermo immagine, la metafisica che gli ambienti sprigionano, compongo invece quell’aura malinconica e decadente che deriva dall’impossibilità di migliorare la propria condizione.

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La Roma di oggi, così umida ed ingessata nel cerimoniale di palazzo, con poche persone e moltissimi mezzi, cavalli e militari, mi ha ricordato quella stessa malinconia e quella stessa tensione tra ciò che si ha e ciò che manca. Nonostante il sorriso accennato del nuovo Presidente ed il suo discorso di speranza, la sua sfilata sembrava la passeggiata di un uomo solo, riflessiva e privata.
Cosa che forse lo rappresenta, un personale omaggio del meteo insomma!
Tuttavia il suo discorso alla Camera mi è sembrato molto inclusivo e sentito. Tante sono le cose belle che sono state nominate, tra cui mi preme riportare queste:

“Garantire la costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri,   garantire il loro diritto al futuro.
Significa riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro.
Significa promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie e superando il divario digitale.
Significa amare i nostri tesori ambientali e artistici.
Significa ripudiare la guerra e promuovere la pace. … ”

Tra ciò che manca, però, vi è come sempre l’arte, la musica, il teatro … certo si parla dei giovani, della loro capacità di coltivare i propri talenti e della nuova volontà di vederne garantito il merito, ma credo sia un peccato non citare espressamente un settore in grande difficoltà ad oggi.

Oltre al giuramento del Presidente della Repubblica oggi ricorre infatti anche il 150° anniversario di Firenze capitale d’Italia. Per festeggiare, accanto alle celebrazioni a Palazzo Vecchio (per cosa poi non si sa … o meglio, io, non ne vedo esplicitamente il motivo), proprio in questo giorno è stato deciso di salutare definitivamente il Teatro Comunale, più noto come Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

Nessuno ne parla, la notizia è apparsa soltanto su Repubblica, ma è proprio così e la cosa mi infonde una grande tristezza. Questo non perché la città rimanga sfornita di un teatro lirico, è stato infatti già realizzato ed inaugurato il nuovo teatro dell’opera, “Parco della Musica e della Cultura” (in Italia saremo anche creativi, ma in quanto ad originalità ci sarebbe più da discutere, l’auditorium Parco della Musica di Roma), realizzato da A.B.D.R. Architetti Associati con un involucro degno di Herzog & De Meuron.
Mi intristisce piuttosto la sensazione del palcoscenico vuoto a spettacolo finito, che conosco molto bene, il grande silenzio che lascia nell’ambiente e nell’animo, e non voglio assolutamente pensare che questo possa essere colmato dal vociare di uffici o appartamenti.

Personalmente sono stata a Firenze solo una volta ( aaaaaaaaa eretica!!!!! Dovrebbero solo per questo radiarmi dall’albo a cui ancora non sono iscritta!!!): è stato proprio per visitare il teatro del Maggio ed assistere alla rappresentazione del “Cappello di Paglia”. Come molto spesso avviene per me, ho visto prima le quinte della platea e sono rimasta affascinata dalla sua grande copertura che sembrava una conchiglia piena di stelle. Al buio in sala si sono accese tutte queste piccolissime luci che, anche con la sola quintatura nera facevano sognare.

Teatro del Maggio

Pensare, che il Teatro Comunale fu creato proprio in occasione della risistemazione urbanistica della città, a seguito del trasferimento in loco della Capitale d’Italia. Il motivo della sua forma ad anfiteatro sta nel fatto che esso nacque proprio come struttura scoperta, come Arena Fiorentina, vicino all’Arno ed alle mura cittadine. Era il 1862 e proprio oggi che si ricorda Firenze capitale, il teatro si chiude in sordina. Certo per lui non è la prima volta, come molto spesso succedeva, esso è stato prima ricostruito a causa di un incendio del palcoscenico, poi ricoperto da una struttura metallica a fine Ottocento, restaurato agli inizi del XX secolo per poi essere danneggiato dai bombardamenti di guerra prima e dall’alluvione poi. Una storia sfortunata insomma, che però non ha impedito a tanti grandissimi della lirica di calcare le sue scene.
In una giornata in cui tutto sembra essere stato citato, ho voluto parlare perciò proprio di lui, di un pensiero che secondo me manca.
La cosa che più mi aveva colpito qualche anno fa era stato salire in ballatoio ed in graticcia, la più alta fra i teatri all’italiana, oltre alla malinconia dei tecnici con cui avevo parlato, che già conoscevano il loro destino.

Dietro le quinte

Oggi tanto si è parlato di speranza, di futuro e se io potessi esprimere un desiderio, sarebbe quello di non distruggere questo piccolo gioiello. E’ giusto guardare avanti, è giusto costruire nuove strutture ed adeguare gli ambienti alle esigenze presenti, ma noi non siamo americani, noi non riusciamo a liberarci facilmente delle costruzioni che costituiscono la nostra storia, non riusciamo facilmente a realizzare nuove icone. Allora se non è ancora possibile demolire le Vele di Scampia o lo Zen di Palermo, perché dovremmo iniziare proprio con il Teatro del Maggio Musicale. Facciamolo sopravvivere e rinascere un’altra volta. Trasformiamolo in museo della musica e dello spettacolo, in scuola di arti performative, in spazio polivalente, ma non cancelliamo totalmente la sua volta stellata, giusto per sognare ancora un po’.

Enjoy

F.T.

 

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